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Antonio Guerrera aveva 46 anni ed era un Medico molto conosciuto nell’ambiente della Neurochirurgia. E’ stato trovato impiccato nella sua stanza d’ospedale. Lascia tre figli minorenni e la moglie Sabrina Rossi, ostetrica.

Alle ore 8.15 del mattino è stata l’Infermiera Agata Silvestrini a ritrovare il cadavere. Ha svegliato tutti in reparto con un urlo tremendo: “correte, correte, si è impiccato, aiutatemiiiii“. La donna ha provato invano a sorreggere il corpo penzoloni dell’uomo, ma poi si è dovuta arrendere e lasciarlo andare.

Sul posto sono giunti subito un altro Infermiere, Giacinto Bui, e tre Operatori Socio Sanitari, Gino Ravanelli, Francesca Riccio e Michela Fatigatore. Subito dopo è sopraggiunto il Medico di turno Augusto Manzoni, che non ha potuto fare altro che constatare l’accaduto e allertare il Servizio 118 e la Polizia di Stato.

La vittima.

La vittima era un Medico Neurochirurgo molto noto nell’ambiente. Era ricoverato provvisoriamente in Medicina Prima per una ulcera duodenale ed era in attesa di intervento chirurgico. Si chiamava Antonio Guerrera. Aveva 46 anni, sposato e padre di tre figli minorenni. La moglie, Sabrina Rossi, è stata tempestivamente avvisata sull’accaduto, essendo di smonto dopo il turno di notte (lei fa l’Ostetrica e lavora nell’Unità Operativa di Ostetricia e Ginecologia al piano superiore).

L’arrivo inutile dei soccorsi.

Sul posto giunti immediatamente i colleghi dell’Emergenza-Urgenza, che hanno constatato il decesso, e l’ispettore della Polizia di Stato Elena Righi, che ha subito predisposto il fermo precauzionale in ospedale di tutto il personale sanitario e socio-sanitario in turno e smontante, in attesa dell’arrivo del Pubblico Ministero Antonio Tanonna.

Lo strano rinvenimento.

L’uomo si presentava penzoloni ai bordi del letto con un cappio al collo realizzato con un paio di deflussori. La corda improvvisata era legata alle tubature del condizionatore sulla parete di sinistra della stanza singola dove era ospitato. Sul collo presenti strane ecchimosi (a prima occhiata non compatibili con il decesso per impiccagione), graffi sulle braccia e un’altra vasta ecchimosi sull’emi-volto destro.

L’arrivo del PM e i dubbi sul suicidio.

All’arrivo di Taronna è stata immediatamente allertata la Polizia Scientifica (per i rilievi del caso e il trasporto successivo della salma presso i locali del Medico Legare per la necessaria autopsia), visti i dubbi sul suicidio, e convocati tutti i dipendenti in turno o smontanti nella sala riunioni dell’Unità Operativa.

Taronna: “dott.ssa Righi a lei il compito di capire cosa è successo stanotte in questo ospedale, voglio sapere tutto su tutti, qui è evidente che c’è chi nasconde qualcosa; questa impiccagione è sospetta, piuttosto sospetta; fammi avere notizie più dettagliate sul Dott. Guerrera, sulla sua famiglia e su sua moglie, che a quanto ho capito era in servizio mentre si produceva questo atroce delitto. Voglio la testa o le teste del responsabile o dei responsabili, anche se dovremo attendere l’esito dell’autopsia per capire se si tratta di un omicidio o meno; io però dai primi elementi raccolti sono convinto che quest’uomo non si sia tolto la vita da solo”.

Righi: “dott. Taronna cercherò di capire cosa è successo e farò del mio meglio per trovare chi ha ucciso il dott. Guerrera; sempre che si tratti di omicidio, ma anche io non ho dubbi”.

L’ispettore.

L’ispettore era al suo primo incarico. Era entrata il Polizia a 23 anni e aveva intrapreso una lunga carriera fino al ruolo attuale. A 32 anni, con una laurea in Giurisprudenza e numerosi Master in criminologia, era ed è sicuramente uno dei più giovani e dinamici poliziotti d’Italia. E’ stata lei ad incastrare e a catturare Antonio Minghetti, noto serial-killer del Varesotto, dopo due anni di dure indagini.

