vaccini,-c’e-un-problema:-si-parte-con-la-seconda-dose,-ma-la-gran-parte-degli-italiani-dovra-pazientare
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Redazione
15 gennaio 2021 19:31

È una corsa contro il tempo quella della vaccinazione anti-Covid in Italia, ma il rischio, al ritmo attuale, è solo che bisognerà attendere diversi mesi per raggiungere l’obiettivo dell’immunità di gregge fissato dal governo per la fine dell’estate, con una probabilità di selezionare varianti immuno-resistenti che cresce quanto più si allunga nel tempo la campagna di vaccinazione. Secondo un calcolo del professor Davide Manca, professore di Sistemi di Processo del Politecnico di Milano, con il ritmo attuale occorreranno ancora due anni e 159 giorni per arrivare ad un effetto di immunità di gregge. Ovviamente una accelerazione è attesa con l’arrivo dei nuovi vaccini come quello prodotto da Astra-Zeneca, e su cui l’Italia conta una opzione per 40 milioni di dosi per il 2021. L’ente regolatorio europeo dovrebbe autorizzarne l’uso il 27 gennaio prossimo e i primi flaconi dovrebbero arrivare a marzo. Tempi ancora più lunghi per le 53 milioni di dosi del vaccino Johnson e Johnson, un preparato che deve ancora però essere validato.

L’obiettivo del governo è di vaccinare 21,5 milioni di persone entro fine maggio/giugno grazie all’impiego, dalla prossima settimana, di altri 1.500 medici e infermieri. Ma come abbiamo visto il problema sono proprio le dosi che mancano anche alla luce dell’annunciato rallentamento delle consegne di Pfizer.

Se infatti il governo guarda al traguardo del milione di vaccinati (omettendo di dire che per alcuni non c’è ancora nei magazzini la seconda dose necessaria per l’immunizzazione), l’ultimo annuncio di Pfizer non aiuta a essere ottimisti: a cavallo fra gennaio e febbraio rallenteranno le consegne nell’Ue da parte del colosso farmaceutico statunitense. Il governo tedesco quantifica il ritardo in “3-4 settimane”. Dietro le “fluttuazioni” nel fornimento, ha spiegato Pfizer, c’è la necessità ristrutturare l’impianto belga di Puurs per aumentare il ritmo produttivo.

“Appena ho saputo del ritardo nella produzione di Pfizer – ha dichiarato la presidente della Commissione Ue, Ursula von der Leyen -, ho chiamato l’amministratore delegato: mi ha rassicurato che tutte le dosi previste per l’Ue saranno consegnate nel primo trimestre”. Forse non a caso, alla vigilia dell’annuncio del cambio di programma, Pfizer aveva ufficialmente ‘suggerito’ alle autorità italiane di estrarre anche la sesta dose dalle fiale, come già succede negli hub vaccinali dove sono state fornite le siringhe di precisione. Una soluzione che avrebbe consentito di ottenere il 20% di dosi in più rispetto al milione finora iniettate (1.002.044), il 66% di quelle disponibili.

Intanto chi ha partecipato al V-Day del 27 dicembre, fra domenica e lunedì riceverà la seconda dose: per i richiami già programmati si utilizza la riserva del 30%, ma in diverse regioni Pfizer-BioNTech è in via di esaurimento e, se necessario, si utilizzeranno le fiale dell’altro vaccino disponibile, Moderna, che è compatibile.

Vaccini, per Crisanti serve il lockdown

Per alcuni osservatori, come l’ex direttore di Repubblica Mario Calabresi, “ci vuole il coraggio di dire la verità, perché se arriva una variante per cui i vaccini non funzionano, bisogna cominciare da capo”, ha detto a Piazza Pulita su La7, per cui l’unica soluzione è “chiudersi in casa per quattro settimane e fare non 60mila vaccinazioni al giorno come adesso ma tre volte tanto”.

Sulla stessa linea il professor Andrea Crisanti: “Bisogna comunque abbattere la trasmissione del virus: non è successo mai nella storia di campagne di vaccinazione fatte partire durante l`epidemia. è la ricetta per selezionare varianti resistenti. Bisogna ridurre il numero dei positivi”, in altre parole “fare un resetting per tre o quattro settimane e poi vaccinare a palla”.

Coronavirus, la variante brasiliana

La principale preoccupazione deriva dalle notizie che arrivano dal Brasile dove un’infermiera 45enne si è ammalata con una nuova variante del coronavirus cinque mesi dopo essersi ripresa da una precedente infezione causata da un ceppo più vecchio. Nella seconda infezione i sintomi della donna sono peggiorati. Quando i ricercatori hanno confrontato i campioni hanno scoperto che l’ultimo presentava la mutazione genetica, chiamata E484K, che cambia la forma della proteina spike all’esterno del virus in un modo che potrebbe renderla meno riconoscibile al sistema immunitario rendendo più difficile il compito degli anticorpi. Un primo caso della variante brasiliana è stato registrato anche in Gran Bretagna.

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