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Alla ricerca della memoria perduta, il film si apre con un vecchio matto che fa sorridere.

Istrionico come il primo Hopkins de “Il silenzio degli innocenti“, i temi della demenza senile si intuiscono soltanto nella prima parte del film.

Davanti agli occhi abbiamo il classico anziano bisbetico in vestaglia, che mette in dubbio l’onestà della badante, rea di avergli rubato l’orologio da polso.

Piano piano, però, il protagonista del film ci trascina dentro la sua mente, dove nulla è come sembra; la sua percezione della realtà è distorta e la regia non fa sconti allo spettatore; non concede soluzioni.

Alla ricerca della memoria perduta: il tempo che non esiste

Anthony si aggrappa disperatamente alla vita, nella sua ossessiva ricerca dell’orologio da polso. Il suo è uno spasmodico attaccarsi alla realtà, che non riesce più ad interpretare.

Viene in mente l’annullamento dell’oggettività del tempo, dipinta dagli orologi molli di Dalì; il morbo di Alzheimer incalza e nonostante il rifiuto del protagonista delle varie domestiche, la realtà non lascia scampo.

Il film entra dentro l’animo dello spettatore e la sontuosa interpretazione di Hopkins, non a caso premiata con l’Oscar, obbliga all’empatia.

Il sarcasmo iniziale lascia il posto alla sofferenza dell’anziano, che potrebbe essere il genitore di chiunque; fragile e maltrattato, come in tante storie di cronaca nera con lo sfondo di una fredda RSA.

La mente fallace del protagonista

Siamo dentro la mente dell’ottuagenario Anthony e non riusciamo proprio come lui a distinguere la realtà dall’interpretazione. Siamo in un labirinto; gli spazi angusti e asfittici ci tolgono aria e lucidità.

Il film, interamente girato negli interni, da Zeller, regista di teatro all’esordio nel cinema, non lascia sbocchi.

Un po’ come il Jack Torrance nell’hotel di Shining, Anthony cammina a fatica tra il salotto, la camera da letto e la cucina, per poi ritrovarsi tra i corridoi di un ospedale alla fine del film.

Il labirinto rimane senz’uscita e l’amore della figlia non è il gomitolo di Arianna che salva Teseo.

L’amore non sempre vince; il dramma, anche se dipinto con toni vellutati da una regia teatrale e magistrale, è crudo e fa riflettere.

Si entra in sala con il sorriso dettato dal burbero Hopkins, ma si esce tra le lacrime, ansiosi di tornare a casa ad accarezzare il genitore che ci aspetta, o a rimpiangere di non averlo fatto.

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