Ha lavorato presso le Questure di Rimini, Caltanissetta, Catanzaro e Bologna. Attualmente è in forze in quel di Bologna, dove è accaduto il fattaccio.

Romagnola d’origine (è nata a Riccione il 18 settembre 1989), molto esile, capelli lunghi castani, occhi azzurri, single per scelta dopo una tormentata storia d’amore. Insomma una donna in carriera che non passa facilmente inosservata.

L’interrogatorio.

L’ispettore Righi non ha perso tempo. Dopo aver radunato tutti i sospetti nella sala riunioni ha subito fatto capire di che pasta era fatta: “da qui non si muove nessuno finché non ho capito cosa è successo e soprattutto chi ha ucciso il dott. Guerrera”.

Silvestrini: “ho trovato il dott. Guerrera impiccato al condizionatore intorno alle 8.15, ero passato da lui per consegnargli i farmaci del mattino e informarlo che sarebbe stato sottoposto all’intervento chirurgico il mercoledì successivo e che pertanto doveva iniziare già da domani la preparazione pre-chirurgica del caso; ho bussato, ma non ha risposto nessuno; ho pensato che fosse in bagno; così ho aperto la porta, che non ha chiavi, sono entrata e ho scoperto il corpo penzoloni; mi è caduto tutto a terra, ho urlato come una pazza, mi sembrava di vivere la scena di un film; ho tentato di sorreggerlo, ma era troppo pesante per me; l’uomo pesava più di 110 Kg ed era alto più di 190 cm; un omone rispetto a me che sono alta appena 163 cm; subito dopo dopo soggiunti il collega Bui e gli OSS Ravanelli, Riccio e Fatigatore, che dovevano passare da quella stanza dopo le 9.00 per il giro-letti, su espressa richiesta dell’interessato. Poi mi sono sentita male e hanno dovuto soccorrere anche me. Ancora non mi riprendo dalla shock”.

Righi: “ha notato qualcosa di strano?”.

Silvestrini: “nulla di strano; però ora che ricordo ieri mattina l’ho sentito urlare al telefono; forse parlava con la moglie; poi ha ricevuto la visita di un collega intorno alle 11.30, il dott. Mauro Gavelli, un altro omone da 100 Kg e passa, però ben palestrato; è andato via dopo pochi minuti sbattendo la porta; certo il dott. Guerrera non era un uomo docile e aveva sempre da ridire con tutti, soprattutto con i suoi colleghi, che definiva esseri inferiori; non aveva secondo me grandi amici in giro e faceva una vita piuttosto solatia”.

Bui: “sono arrivato in reparto 15 minuti prima del ritrovamento del corpo; sono stato a chiacchierare con il dott. Guerrera durante tutto il pomeriggio di ieri, era apparentemente sereno, ma mi ha anche confessato che voleva cambiare vita dopo una tremenda delusione, ma non mi ha spiegato altro. Ho notato subito che qualcosa non andava nel dottor Guerrera, con cui avevo lavorato anni prima in Pronto Soccorso e poi in Sala Operatoria di Neurochirurgia. Aveva lo sguardo rivolto perennemente verso la finestra. La cosa mi ha insospettito e ho provato a farlo parlare nel tentativo di capire come potevo aiutarlo anche dal punto di vista umano. Non mi ha detto altro, l’ho lasciato intorno alle 18.00 poco prima di preparare e consegnare/somministrare la terapia della sera e della notte”.

Righi: “e lei non ha notato null’altro di strano?”.

Bui: “si, se mi posso permettere ho visto da lontano quei due deflussori e non mi sembrano presidi presenti in questa Unità Operativa, io indagherei sulla loro provenienza; se vuole le faccio visitare il nostro magazzino e l’Infermeria per rendersi conto del materiale che utilizziamo tutti i giorni”.

Righi: “ne è convinto?”.

