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Giovedì il Partito comunista cinese ha approvato un’importante risoluzione che interpreta e riscrive i principali fatti della storia della Cina negli ultimi cento anni: la risoluzione definisce il presidente Xi Jinping come uno dei leader fondamentali della storia recente della Cina, rafforzandone il potere e aprendo la strada a un suo terzo mandato come segretario generale del Partito e presidente del paese.

La “risoluzione sulla storia” è soltanto la terza approvata dalla fondazione del Partito comunista, nel 1921. Prima di Xi ne avevano fatta approvare una soltanto Mao Zedong, padre della rivoluzione cinese, e Deng Xiaoping, il leader che aprì la Cina all’economia di mercato e la trasformò in una potenza economica. Per entrambi, il passaggio delle rispettive “risoluzioni sulla storia” coincise con la conquista definitiva del potere sul Partito e con il loro innalzamento a figure di importanza epocale.

Accostandosi a questi due leader, Xi Jinping intende mostrarsi come colui che porterà la Cina in una “nuova era”.

«Xi vuole mostrare al suo paese che è indispensabile, che è un gigante politico alla pari con Mao Zedong e Deng Xiaoping, che sta trasformando la Cina in una potenza globale», ha scritto l’Economist.

Tre anni fa, Xi fece approvare una legge che eliminava il limite di due mandati per i leader cinesi: la fine del suo secondo mandato sarà tra un anno ma, al contrario di quanto avevano fatto i suoi predecessori, Xi non ha designato nessun erede politico e si è premurato di eliminare tutti i possibili rivali emersi nel corso del tempo. Ora, con l’approvazione di una “risoluzione storica” scritta da lui, Xi ha ancora più potere di prima per modellare a suo piacimento l’ideologia della Cina comunista, amplificare l’importanza degli eventi storici in linea con i suoi obiettivi politici, cambiare i libri di storia e creare un nuovo modello di indottrinamento e propaganda.

Xi Jinping al Congresso del Partito comunista cinese del 2017 (AP Photo/Andy Wong)

Come hanno scritto molti analisti, fornire una “corretta interpretazione” della storia è eccezionalmente importante per il Partito comunista: significa indicare ai propri cittadini qual è l’ortodossia ideologica vigente e ai membri del partito quali sono le linee politiche da seguire e cosa invece costituisce tradimento ed eresia.

Soprattutto, la “risoluzione sulla storia” serve per segnalare momenti di svolta epocali nell’evoluzione politica cinese.

Non è un caso che le risoluzioni di questo tipo siano state scritte esclusivamente dai leader più importanti della storia del partito. Benché dunque trattino eventi avvenuti nel passato, la funzione delle “risoluzioni sulla storia” è rivolta soprattutto al presente e al futuro. Come ha detto lo storico Geremie Barmé al New York Times, «non è davvero una risoluzione sulla storia passata, ma sulla leadership del futuro».

La risoluzione è stata approvata nel corso del sesto plenum (cioè la sesta riunione plenaria) del Comitato centrale del Partito comunista, che era cominciato l’8 novembre.

Sulla carta, il Comitato centrale è l’organo più importante all’interno del Partito, ma a causa della sua composizione affollata (i membri sono quasi 400, scelti fra i più importanti esponenti della politica, della burocrazia e dell’esercito) e della scarsa frequenza con cui si riunisce (ci sono sette plenum ogni cinque anni) in realtà il Comitato è superato in efficacia da diversi altri organi. Durante il plenum, che avviene a porte chiuse, solitamente vengono approvate misure già decise in precedenza, anche se di solito serve la sua approvazione formale per le decisioni di grande importanza, come quella di aprire all’economia di mercato nel 1978, le riforme economiche volute da Xi Jinping nel 2013 o la legge sulla sicurezza che ha privato i cittadini di Hong Kong delle libertà politiche nel 2020.

Il Comitato centrale ha approvato soltanto altre due “risoluzioni storiche”.

Una nel 1945, prima ancora che il Partito comunista conquistasse il potere in Cina (lo fece nel 1949): si intitolava Risoluzione su alcune questioni riguardanti la storia del nostro Partito e fu voluta da Mao Zedong, che era appena uscito da alcuni anni di purga ideologica dentro il Partito, nel corso della quale aveva fatto uccidere migliaia di intellettuali. La risoluzione del 1945 sancì il dominio di Mao sul Partito comunista, chiarì che soltanto lui poteva esprimere la «linea politica corretta» e pose le basi per il culto della personalità di Mao che si espresse nei decenni successivi.

