XXIV Maggio: i tre simboli del massacro

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Sono le ore 4 del mattino del 24 Maggio 1915. l’Italia è appena entrata in guerra a fianco di francesi, inglesi e russi contro gli imperi centrali alla quale è stata legata per oltre trent’anni.

Le aspirazioni su territori annessi alla duplice monarchia asburgica, sulle quali si fanno sentire i movimenti irredentisti, hanno mandato a vuoto il tentativo dei tedeschi di mantenere l’alleanza promettendo compensazioni territoriali con colonie francesi oltre ai territori di Nizza, Savoia e Corsica a vittoria avvenuta.

Le avanguardie di alcuni reparti di alpini sono schierate lungo quello che era allora il confine con l’Impero Asburgico, ed oggi è il confine con la Slovenia. Il monte Colovrat.

L’entrata in territorio nemico. La morte di Riccardo Giusto

I primi militari italiani iniziano coraggiosamente ad entrare in territorio nemico, provocando una immediatamente la reazione dei soldati austriaci che presidiano il valico di frontiera. Nella sparatoria che ne consegue uno dei soldati italiani viene colpito in testa. Sarà il primo caduto italiano della grande guerra.

Al momento in cui viene colpito ha appena vent’anni, friulano originario di Udine. Il primo dei seicentocinquantamila soldati italiani che persero la vita durante il conflitto. Per un errore di trascrizione sarà conosciuto con il cognome di Di Giusto.

Diventerà un simbolo di quella che molti definirono la quarta guerra d’indipendenza, poiché l’Italia completò in essa il processo risorgimentale di unificazione. Riccardo Giusto non poté vedere la disfatta di Caporetto, il risollevamento italiano con il comando del generale Diaz. Morì in un momento nel quale l’Europa era ancora quella delle corti, degli Imperi millenari.

Ma per lui c’è stata la possibilità di un ricordo personale, mentre per centinaia di migliaia di altri questo non è stato ovviamente possibile.

Di quei seicentocinquantamila, se ne ricordano solo tre di solito individualmente. Gli altri, se non per atti di eroismo straordinario, vengono ricordati solo in una doverosa memoria collettiva.

Uno è lui. Il primo.

Il Tenente Piersanti e la mamma del Milite Ignoto: Maria Bergamas

Poi il tenente Augusto Piersanti, un ufficiale. Ucciso più di tre anni dopo il 4 novembre 1918, pochi minuti prima della fine assoluta del conflitto.

Il terzo è quello che simbolicamente si ricorda più di tutti.

Ma non sappiamo il suo nome, la sua storia o come sia caduto. Sappiamo solo che è morto per la patria.

La sua bara è stata selezionata altre dieci dalla madre di un eroe, Maria Bergamas, le spoglie del cui figlio, che aveva disertato dalle fila dell’esercito Imperial Regio per arruolarsi in quello italiano, erano andate perdute.

Fu scelta lei per rappresentare tutte le madri d’Italia in lutto e decidere la bara che avrebbe dovuto rappresentare tutti i caduti del grande massacro.

Del terzo sappiamo solo che è tumulato all’altare della patria, ricorda tutti coloro i quali non hanno potuto vedere la vittoria finale ma l’hanno resa possibile con il loro sacrificio.

Il Piave mormorava,

calmo e placido, al passaggio

dei primi fanti, il 24 maggio;

l’esercito marciava

per raggiunger la frontiera

per far contro il nemico una barriera…

Leggi anche: Adriano Segatori: La morte della verità e il trionfo della menzogna

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