Bui: “ovviamente si, le ripeto quelli sono deflussori usati solo in alcuni ambiti ospedalieri e per particolari farmaci foto-sensibili; qualche volta che ci è capitato di usarli qui in Medicina Interna o li abbiamo chiesti in prestito ad altre Unità Operative o ci siamo arrangiati, utilizzando il vecchio sistema dei fogli in alluminio, ovvero proteggendo deflussore, flebo e gocciolatore opportunamente dalla luce”.

Righi: “nella stanza la Polizia Scientifica ha trovato solo le impronte del dott. Guevara, tranne che sulla maniglia della porta d’ingresso; qualcuno di voi è forse passato ripulire tutto?”.

Ravanelli: “non non ci occupiamo di fare pulizie, ma ci preoccupiamo di fornire assistenza di natura socio sanitaria, forniamo i pasti, aiutiamo i pazienti impossibilitati a nutrirsi in autonomia, facciamo l’igiene e sosteniamo l’utente negli ambiti di nostra competenza; delle pulizie degli ambienti si occupano le aziende convenzionate; i loro addetti passano da quella stanza intorno alle ore 10.00 e nessuno di loro è entrato in Medicina Prima dalla mattinata di ieri”.

Riccio: “si vero”.

Fatigatore: “concordo con i colleghi, poi noi indossiamo i guanti protettivi prima di entrare nella stanza del Paziente e dopo aver opportunamente igienizzato le mani; per cui probabilmente le nostre tracce non ci sono per questo motivo; non credo che le mani con guanti lascino impronte, o mi sbaglio?”.

Righi: “non saprei, verificheremo anche questo; e voi tre non avete notato nulla di strano? E tutti voi laggiù in fondo?”.

Fatigatore: “ispettore lei sa che un Ospedale è un ambiente molto piccolo e la gente mormora; ci sono molti pettegolezzi sulla moglie del dott. Guerrera; pare che se la intenda con un Medico amico del marito, ma forse sono solo dicerie”.

Rossi (la moglie, nel frattempo sopraggiunta in sala riunioni dopo essere stata convocata dagli agenti di polizia): “ma cosa dice??? lei è una pazza, io la querelo; questo è un Ospedale di merda, io ho solo amici, non ho mai tradito mio marito, anche se i rapporti tra noi non andavano più bene dopo il terzo figlio; però questo non significa che non ho mantenuto fede al vincolo del matrimonio; e nemmeno lui si è mai permesso di tradirmi e non ho mai avuto dubbi in merito; pertanto ritiri le sue parole e non trasformi i pettegolezzi in cose reali”.

Fatigatore: “mi scuso, non sapevo fosse qui con noi, comunque io non ritiro un bel niente, ho precisato che sono solo dei pettegolezzi; mi dia del lei”.

Righi: “calmiamoci tutti, lei signora Rossi non ha visto o notato nulla di strano in suo marito?”.

Rossi: “no, come dicevo poco fa in un attimo di concitazione non avevo un buon rapporto con lui, però ci rispettavamo; scusate sono confusa, quanto accaduto mi ha destabilizzata, ho bisogno di tornare a casa, se avete bisogno sapete dove trovarmi, ho lasciato i miei recapiti all’agente che mi è venuto a prelevare nel mio reparto come fossi una ladra o una omicida”.

Righi: “ok per oggi è tutto, ma rendetevi reperibili, soprattutto lei signora Rossi; lei Bui venga con me; tutti gli altri rilascino le loro testimonianze ai miei colleghi assieme ai recapiti”.

L’infermiere Bui.

Bui si è laureato in Infermieristica 10 anni fa. Successivamente ha conseguito la Laurea Magistrale in Scienze Infermieristiche ed Ostetriche a Firenze e poi la Laurea in Giurisprudenza presso l’Università degli Studi “La Sapienza” di Roma. Ha un master in Infermieristica Forense e da tempo è appassionato di gialli e di horror. Scrive per una nota rivista di settore ed è iscritto all’Albo nazionale dei giornalisti come pubblicista. Da tempo scrive di cronaca nera e si diverse a collezionare romanzi di Agatha Christie e di pellicole dedicate alle sue opere.

