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I grandi narratori, e non per forza di vino, sono sempre da analizzare nel loro percorso evolutivo. Come si fa con i grandi filosofi o musicisti, quando si decide di approfondire dialoghi o sinfonie di “epoche diverse”. Perché di questo si tratta, di periodi, più o meno lunghi. Lo sa bene Gian Marco Viano, che nel 2014 ha scelto di dare un senso alla sua passione e iniziare la sua attività in Piemonte, Carema, al confine con la Valle d’Aosta. L’anfiteatro è di quelli magici, che bisognerebbe mappare a dovere per restituire ai degustatori più incalliti una fotografia: una scacchiera di vigneti che, con estremo divertimento, possono essere scoperti per una qualità che urla a ogni sorso. Il bello della storia di Monte Maletto, nome della montagna scelto in rappresentanza della azienda, non è da intendere come un “dare e avere” economico, ma come un senso di vita. Siamo di fronte a uno di quei ragazzi, oramai uomo spassionatamente innamorato del vino, che da quei primi vini scoperti e vissuti col padre Giovanni – nel Monferrato compravano damigiane di vino per imbottigliarle – non si è mai arreso per seguire quella sua parte più sentimentale fatta dell’ascolto del suo essere. Anche se a un primo approccio non può sembrare, quella di Gian Marco è un’esperienza che entra nel (suo) percorso e che resta nel (suo) silenzio sino a quando, dopo esperienze in ristoranti della Gran Bretagna – senza professione e conoscenza dell’inglese – e in qualche stellato italiano, e poi in una blasonata cantina di Barolo, emblema del Bricco delle Viole, capisce che versare e spiegare il vino non gli bastava più. Voleva costruire. Quello che aveva appreso del mondo dei consumi del vino, lo voleva riversare in qualcosa di suo, e per uno scopo personale. Ciò che è certo è che non sapeva che quel suo scopo sarebbe diventato quello di altri. Oggi è un faro per altri giovani produttori canavesani che lo vedono come uno che ce l’ha fatta e lui, così silenzioso e rigido, risponde con umiltà e con quella leggerezza di chi sa di stare operando con un pugno di vigneti dei 22 della denominazione piemontese. E che non ha di certo timore di dire la sua, ma neanche paura di ascoltare. L’atteggiamento umano è quello che ha verso le piante. Non a caso questo giovanissimo viticoltore è stato nominato dai Worlds 50 Best e dal Basque Culinary Institute tra i 50 Next, uno degli under 35 leader che cambieranno il mondo dell’enogastronomia. E, oggi, con questi pesi sulle spalle, è ancora più orgoglioso di essere uno dei portavoce del Carema e che, proprio per questo, decide di renderlo ancora più prezioso e proporlo in versione cru. E se poche, pochissime, erano le bottiglie, con La Costa si parla di un privilegio, sono 500 appena le bottiglie prodotte.

 

James’ Tasting

Carema La Costa 2018 Monte Maletto

Carema DOC

95/100

 

Nasce, perché un singolo appezzamento si faceva notare in vendemmia, come quei cavalli che scalpitano, anche senza volerlo, e dunque perché non provare a veder cosa succede se lo si isola? Diventa un solista che non piange certo per la solitudine, anzi. Si lascia vivere in tutta la sua gioiosa e vivacità fruttata, e innata, data da una silenziosa eleganza. Una pacatezza e compostezza tannica, così abbracciante, ma energica… È un nebbiolo di montagna che ha voglia di divertirsi, e si libera da quel fiato trattenuto nel vetro. Un fiume di fiori che lasciano passare le note più salaci e che, incolpevolmente, regalano una somma piacevolezza. È un sorriso, non ci sono spigoli o rumori.

 

 

montemaletto.it

 

 

L’articolo CAREMA LA COSTA 2018 MONTE MALETTO proviene da James Magazine – High Things, tra Bellezza, Arte e Champagne. Autore: Erika Mantovan

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