Tartufo Tuber mesentericum Friuli-Venezia Giulia

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Il Friuli-Venezia Giulia è stata tra le ultime regioni italiane a prendere
coscienza di una propria vocazionalità tartuficola. La specie commerciabile
predominante in regione è il tartufo mesenterico (Tuber mesentericum)
che, pur se meno valutato, fornisce buone produzioni, interessanti non
solo per il consumo fresco, circoscritto al periodo di raccolta compreso tra
settembre e dicembre, ma anche per il prodotto trasformato, che potrebbe
essere disponibile almeno fino all’inizio dell’estate.
Le vallate e la pedemontana Pordenonese sono particolarmente vocate a
questo tartufo.
Da qui l’esigenza di uno studio e valorizzazione non solo per il tartufo stesso, ma
anche in ottica di valorizzazione del territorio e di un turismo gastronomico.
I funghi micorrizici ipogei
Il regno dei funghi è caratterizzato da una grandissimo numero di specie note
e da un’estrema complessità di forme, strutture e cicli biologici. Adottando
la corretta terminologia tassonomica, l’interesse della nostra Associazione
è però circoscritto alla divisione Eumycota e specificamente ai funghi eduli
della sottodivisone Ascomycotina che formano corpi fruttiferi sotterranei e che
per questa caratteristica vengono identificati con il termine generico di funghi
tartufigeni. Scorrendo la tassonomia, siamo quindi interessati all’ordine delle
Tuberales, alla famiglia Eutuberacee e al genere Tuber.
Caratteristica biologica fondamentale delle specie tartufigene è quella di
stabilire simbiosi, cioé relazioni di mutuo scambio, con piante superiori
rappresentate soprattutto da specie arboree forestali. Gli scambi – di
composti organici, elementi nutritivi e acqua – avvengono nel suolo attraverso
una particolare connessione anatomica tra fungo e apici radicali della pianta
arborea denominata micorriza, che al microscopio ottico si presenta come un
manicotto apicale di aspetto feltroso.
Più in dettaglio, le micorrize che si formano dall’incontro tra specie tartufigene
e piante superiori sono denominate ectomicorrize perché il micelio del fungo
non penetra all’interno delle cellule dell’apparato radicale, ma esclusivamente
negli spazi vuoti dei tessuti radicali, dove hanno fisicamente luogo gli scambi
tra i due organismi. Nel corso del suo ciclo biologico il fungo micorrizico utilizza
le sostanze messe a disposizione dall’albero simbionte per vivere e arrivare
alla fruttificazione, producendo corpi fruttiferi che possono svilupparsi sopra
o, nel nostro caso, sotto la superficie del suolo.
Il tartufo mesenterico
Il tartufo mesenterico è stato descritto per la prima volta dal Vittadini nel
8 La diffusione del Tuber Mesentericum in Friuli-Venezia Giulia
1831, che gli ha conferito l’aggettivo mesentericum per ricordare che le
tipiche ripiegature delle vene dell’ascocarpo rassomigliano alle circonvoluzioni
dell’intestino nel sacco peritoneale (mesentere). Nomi volgari, oltre a quello di
tartufo mesenterico, sono quelli di tartufo nero ordinario e di tartufo di Bagnoli
(dalla località campana di Bagnoli Irpino).
La sua identificazione si basa, ancor oggi e nonostante le sofisticate tecniche
di biologia molecolare esistenti, sulla morfologia dei corpi fruttiferi, che gioca
un ruolo decisivo nella distinzione tra le diverse specie di Tuber. I corpi fruttiferi
del tartufo mesenterico hanno una forma rotondeggiante quasi sempre
caratterizzzata da una sezione reniforme, con depressione basale più o meno
(come nella foto sottostante) accentuata.
Entrando nel dettaglio, altri aspetti macroscopici e microscopici impiegati nel
riconoscimento di questo fungo sono:
• la forma e le caratteristiche del peridio (il tessuto esterno del corpo fruttifero)
che deve avere un colore molto scuro o nero con piccole verruche piramidali
a spigoli vivi come quelle visibili nella figura.