Il referto dell’autopsia.

Il Medico Legale, dott. Stefano Calandra, ha confutato subito ogni dubbio: “l’uomo non è morto impiccato, ma di soffocamento; probabilmente l’arma del delitto è stato un cuscino, anche se prima ha subito un tentativo di strangolamento a mani nude; tutto il resto è stato inscenato; il problema è che un uomo così robusto, soprattutto se esanime al momento dell’impiccagione, è stato sollevato da terra da più persone, almeno due; l’idea del doppio cappio, realizzato con deflussori per flebo, è solo un depistaggio o comunque è stata pensata per permettere al cappio di sorreggere agevolmente un uomo di oltre 100 Kg; è omicidio”.

Il sopralluogo.

Righi: “signor Bui mi faccia vedere i deflussori che avete in Medicina Prima”.

Bui: “certamente, venga con me; le posso offrire prima un caffè?”.

Righi: “si ne ho proprio bisogno”.

Bui: “andiamo in cucinetta, abbiamo la macchinetta per il caffè espresso e anche qualche biscotto, tanto lei non ha problemi di linea”.

Righi: “si accetto volentieri anche due biscotti, ma non faccia l’imbecille con me, tenga le distanze, si ricordi che è sempre un possibile indagato oltre che un testimone; al momento però non abbiamo nulla contro di lei, può stare tranquillo”.

Bui: “ah come vuole, io sono qui per aiutarla”.

Le telecamere rotte e il Coordinatore Infermieristico.

Prima di entrare in cucinetta l’ispettore Righi ha esclamato: “ma quelle telecamere? perché nessuno ci ha detto che il reparto è video-sorvegliato? Qui le cose ce le raccontate a spezzoni?”.

Bui: “ma no, le telecamere non funzionano da mesi, abbiamo sollevato più volte il problema alla direzione generare e all’ufficio manutenzioni, ma finora non le hanno ancora riparate; l’azienda fornitrice del servizio è fallita e devono ancora assegnarlo ad altri; siamo in attesa che venga emanato l’apposito bando”.

Righi: “avete un Coordinatore Infermieristico?”.

Bui: “no purtroppo, perché deve ancora essere sostituito il collega che è andato in pensione, in attesa della nomina o del concorso per il coordinamento sono stato indicato io a svolgere questo ruolo, per cui è in buone mani non si preoccupi. Che ne pensa di questo caffè? Viene dal Sudafrica, mentre questi biscotti sono i famosi Abbracci dedicati agli Infermieri e alla loro lotta al Coronavirus”.

Righi: “si tutto buono, ma non siamo qui per fare merenda, ma per trovare l’omicida”.

Bui: “ovviamente; senta l’ho portata di qua con la scusa del caffè non per provarci con lei, ma per raccontarle qualcosa che ho notato e che non mi andava di dire davanti a tutti gli altri, anche per evitare inutili pettegolezzi; il dott. Guerrera a mio avviso aveva una relazione extra-coniugale, ma con un uomo, un suo collega”.

Righi: “cosa? ma è sicuro?”.

Bui: “forse è per questo motivo che i rapporti con la moglie non erano più idilliaci, già avevo notato la sua doppia sessualità in Pronto Soccorso; era molto chiacchierato il dott. Guerrera, in PS ci provava sia con colleghi, sia con colleghe; la stessa cosa ho notato successivamente in sala operatoria; una volta anche a me ha fatto delle avance, ma ovviamente ho subito messo le cose in chiaro: io sono uomo, mi piacciono le donne e sono eterosessuale; forse la chiave di lettura di questo presunto omicidio è da trovare altrove, io proverei tutte le piste”.

Righi: “ha fatto bene a non dirlo davanti agli altri; secondo lei la moglie sa qualcosa di questa storia?”.

Bui: “secondo me si ed ha paura di uno scandalo; come ha potuto notare è scappata via durante l’interrogatorio; è un atteggiamento di fuga che nasconde sicuramente verità sottese”.

