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L’analisi dell’editorialista Giuliano Cazzola

Vladimir Putin non è amato dagli ex comunisti (e dalle altre varie ‘”umanità” di una certa sinistra) di casa nostra. Lo Zar è stato uno degli affossatori dell’Urss, che – anche nella critica invero sempre garbata – ha sempre rappresentato – prima di implodere da sola – un  punto di riferimento per il Pci. Non si dimentichi, infatti, che anche nella dichiarazione dell’Ufficio politico dei 21 agosto del 1968, quando il partito espresse un “grave dissenso” per l’invasione della Cecoslovacchia da parte della truppe del Patto di Varsavia, veniva ribadito “ancora una volta il profondo, fraterno e schietto rapporto che unisce i comunisti italiani alla Unione Sovietica”.

Oggi la Russia ha ripudiato la Rivoluzione d’Ottobre (il 7 novembre non è più il giorno della esibizione della potenza militare sulla Piazza Rossa in presenza delle delegazioni dei partiti comunisti di tutto il mondo); ha abbandonato la ‘’socializzazione dei mezzi di produzione e di scambio’’; ha costruito un’economica oligarco-capitalista sulla base di una ideologia mafio-liberista.

Sul piano istituzionale per la Federazione russa si è coniata una definizione specifica: una democratura; un regime che non esita a fare uso del polonio, della diossina e dei killer (quelli che da noi le ‘’anime belle’’ chiamano i servizi deviati) per far tacere gli oppositori, nonchè della carcerazione con gravi accuse Navalny è un buon testimone anche del rischio che si corre sorbendo un thè). L’esercito russo non è più la gloriosa Armata rossa, protagonista della Rivoluzione contro i Bianchi sostenuti dalle potenze occidentali; e, nella Seconda guerra mondiale, principale artefice – con il tributo di 20 milioni di morti – della sconfitta della Germania nazista grazie ad una lunga e valorosa controffensiva che da Stalingrado arrivò a Berlino. Certo nel secolo scorso l’Armata rossa ha fatto alcune visite discutibili nei Paesi satelliti, ma c’era pure sempre da salvare il socialismo di fede moscovita contro le eresie interne e la perenne minaccia dell’Occidente.

Di recente, un noto giornalista di fede irriducibile ha persino dato alle stampe un saggio nel quale la responsabilità della costruzione del Muro di Berlino viene attribuita alla Nato (tralasciando la circostanza che a demolirlo furono i tedeschi della DDR il 9 novembre 1989, senza che Gorbaciov muovesse un dito). Quindi va da sé che di fronte all’aggressione, in diretta televisiva, dell’Ucraina, assistendo ai bombardamenti, alle distruzioni, ai civili che cercano protezione nel sottosuolo, ai bambini che raggiungono a piedi il confine con la Polonia ci vorrebbe tanto pelo nello stomaco per ‘’stare’’ con Putin.

Ma in certi ambienti l’odio per l’Alleanza atlantica (‘’fuori la Nato dall’Italia, fuori l’Italia dalla Nato’’) è più forte e radicato. Così dal ‘’non con le Br non con lo Stato’’, si è passati al ‘’non con Putin né con la Nato’’, come se in Ucraina ci fossero truppe Nato impegnate a contrastare l’avanzata russa.

Sembrerebbe, infatti, che la guerra scatenata dalla Russia (con l’appoggio della Bielorussia) abbia un carattere difensivo contro l’accerchiamento dell’Alleanza atlantica. E a chi afferma che la Nato non ha mai aggredito nessuno si obietta che non è vero, perché le sue truppe sono intervenute in Kosovo e i suoi aerei hanno bombardato Belgrado (per fortuna dimenticano la Guerra di Corea). Il bello è che a quelle operazioni prese parte anche l’Italia per iniziativa di un governo presieduto da un ex comunista. C’è chi sostiene che sia stato proprio Bill Clinton a volere quel cambio di guardia a Palazzo Chigi (pilotato da noi da Francesco Cossiga) nella consapevolezza che solo un ex comunista avrebbe potuto mandare gli aerei al di là dell’Adriatico senza sollevare proteste in Italia da parte dei pacifisti a senso unico.

Il fatto che gli ex Paesi satelliti si siano proposti liberamente di aderire all’Alleanza atlantica non conta? Come prova della malafede dell’Occidente viene evocato il gentlement’s agreement tra Bush e Gorbaciov a Malta nel 1991, quando gli Usa si impegnarono a non allargare la loro influenza ad Est. Non mettiamo in dubbio questa intesa (recentemente chiamata in causa anche da Bernie Sanders in un articolo sul Guardian). Ma tutto quello che è venuto dopo non conta? L’Urss è uscita di scena. La Russia ne rivendica l’eredità?

Nel 2002 furono stipulati, a Roma, gli accordi di collaborazione tra i Paesi Nato e la Russia (Putin era già al potere da due anni), tanto che la Federazione russa insieme ad altre Repubbliche ex sovietiche assunsero lo status di paese associato. L’ingresso delle nazioni ex satelliti nella Alleanza avvenne tra il 1999 e il 2004, quando la Russia faceva parte del G8 (è stata esclusa dal 2014 dopo al’annessione della Crimea).

Perché allora nel 2022 la Russia si accorge di essere accerchiata e non si accontenta di annettersi il Donbass, ma invade l’Ucraina? La risposta è la seguente: l’Ucraina aveva chiesto l’adesione alla Nato. Questa richiesta però era in sonno dal 2008 e ad avanzarla era stato un presidente filo-russo. Poi – come ha ricordato Paolo Mieli – “venne il 2014 con piazza Maidan, la «rivoluzione arancione» a cui si accompagnò l’annessione russa della Crimea. Da quel momento la questione Ucraina-Nato è rimasta lì, sospesa. Niente è accaduto che possa giustificare l’apertura di una crisi di queste proporzioni’’. Anzi Olaf Scholz – quando Putin aveva già predisposto il piano di aggressione – si era recato a Mosca per assicurare lo Zar che l’adesione dell’Ucraina non era all’ordine del giorno della Nato.

Un’ultima considerazione va fatta. Come ha detto Luigi Manconi esiste una cesura invalicabile tra la guerra scatenata da Putin e la individuazione delle cause remote che possono aver logorato la situazione in quello scacchiere. Putin non si difende; è un aggressore e va fermato. In tutti i misfatti della storia si trovano sempre degli argomenti che possono spiegare certe tragedie, ma non giustificarle. Quelli della mia generazione ricordano che – durante la guerra del Vietnam – il presidente del Consiglio allora in carica dichiarò in Parlamento che il governo Usa meritava ‘’comprensione’’. E a voler cercare il pelo nell’uovo gli americani avevano le loro ragioni (ricordiamo il film ‘’Il Cacciatore’’). Ma i democratici di tutto il mondo stettero dalla parte giusta.

Articolo pubblicato su huffingtonpost.it

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