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«Vaccini senza brevetti? Così si rischia di fermare l’innovazione scientifica»

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Intervista al professore e avvocato Aristide Police, ordinario di diritto amministrativo alla Luiss: «Nel medio periodo, misure straordinarie sui brevetti determinerebbero un grave disincentivo per le imprese farmaceutiche nell’investire in ricerca, laboratori e personale»

Togliere temporaneamente i brevetti ai vaccini anti-covid: è ciò che chiedono al premier, Mario Draghi, Medici Senza Frontiere, la Federazione Nazionale degli Ordini dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri ( FNOMCeO), Silvio Garattini, Presidente Istituto di Ricerche Farmacologiche Mario Negri e molti altri. Sul fronte internazionale anche il Premio Nobel per la pace Mohammad Yunus ha lanciato un appello all’Organizzazione mondiale del commercio a favore della liberalizzazione dei brevetti. L’obiettivo? Non lasciare indietro i Paesi in via di sviluppo o in estrema povertà. La proposta è stata al momento respinta dai Paesi ricchi perché i brevetti rappresentano importanti incentivi all’innovazione. Ne parliamo con il professore e avvocato Aristide Police, ordinario di diritto amministrativo presso la Luiss “Guido Carli”, che ci dice: «Nel medio periodo, misure straordinarie sui brevetti determinerebbero un grave disincentivo per le imprese farmaceutiche nell’investire in ricerca, laboratori e personale e, alla lunga, si renderebbe necessaria una nazionalizzazione dell’industria farmaceutica con la spesa a carico della fiscalità generale».

Professore da più parti stanno chiedendo di togliere i brevetti ai vaccini anti- covid. Qual è il suo pensiero in merito?

Ci sono due questioni preliminari da evidenziare. Bisogna innanzitutto ricordare che ci sono varie tipologie di vaccini contro il covid. Alcuni sono prodotti nei Paesi occidentali, altri in Cina e in Russia. Pertanto, la richiesta di sospensione dell’esclusiva derivante dalla titolarità del brevetto pone un interrogativo preliminare relativo al tipo di vaccini di cui stiamo parlando. Lo scenario ideale che si dovrebbe verificare è quello nel quale la sospensione dovrebbe essere garantita su base volontaria da tutte le imprese che li hanno prodotti, non soltanto da una o alcune fra esse. Tuttavia, questa prospettiva è del tutto irrealistica perché presupporrebbe un accordo fra tutti i diversi produttori e soprattutto fra diversi Paesi.

E la seconda questione?

A mio parere sospendere l’esclusiva propria del brevetto determina – quantomeno temporaneamente – un vero e proprio esproprio in danno di chi legittimamente ne ha la titolarità. Pertanto, si pone un tema che riguarda la compensazione del costo sostenuto dalle imprese che hanno sviluppato il vaccino. Ciò senza dire che la sospensione dell’esclusiva derivante dal brevetto – anche ove in qualche modo compensata o indennizzata – determinerebbe la perdita di margini di profitto che sono non solo leciti ma anche funzionali allo sviluppo dell’attività futura di investimento e ricerca della produzione industriale.

Chi ha la titolarità per decidere l’esproprio? L’Unione Europa o il singolo Stato?

Ricordiamo che beneficiari di tale “esproprio” dovrebbero essere i Paesi che non hanno le risorse economiche per acquistare i vaccini. L’Unione Europea non ha una competenza di questo genere. Invece i singoli Stati potrebbero esercitare poteri ablatori ( di esproprio) sui brevetti ma le Costituzioni di molti Stati – soprattutto di quelli occidentali – prevedono che in caso di esercizio di potestà ablatoria sia prevista appunto la corresponsione di un equo indennizzo. Ciò significa che lo Stato che espropria deve corrispondere un indennizzo a carico dell’erario pubblico in favore delle imprese che detengono il brevetto. Anche per le finanze di Stati più ricchi questa operazione sarebbe molto onerosa in quanto anche nei Paesi economicamente più sviluppati si pone un significativo tema di finanziamento pubblico per sostenere degli straordinari impegni economici per fronteggiare la pandemia. E, del resto, a livello europeo gli strumenti del Recovery Fund e del MES ne sono una riprova.

