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Facebook è un social network che incarna i desideri più reconditi dell’animo umano.

Esibizionismo, voglia di apparire ed ostentare, velleità filosofiche e sentimentali trovano spazio per ognuno di noi. Ci regala i dieci minuti di notorietà e condivisione cui aneliamo.

Detta così parrebbe uno strumento di bieco individualismo e rappresentazione di esaltazione egoica.

Nulla di più sbagliato.

In realtà Facebook, ed i social in generale, rappresentano la deriva socialista cui la società occidentale, una volta opulenta edonistica e capitalistica, sta tendendo.

Social pare non stia per sociale, ma per socialista, nella sua declinazione deteriore, quellacomunista.

Pensateci bene.

Facebook

Facebook è gratis, tutti ne possono fruire

Salvo poi rendersi conto che la sua gratuità viene pagata con l’analisi precisa dei nostri gusti, e la pubblicità mirata e dedicata che ammorbera’ il nostro futuro prossimo.

La standardizzazione di gusti e pensiero, che deve tendere al pensiero unico sono garantiti.

Così come lo sfruttamento dei nostri pensieri a fini diversi di quelli che ci eravamo prefissati.

Chi lo comanda è ricco sfondato

Come in ogni sistema di socialismo reale, a fronte del limite di sopravvivenza della massa, vi sono la ricchezza ed i privilegi riservati alla nomenklatura. Chi comanda non si abbassa al livello del popolo bue. ‘Loro’ sono quelli che contano. Mica vorremo essere al loro livello.

E ‘loro’ sanno cosa è giusto per noi, senza nemmeno il bisogno di chiederlo.

Nessuno ci dice come e se funzionerà

Il sistema è creato per alimentare se stesso, non certo al servizio dei cittadini, quale vorrebbe proporsi. Nel caso non funzionasse è pronto l’alibi che non è stato ben sfruttato od utilizzato. Le storture sono a carico dell’utenza.

Il socialismo reale digitale è ben altro dalle sue applicazioni pratiche.

Nessuna privacy, solo controllo da parte del sistema

Come in 1984 di George Orwell, il Grande Fratello entra nelle nostre vite attraverso lo schermo. Display degli smartphone, dei tablet, dei PC. Siamo addirittura noi stessi che attraverso i nostri devices ci gloriamo e godiamo di mettere in piazza ogni aspetto della nostra vita, dal piatto di affettati al ristorante ai pensieri politici, dai gusti sessuali a quelli filosofici.

È l’esaltazione dell’invadenza e della censura, attraverso la solleticazione del nostro ego, farci ammettere le nostre convinzioni più recondite per poterle poi vagliare e prendere eventuali provvedimenti.

Dobbiamo ammetterlo: è geniale.

Un esperimento sociale planetario che si affianca a quello di abdicazione dei diritti più elementari ed essenziali portati dai lockdown generalizzati.

Il fine? Forse all’inizio nemmeno lo aveva, ma ora è chiaro a tutti: il controllo del pensiero.

L’aspetto più socialista ed importante di tutti, quello che caratterizza ogni sistema collettivistico è, infatti, il seguente.

La censura erta a sistema, che porta alla autocensura

L’eretico non è contemplato né tollerato.

Il dissidente va fatto sparire. Ieri nei gulag, oggi nel nulla, nel fuori web, nel fuori community.

Pensateci.

Facebook

Se scrivi o pubblichi qualcosa “contro gli standard della community” vieni oscurato, bloccato, censurato.

Ostracizzato dalla comunità. Semplicemente sparisci, ed in verità pochi se ne accorgeranno, intento come sono ad omaggiare lo Zuckerberg di turno.

Per giorni o per sempre, sei fuori dal social. Ai margini della società connessa.

Per adesso. Domani potresti trovarti il conto bloccato, l’auto (elettrica) che non parte.

Essere fuori dalla realtà tangibile.

Potresti trovare tuo figlio che ti denuncia alle autorità per la tua eresia, ‘per il tuo bene’.

Perché il nostro bene taumaturgicamente è conosciuto da pochi eletti, eletti da nessuno sia chiaro, che agitano timori di pandemie e cambiamenti climatici e chissà cosa per privarci del nostro quotidiano.

Perché sono i social della paura, della ripetizione di postulati sempre più banali e strumentali.

Perché Zuckerberg, o chi per lui, domani potremmo trovarcelo alla Casa Bianca, o all’ONU.

Ma noi saremo troppo intenti a pubblicare il nostro balletto sulla spiaggia, per occuparci della nostra libertà.

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