Mao Zedong (Keystone/Hulton Archive/Getty Images)

La seconda risoluzione sulla storia fu approvata nel 1981. Mao era morto da pochi anni, nel 1976, e la leadership cinese aveva trascorso un lungo periodo di incertezze e tumulti. Nel 1979 Deng Xiaoping riuscì a prendere il potere, ma per poter ristabilire il sostegno dei cinesi a favore del Partito fece approvare una “risoluzione storica” (intitolata Risoluzione su alcune questioni riguardanti la storia del nostro Partito dalla fondazione della Repubblica popolare cinese) in cui venivano condannati i peggiori atti del governo pluridecennale di Mao, come il Grande balzo in avanti, che provocò una delle più grandi carestie della storia umana, e la Rivoluzione culturale.

Al tempo stesso, però, si diceva che i benefici portati da Mao alla Cina avevano sopravanzato i disastri: in questo modo Deng riuscì a mettere da parte il passato senza minare le fondamenta del Partito comunista, e avviò una lunga stagione di riforme di mercato che hanno trasformato il paese in una potenza economica.

La risoluzione sulla storia di Xi è piuttosto diversa da quella dei suoi due importanti predecessori. Anzitutto dal titolo, che è Risoluzione del Comitato centrale del Partito comunista cinese sui principali successi e le esperienze storiche della lotta centenaria del Partito. La risoluzione appena approvata non riguarda dunque “alcune questioni” da sistemare con il passato, ma sembra più che altro una rivalutazione della storia comunista per fare in modo che la sua traiettoria storica culmini in Xi Jinping e nei suoi progetti per portare la Cina in una “nuova era”.

Il testo completo della risoluzione approvata giovedì non è ancora stato pubblicato, ma i media di stato hanno diffuso un comunicato da cui emergono alcuni punti fondamentali.

L’idea generale è che nei suoi primi cento anni (tra il 1921 e il 2021) il Partito comunista avesse compiuto un «percorso glorioso»: «i successi del Partito e del popolo nel corso dell’ultimo secolo rappresentano il capitolo più eccezionale della storia millenaria della nazione cinese». Rispetto ai suoi predecessori, dunque, Xi non intende criticare né rettificare gli errori del passato: la storia del Partito comunista è una storia di successi in cui le atrocità dei decenni passati sono dimenticate o messe da parte.

Un manifesto con i grandi leader comunisti cinesi: dall’alto, e in senso orario, Mao Zedong, Deng Xiaoping, Hu Jintao, Xi Jinping e Jiang Zemin (AP Photo/Mark Schiefelbein)

La risoluzione dichiara raggiunto uno dei grandi obiettivi storici del Partito comunista, quello di creare una «società moderatamente prospera» entro il centenario dalla fondazione del Partito (dunque entro quest’anno) e pone le basi per il nuovo obiettivo, quello di trasformare la Cina in uno stato moderno, forte e armonioso entro il 2049, centenario della fondazione della Repubblica Popolare Cinese. L’idea di Xi è che per quella data la Cina sarà la prima potenza mondiale e che questo obiettivo, ovviamente, non potrà essere raggiunto senza la sua leadership.

Come ha scritto Charles Parton, un ricercatore del centro studi Council on Geostrategy, «proprio come Mao nel 1945 si trovava all’inizio di una nuova era e Deng nel 1981 aveva avviato l’era delle riforme, così Xi ha dichiarato una nuova era, la terza fase del “marxismo cinese”».

Nella seconda metà dell’anno prossimo si terrà il grande congresso quinquennale del Partito comunista, quello in cui, tradizionalmente, vengono scelti i nuovi leader del paese.

Xi nel 2022 terminerà i suoi due mandati e dovrebbe cedere il potere, ma questo quasi certamente non avverrà. Al contrario, negli ultimi anni ha fatto di tutto per accentrare il potere ed elevare il suo status. Dalla sua entrata in carica, tra il 2012 e il 2013, Xi ha avviato una grande campagna per l’eliminazione dei suoi nemici; nel 2016 si è fatto nominare “nucleo della leadership”, cioè figura centrale del Partito comunista, al pari di Mao e Deng; nel 2018 ha fatto eliminare il limite dei due mandati di governo, e infine ha fatto promulgare una “risoluzione sulla storia” che lo individua come una delle grandi figure del Partito.

Xi non ha più veri rivali in Cina, ma questo non significa necessariamente che il dissenso interno non esista.

Come ha ricordato il New Yorker, è proprio la storia del Partito comunista a mettere in dubbio l’idea che il suo dominio rimarrà sereno e incontrastato: durante il dominio decennale del Partito comunista sulla Cina una transizione pacifica del potere è avvenuta soltanto una volta. «Molto più spesso, la pressione delle ambizioni e le divisioni interne al Partito hanno dato origine a scontri improvvisi per il potere».

– Leggi anche: Il Partito comunista cinese ha 100 anni

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