Esiste anche un problema geopolitico?

Certo. E questo è il terzo elemento che complica la discussione. Alcuni Paesi come la Cina e la Russia utilizzano la diffusione e la distribuzione sostanzialmente gratuita dei propri brevetti in altri Stati per aumentare il proprio peso geopolitico e la loro influenza sui medesimi.

Chi chiede di rendere pubblici i brevetti lo fa in nome della eccezionalità del momento. Addirittura il Premio Nobel per la pace Mohammad Yunus ha parlato di “apartheid vaccinale”. A suo parere quali sono i termini giusti per affrontare la questione?

C’è un tema di giustizia sociale e quindi nessuno dubita che sia doveroso sussidiare Paesi in via di sviluppo, come India, Brasile, Sudafrica, o ancor di più Paesi gravemente sottosviluppati, che non possono reperire in maniera autonoma i vaccini. Il vero problema è che non sempre ciò che è giusto è sempre concretamente praticabile. Si tratta quindi di una aspirazione molto nobile ma che si può intraprendere soltanto secondo le regole della cooperazione internazionale e avvalendosi delle istituzioni sovranazionali, a cominciare dalle nazioni Unite e dall’organizzazione Mondiale della Sanità. Ci dovrebbe essere un concorso di una pluralità di Stati che volontariamente si assumono gli oneri economici per assicurare la diffusione del vaccino anche a questi Paesi.

Lei intende comprare lotti di dosi, tenendo il brevetto segreto?

Non c’è dubbio. Non è sostenibile – né in realtà utile – la misura della sospensione della esclusiva dei brevetti se poi non si provvede a produrre i vaccini e a curarne la distribuzione fra le popolazioni. La soluzione, come dicevo, potrebbe essere quella della cooperazione tra Stati che si impegnano ad acquistare dosi per il Paesi non autosufficienti. Ma anche in questo caso la questione è complessa perché al momento non si riesce a far fronte neanche ai bisogni dei proprio cittadini. Ed in ogni caso socializzare questi sforzi, ossia imporne il costo agli Stati nazionali e quindi a tutti coloro che pagano le tasse, è insostenibile. È molto difficile nei Paesi democratici che un Governo eletto possa conservare la propria base elettorale chiedendo ai propri elettori di destinare parte delle tasse – magari incrementandole – a vantaggio di politiche di vaccinazione delle popolazioni degli Stati in via di sviluppo.

Alcuni sostengono che anche pubblicando il brevetto ci sarebbero sempre problemi di approvvigionamento. L’offerta non sarebbe mai in grado di rispondere alla domanda.

Ed infatti le difficoltà attuali nei maggiori Paesi più sviluppati riguardano l’approvvigionamento dei vaccini e non il costo degli stessi. A prescindere dai diritti (e dai profitti) derivanti dall’utilizzazione dei brevetti, è chiaro che bisogna aumentare il numero degli stabilimenti produttivi e la produttività di quelli già esistenti.

Probabilmente la questione è stata affrontata in termini troppo semplici, con quel retaggio culturale che ci vuole sempre in opposizione ai Big Pharma?

Direi semplicistici, frutto di una valutazione quantomeno superficiale della complessità dei problemi. Il tema vero è che la generazione del profitto è la ragione stessa del fatto che noi per fortuna adesso abbiamo i vaccini. Se non ci fosse il profitto, non ci sarebbe impresa, se non ci fosse impresa ci troveremmo ancora nei secoli bui. Nel medio periodo, misure straordinarie sui brevetti determinerebbero un grave disincentivo per le imprese farmaceutiche nell’investire in ricerca, laboratori e personale e, alla lunga, si renderebbe necessaria una nazionalizzazione dell’industria farmaceutica con la spesa a carico della fiscalità generale.

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