• le dimensioni vanno dalla nocciola ad un mandarino; in Friuli non è raro trovare
esemplari che raggiungono le dimensioni di un grosso arancio e pesi, alle volte, anche superiori ai 300 gr.
• l’aspetto della gleba (la polpa del corpo fruttifero) i l
cui colore vira dal bianco al grigio-bruno ed è solcata
da venature bianche il cui andamento tortuoso
caratterizza il tartufo mesenterico ed è ben
visibile nella foto seguente.
• le caratteristiche degli aschi e delle
ascospore, le strutture riproduttive sessuali degli Ascomiceti. Gli
aschi sono le cellule madri delle
ascospore, che vengono liberate a maturità del corpo fruttifero.
Aschi e ascospore sono visibili al
microscopio ottico. Nella figura
seguente si vede un asco di
tartufo mesenterico contenente tre ascospore. Gli aschi del
tartufo mesenterico contengono
da 1 a 6 ascospore ellittiche caratterizzate, come in figura a pagina successiva, da una densa reticolatura.
Un’ultimo aspetto utilizzato nella classificazione dei funghi, e delle specie tartufigene in particolare, è quello organolettico. Nel caso del tartufo mesenterico,
l’odore caratteristico è quello di tintura di iodio o di bitume che si sente nel fungo appena raccolto e che tende a svanire dopo qualche ora e con la cottura.
L’odore del corpo fruttifero gioca un ruolo importante anche nelle operazioni di
ricerca e raccolta dei corpi fruttiferi, che possono essere fatte solo con l’ausilio
di cani opportunamente addestrati per il suo riconoscimento.
Le caratteristiche macroscopiche del corpo fruttifero delle specie tartufi-
La diffusione del Tuber Mesentericum in Friuli-Venezia Giulia 9
gene non hanno solo valore
scientifico, ma anche una
notevole importanza per la
commercializzazione dei
tartufi. Su di esse si basa
la differenziazione dei
vari tartufi commerciabili, la valutazione della
qualità del prodotto e
il prezzo che esso può
raggiungere. Nel caso
del tartufo mesenterico,
le caratteristiche morfologiche sono indispensbili per
distinguerlo dal tartufo estivo o
tartufo scorzone (Tuber aestivum),
specie geneticamente affine al Tuber
mesentericum. I caratteri differenziali sono
rappresentati dall’aspetto reniforme del tartufo mesenterico, dagli spigoli vivi delle verruche del peridio, dall’andamento
circonvoluto delle vene della gleba e dall’odore di iodoformio.
Diffusione e biologia del tartufo mesenterico
Il nostro fungo ipogeo è presente in buona parte dell’Europa centrooccidentale, nelle aree pedemontane e montane che vanno dai Pirenei
ai Carpazi e che sono caratterizzate dalla presenza di formazioni rocciose
calcaree o comunque ricche in carbonato di calcio. In Italia, si ritrova in parte
dell’arco alpino, lungo la dorsale appenninica e in Sardegna: come con altre
specie di Tuber, per motivi climatici le aree produttive italiane tendono a salire
in altitudine secondo la direttrice nord-sud. Nel caso del tartufo mesenterico
si passa dalle quote inferiori ai 200 m di altitudine dell’alta pianura friulana agli
oltre 1500 m degli Appennini meridionali.
I simbionti di questa specie tartufigena sono rappresentati da varie essenze
arboree forestali che sono comuni anche ad altre specie del genere Tuber, le
più comuni tra queste sono il carpino nero (Ostrya carpinifolia), il cerro (Quercus
cerris), il nocciolo (Corylus avellana) e la roverella (Quercus pubescens). A
queste specie si aggiungono il faggio (Fagus sylvatica), il pino nero (Pinus
nigra) e il pino silvestre (P. sylvestris), che il tartufo mesenterico ha in comune
solo con il tartufo estivo o scorzone (Tuber aestivum). In Friuli le piante simbionti
più diffuse sono il nocciolo ed il carpino nero.
