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Dopo l’elevazione e la profanazione della statua alla porchetta eretta a Trastevere, lasciate che io faccia un sommesso elogio, con tutto il cuore, la cotica e il cervello, al Maiale e al suo gustoso prodotto. Per darmi una parvenza erudita mi appoggerò al succulento libro di Roberto Finzi, L’onesto porco, uscito qualche anno fa in libreria e forse in salumeria. Il maiale è l’animale più diffamato dall’uomo, accusato di turpi vizi morali di cui è del tutto innocente, e preso in giro per l’aspetto fisico robusto, con punte di porcofobia da reato di lesa maialità.

Eppure è l’animale più prezioso, basso consumo e massimo rendimento: del porco, si sa, non si butta niente ed è una frase che non vale neanche per Omero, che a volte dorme, come dice pure il proverbio. Figuriamoci per la restante umanità. Non amiamo il maiale come il cane, il gatto o il cavallo, lo sfruttiamo e basta; una porcheria, ci vorrebbe un Marx dei suini. Eppure lui ci sfama, non pensa solo sibi et suinis. Porci ma leali, per parafrasare un famoso libro sessantottino, Porci con le ali (ma già D’Annunzio si era definito “porco alato”). Estendo la stima al suo rozzo cugino, il rustico cinghiale, versione primitiva del natìo porco selvaggio.

A Pasqua v’intenerite per gli agnellini ma nessuno si preoccupa del porco, della sua brutta fine di donatore multiplo di organi e zamponi. Anzi, ammazzare il porco è un rito festoso come se il maiale fosse felice di farsi rosolare, imporchettare, improsciuttire. È una bestia intelligente, è gustoso e sfizioso, sa stare a tavola, è anti-islamico, e non pensa ai suoi porci comodi. Da bambino fui inseguito da un maiale perché pretendevo di drizzargli la coda a spirale. Aveva ragione lui. Circe è una benefattrice dell’umanità, perché in molti casi e per molti uomini, diventare maiale è una promozione.

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