Champions League. Una finale quasi normale

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Ieri sera è stata giocata la finale di Champions League. Spostata (giustamente) da Istanbul a Porto. La cronaca vuole che si sono affrontate le due migliori squadre europee. Le due migliori squadre inglesi. E non è un caso.

Sono un appassionato di calcio, ma non mi fregio di esserne un esperto. Capisco poco di tattica e non conosco tutti i giocatori. Ma il calcio mi piace e parecchio. E mi piace vederlo giocare come ieri sera: a viso aperto. Correndo e lottando. Con giocatori che si sono “picchiati” con agonismo e in modo maschio. Ma senza cattiveria, se non quella agonista.

Chelsea e Manchester City hanno giocato la finale di Champions League senza risparmiarsi. Correndo e lottando. Ha vinto il Chelsea, ma la partita è sempre stata in bilico fino al 97°. Kai Havertz ha segnato al 42° del primo tempo dopo un bellissimo taglio.

Molto buona mi è sembrata anche la direzione dell’arbitro: lo spagnolo Lahoz. Ha lasciato giocare dando un’impronta dinamica e soda alla partita.

Una normalità quasi ritrovata

La mia disamina sportiva di questa finale di Champions League finisce qui. La cosa che mi è piaciuta di più è stata il ritorno ad una quasi normalità. Lo stadio “do Dragão” di Porto, impianto bellissimo, aveva gli spettatori. Un terzo della sia capienza, è vero. Ma c’erano tifosi e semplici appassionati.

Quel calore che solo il pubblico ti può dare. Evviva. E le mascherine? I bavagli che ci hanno messo per un anno e mezzo? Quasi del tutto sparite. Che meraviglia.

Anche durante la premiazione del Chelsea, tutti gli alti papaveri del calcio europeo erano a faccia scoperta. Come è giusto che sia.

Speriamo che sia un nuovo inizio per una ritrovata normalità.

Evviva il bel calcio (non il nostro), evviva lo sport. Evviva la libertà.

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