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Le informazioni di 533 milioni di account Facebook sono stati illegalmente pubblicati su un forum telematico di pirati hi-tech. Il commento di Umberto Rapetto, direttore di Infosec.news

Le informazioni di 533 milioni di account Facebook sono stati illegalmente pubblicati su un forum telematico di pirati hi-tech, dimostrando la fragilità dei sistemi di sicurezza della ciclopica piattaforma social.

Nomi, cognomi, indirizzi di casa, numeri telefonici, e-mail e tante notizie biografiche sono finite in pasto ai curiosi e ai malintenzionati.

Tutto quel che gli utenti hanno inserito sulle pagine per “descriversi”, fornire dettagli agli amici o semplicemente per soddisfare la “fame” di dati di Zuckerberg & C., è adesso online. Chi ha una minima dimestichezza con i pericoli informatici sa perfettamente che questi elementi conoscitivi possono essere utilizzati dagli hacker per rubare l’identità dei malcapitati e per commettere frodi e truffe in nome e per conto loro.

Anche se i dati non sarebbero recentissimi (si tratterebbe di uno “scippo” fatto all’inizio dell’estate del 2019) è facile immaginare non siano poi cambiati così significativamente (basti pensare a chi ha da dieci anni la stessa utenza telefonica…) e quindi il rischio incombe.

A dare questa “bella” notizia è Alon Gal, chief technology officer della società di computer security Hudson Rock, che invece di mandare un normale bigliettino di auguri di Pasqua ad amici e parenti, ha provveduto a twittare la terribile scoperta.

Si tratta di un archivio ovviamente sterminato che include le generalità e altre informazioni relative a soggetti dislocati in 106 Paesi in giro per il mondo.

Se è vero che gli utenti di Facebook sono oltre due miliardi, con un piccolo sforzo aritmetico si deve prendere atto che un account su quattro è indebitamente “trasparente” per chi ne voglia approfittare.

Chi ha buona memoria ricorda lo scandalo di “Cambridge Analytica” che con la violazione di “soltanto” 80 milioni di profili Facebook fece tremare il mondo agitando lo spettro di interferenze nelle elezioni americane del 2016 e che solo in Australia deve “meritare” a Zuckerberg 153 miliardi di euro di multa.

La circostanza deve far riflettere chi gestisce questa infinita mole di dati, rammentando le responsabilità che, in virtù delle diverse leggi che in ogni angolo del pianeta tutelano le informazioni personali, gravano su chi li utilizza.

Il fatto, però, deve essere di insegnamento agli habitué dei social e in particolar modo a chi “si beve” tutte le raccomandazioni che quelle piattaforme sono solite propinare a chi se ne serve.

In maniera ossessiva – nel corso delle operazioni di identificazione e autenticazione degli utenti (in pratica a ridosso della digitazione dell’account e della password) – sullo schermo appare l’invito ad inserire il proprio numero telefonico per presunte “ragioni di sicurezza”.

Qualcuno (e non solo qualcuno) non ha tardato ad ubbidire, mostrando diligenza e fiducia.

Ma c’è chi crede davvero che, se succede qualcosa sul proprio profilo, il cellulare comincia a squillare e un affettuoso operatore si presenta dicendo “Scusi il disturbo, vorremmo avvisarla che qualche birbaccione….”, raccontando le malefatte appena condotte a termine dal brigante di turno?

Se quelli di Facebook si accorgono automaticamente di possibili cyber-marachelle perché non le bloccano altrettanto automaticamente?

Nel frattempo il numero dei cellulari di chi a suo tempo ha aderito alla sollecitazione di Facebook è in vendita su Telegram…

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