Torna allo scoperto il popolo dei tatuati

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Con la bella stagione, le prime vacanze e il tana libera tutti del vaccino, si rivedono in giro e al mare sequele di corpi tatuati coi loro arabeschi su cosce, polpacci, caviglie, braccia e fondoschiena. Gli integralisti non risparmiano nemmeno la faccia o perlomeno il collo che annuncia già da vestiti quale capolavoro si cela sui propri corpi. Armature virtuali per nascondere la banalità dei corpi. Alcuni tatuaggi sono ammiccanti, copertine che annunciano contenuti erotici; altri sono esotici, atletici o solo simbolici. Fingono estro ma esprimono serialità. I tatuaggi artigianali sono rari, prevale il pellame pret-à-porter. Menti semplici abitano pelli contorte; forme di barocco epidermico e anche epidemico, visto il contagio.

In taluni influencer i tatuaggi sostituiscono i pensieri; hanno idee molto marchiate. Idee ridotte a figure come nella preistoria; ognuno è la caverna di se stesso. Le visioni del mondo si riducono alla visione di sé in finta pelle. L’identità di una persona si fa geroglifico e graphic novel; altro che quella stupida congettura dell’anima o dello spirito, le fandonie dell’invisibile; il vero è visibile, risalta a pelle, e lo decidiamo noi e non il misterioso destino. Via la coscienza, bastano le cosce, damascate a nostro piacimento. L’idiota globale si fa tatuare il messaggio del momento: ora è di moda il ddl Zan timbrato sulla pelle.

Ragazze, ragazzi e qualche veterano con la loro carne da parati si oppongono alla razza residua degli abbronzati col loro lucido ducotone. Un tempo i tatuaggi erano stimmate di marinai o di iniziati, alludevano a esperienze forti, epiche talvolta, di vita vissuta; ora sono racconti di narcisismo rilegati in pelle umana. Figurano storie favolose indossate da facce banali. I tatuaggi più machi li indossano i palestrati e sono dichiarazioni di guerra contro ignoti, a volte guerre stellari, e minacce visive all’incolumità degli astanti. Ma non mancano tatuaggi su panze debordanti: sembrano mappamondi antichi, dove l’ombelico si fa ombelico del mondo.

Quest’anno, poi, la lunga cattività domestica da lockdown, la vita sedentaria e coatta, l’assenza di distrazioni, ha favorito l’ingrassamento universale; grandi magnate, poco moto, lo smart working a casa, altro che smart, si è tradotto in extra-large, big, a volte pig, donando fattezze maializie. E quei corpi caricati di chili e di grasso hanno reso più grotteschi i tatuaggi, ingrandendoli e sgranandoli, in vistosa contraddizione col lardo e le pappagorgie.

Il tatuaggio è il primo stadio della rivoluzione transgender, il gradino elementare della mutazione genetica: i loro adepti aderiscono alla religione trans-epidermica, secondo cui il corpo è mio e me lo disegno io. Ma è soprattutto l’effetto di quel narcisismo di massa che dà spettacolo di sé; la stessa molla che induce all’ossessione del selfie con lo smartphone e che riduce molti rapporti di coppia a opposti egocentrismi, solitudini raddoppiate. Come Narciso si specchiava continuamente, amando la sua immagine riflessa nell’acqua, così il nuovo Proteo muta coi tatuaggi e se ne compiace. Al mare i selfisti non vedono la bellezza del posto ma corrono a documentare in foto che sono là. Non conta la realtà ma la copia da inviare. Il mondo è il display del proprio ego; vivere è dare notizia di sé sui social. Il tatuaggio è il selfie sulla pelle.

Non parlo di chi porta un tatuaggio come un piccolo souvenir identitario, amoroso o simbolico; ce ne sono alcuni belli, erotici o significativi. Mi riferisco a corpi interamente drappeggiati e penso come saranno tristi quelle carcasse tra alcuni anni, se non vorranno dolorosamente spellarsi di quelle figurazioni. Perché i sogni invecchiati sulla pelle, rattrappiti e scoloriti, si fanno incubi e lordure, nella vita come sui corpi. Forse col tempo si raggiungerà un alto livello artistico, tecno-chirurgico e sorgeranno accademie del restauro per ripristinare su quei corpi decadenti il loro originario splendore o per ridare smalto al disegno sepolto dall’intonaco impietoso del tempo.

I devoti del tatoo narrano nel tatuaggio quel che vogliono essere e soprattutto apparire. I corpi dei tatuati sono più loquaci dei portatori, raccontano la voglia di entrare nel mito, di fare dei corpi la loro opera d’arte, il loro manifesto e il loro biglietto da visita. Affrescati come cappelle, scolpiti come statue semoventi; non persone ma installazioni. Alcuni hanno arazzi invasivi che ricordano le tele dei cuntastorie; a volte sembra che il murales continui la narrazione sul corpo dell’amico accanto, come in un dittico.

I loro petti sono touch screen illustrati, l’ombelico è la presa per lo spinotto. Vorrei conoscere i cantieri dove vengono allestiti questi carri allegorici un tempo persone; o i forni, le stalle dove si marchiano a fuoco queste mandrie di figuranti con la loro fastosa tappezzeria. A vederli distesi al mare hai l’impressione che siano caduti in guerra, sfigurati da mine e sfregiati da baionette, decorati al valore direttamente sulla pelle. Una guerra incruenta, per fortuna, ma che li ha segnati. Giacciono come rotoli del mar morto…

Per carità, la libertà è bella anche per queste stravaganze in fondo innocue; ognuno decida di giocarsi la pelle come vuole. Ma, innocuità per innocuità, osservare le mode ed esprimere la propria opinione non è reato; semmai attenzione curiosa verso il prossimo e verso il tempo. Un po’ di spirito critico e d’ironia non fa male a nessuno…

MV, Panorama n.24 (2021)

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