Righi: “forse ha ragione; ci rifletto un po’ su; intanto mi faccia vedere quei deflussori”.

Bui: “si andiamo; un attimo che rimetto tutto a posto sennò i colleghi si incazzano con me”.

I deflussori.

I due si sono recati immediatamente in Infermeria e poi in magazzino. Di quei deflussori nemmeno l’ombra.

Righi: “che non ci siano deflussori di quel tipo in reparto è ormai acclarato, ma questo non esclude che siano stati utilizzati gli ultimi due presenti in magazzino o in Infermeria”.

Bui: “e qui sbaglia, tutto il materiale che entra e che esce dal magazzino o dall’Infermeria viene inventariato e gli ultimi due deflussori chiesti ai colleghi dell’UTIC sono stati utilizzati su una paziente ricoverata da noi due mesi fa e debitamente smaltiti”.

Righi: “forse hai ragione tu; mi hai fatto ricordare di un particolare; un attimo che chiamo il collega Andrea Galasso e faccio convocare in Questura il dott. Gavelli; grazie per il supporto”.

Bui: “lei è nuova di Bologna, se vuole le posso fare da cicerone, le faccio visitare i luoghi più belli della città delle torri; magari poi ci fermiamo a prendere un buon vino ad una enoteca di una amico, Pandemia Covid permettendo”.

Righi: “lei ci sta provando, con me non attacca; comunque le prometto che se risolviamo il caso un giro per Bologna glielo concedo volentieri; mi faccia scappare ora in Questura, mi sa che il delitto è risolto, ma ho bisogno di alcune conferme”.

In Questura.

L’ispettore Righi è sopraggiunto dopo qualche minuti in Questura, ubicata a pochi chilometri dall’Ospedale. Sul posto ha convocato il giudice competente e ha gli comunicato di aver risolto il caso. Sul posto dopo una mezzoretta è giunto anche il dott. Gavelli; si presentava tranquillo e sicuro si sé.

Righi: “dott. Gavelli lei dove lavora?”.

Gavelli: “lavoro in Neurochirurgia qui in Ospedale”.

Righi: “conosce quindi il dott. Guerrera?”.

Gavelli: “si siamo amici da 25 anni, abbiamo studiato assieme Medicina, ci siamo laureati nello stesso giorno e nella stessa università, le nostre famiglie si frequentano da sempre e io conosco tutto di lui”.

Righi: “quindi lei è sposato?”.

Gavelli: “si felicemente sposato e padre di due bellissime signorine, una è maggiorenne, l’altra è ancora adolescente; anche mia moglie è Medico e lavora presso un ospedale privato nell’entroterra imolese”.

Righi: “eravate amici con il Dott. Guerrera mi ha detto, ma che tipo di amici?”.

Gavelli: “che cosa sta insinuando? noi eravamo amici per la pelle, solo la morte ci ha separati ed è stata una morte atroce”.

Righi: “non ho detto nulla e non sto insinuando nulla; il tatuaggio che ha su quell’avambraccio però avvalora la mia tesi: voi eravate amici particolari, inseparabili, un cuor solo e un’anima sola; non è vero?”.

Gavelli: “lei continua ad insinuare; non le permetto di andare oltre e di infangare il mio buon nome e quello del mio amico Antonio”.

Righi: “non si agiti, presto questa storia sarà finita e lei finirà in galera; che c’è scritto su quel tatuaggio in mezzo a quel cuore stilizzato? A.G. e M.G. uniti per sempre. Lo stesso tatuaggio lo abbiamo trovato sull’avambraccio opposto del dott. Guerrera. Forse lui voleva lasciarlo e lei lo ha soffocato e finto il suicidio; dove ha preso quesi due deflussori?”.

Gavelli: “ma è impazzita? io amavo Antonio, non potevo ucciderlo”.

Righi: “ecco è quello che volevo sapere; lei si è tradito, da quando andava avanti la vostra relazione?”.

Gavelli: “non dica fesserie, lo amavo come amico e come professionista, non certo come si fa per un partner in una coppia nella vita; ora sta esagerando, chiamo il mio avvocato, da questo momento non parlo più”.

Righi: “come vuole, intanto ci deve spiegare chi le ha graffiato il volto e perché ha quei graffi e quelle ecchimosi sulle braccia; poi ci dirà tutto l’esame del DNA del materiale trovato sotto le unghie del dott. Guerrera; è stato bravo ad eliminare tutte le tracce; ma ci deve spiegare come ha fatto e quando lo ha ammazzato; non ha via di scampo oramai”.

Gavelli (in lacrime): “lo amavo sul serio, ma lui mi voleva lasciare dopo 25 anni passati assieme, dopo una storia d’amore che non aveva eguali; le nostre mogli e i nostri figli fino a qualche mese fa erano solo delle coperture e le nostre consorti sapevano tutti; non potevamo ufficializzare la cosa perché eravamo e siamo molto conosciuti nell’ambite medico nazionale ed internazionale e poi non volevamo mettere a rischio il futuro dei nostri pargoli; però due mesi fa è entrato nella vita di Antonio un Infermiere, lui gay dichiarato. Tra di loro è nata una storia clandestina nuova, lui era innamoratissimo e io non lo sopportavo. Gli ho chiesto spiegazioni l’altra mattina, ma mi ha cacciato dalla sua stanza dicendomi di non farmi più vedere e di non parlare con nessuno del suo nuovo compagno clandestino; sono andato via, ho sbattuto la porta e ho lasciato il reparto di corsa senza salutare nessuno. Una OSS mi ha guardato negli occhi, mi ha lasciato passare e non mi ha detto una sola parola, aveva capito che ero furibondo. L’altra sera ero di guardia in Neurochirugia; sono sceso giù, tutti dormivano in Medicina Prima, compreso i colleghi Medici, Infermieri e OSS. E’ stato facile entrare nella stanza di Antonio; prima di soffocarlo gli ho detto che l’amavo, ma lui non ha voluto sapere ragione, mi ha detto di sparire dalla sua vita. I deflussori ce li avevo per caso in tasca. Il resto già lo sapete”.

Righi: “agente ammanetti quest’uomo; lei è in arresto, può servirsi dell’aiuto di un legale, tutto quello che dirà da questo momento in poi potrà essere usato contro di lei”.

La conferenza stampa.

Il caso è stato risolto in 24 ore ed è salito agli onori delle cronache subito dopo. In conferenza stampa l’ispettore Righi ha voluto ringraziare “l’Infermiere Giacinto Bui per la professionalità dimostrata e per l’attaccamento al dovere, grazie a lui è stato possibile arrestare questo Medico che ha trasformato l’amore in odio e da salvatore di vite in Neurochirurgia si è trasformato in carnefice”.

Il giro in Vespa per Bologna.

L’ispettore Righi ha mantenuta la sua promessa. L’indomani mattina ha chiamato Bui per il giro a Bologna. Quest’ultimo si è presentato con la sua Vespa d’annata perfettamente restaurata. Dopo San Luca, la Torre degli Asinelli e Piazza Maggiore i due si sono fermati a sorseggiare un po’ di vino in via Massarenti.

Bui: “spero le sia piaciuta Bologna, in Vespa poi è ancora più meravigliosa, come lo è lei, Angelo piovuto in Emilia dalla Romagna; le posso dare del tu?”.

Righi: “non faccia il cretino e stia al suo posto; la posso sempre arrestare per guida in stato di ebbrezza”.

E’ questo il primo capitolo del romanzo poliziesco “L’Infermiere in giallo“, scritto da Angelo Riky Del Vecchio, direttore del quotidiano sanitario nazionale AssoCareNews.it. Le storie sono totalmente frutto della fantasia dell’autore, anche se ispirati a fatti di cronaca realmente accaduti.

Infermieri e delitti in ospedale. Le investigazioni del nurse-detective Giacinto Bui.

L’articolo Il Paziente impiccato. proviene da AssoCareNews.it – Quotidiano Sanitario Nazionale.