Come alcune altre specie di Tuber, il tartufo mesenterico ha la capacità di
creare aree denudate intorno all’albero simbionte, denominate “pianelli” o
“bruciate”. Uno di questi è ben visibile nella foto a pagina successiva.
I pianelli sono imputabili all’attività “diserbante” del fungo, il quale produce
sostanze allelopatiche che impediscono la germinazione e la crescita delle
piante erbacee, in particolar modo le graminacee. La creazione del pianello
non è però obbligatoria: nei boschi fitti lo sviluppo dello strato erbaceo viene
limitato semplicemente dall’ombra creata dalle chiome e il tartufo mesenterico
può limitare l’intervento diradante, risparmiando energia metabolica.

La funzione del pianello non è stata ancora chiarita del tutto. È certo che
nella zona diradata si verifica un aumento dell’aerazione e della sofficità
del suolo. Sembra, inoltre, che i materiali organici delle piante erbacee
eliminate siano utili al tartufo per il suo nutrimento, forse nella fase di
accrescimento dei corpi fruttiferi.
Il tartufo mesenterico fruttifica dall’autunno all’inizio della primavera, venendo
generalmente raccolto prevalentemente alla profondità di 5-10 cm. La raccolta
viene agevolata dalla presenza del pianello perché i corpi fruttiferi si rinvengono
solo all’interno dell’area diradata, prevalentemente in prossimità dei bordi.
L’habitat del tartufo mesenterico
Gli ambienti di crescita del T. mesentericum hanno finora ricevuto
scarsissima attenzione, tanto che si possono segnalare solo le indagini
di Palenzona e altri a Bagnoli Irpino (1976) – indagini fondamentali cui
faranno riferimento più o meno esplicito tutte le indagini successive –,
quelle di Napoliello e altri in Irpinia e altre aree campane (1990) e quelle
di Gregori in Friuli-Venezia Giulia (2001).
Il lavoro di Palenzona e altri è sicuramente il più esaustivo, avendo preso in
considerazione non solo gli aspetti micologici, ma anche quelli botanici e
pedologici relativi agli ambienti del tartufo mesenterico. Gli Autori segnalano la
localizzazione delle tartufaie su calcari mesozoici eventualmente ricoperti da
ceneri di origine vulcanica, in zone dove la temperatura media annua si attesta
intorno a 8,3 °C, la piovosità arriva anche a 2200 mm/anno, la siccità estiva è
attenuata e vi sono 45 giorni di potenziali gelate. Entrando più in dettaglio, essi
notano che le tartufaie si collocano sempre su pendici soggette ad erosione,
dove prevale il pino nero come simbionte, o dossi non interessati da fenomeni
erosivi, dove il simbionte più frequente è il faggio. I suoli risultano inoltre essere
ben drenati, caratterizzati da un pH neutro o debolmente alcalino (conferito loro
dalla presenza di carbonato di calcio o di calcio scambiabile), da un elevato
contenuto in sostanza organica (soprattutto nelle superfici dove sono presenti
ceneri vulcaniche) e da una tessitura tendenzialmente grossolana.
Le indagine fatte da Gregori (2001) in collaborazione con ERSA concordano
La diffusione del Tuber Mesentericum in Friuli-Venezia Giulia 11
per molti aspetti con quanto osservato da Palenzona e altri. Tutte le località
produttive rilevate si localizzano su calcari mesozoici e sedimenti torbiditici
eocenici ricchi in carbonato di calcio, circa l’80% di esse è caratterizzate da
una piovosità annua superiore ai 1500 mm e la temperatura media si aggira
su 11-12 °C. Tutti questi fattori favoriscono lo sviluppo di simbionti quali il
carpino nero, il faggio, il nocciolo, il pino nero e la roverella. I suoli, inoltre, sono
frequentemente caratterizzati da frammenti rocciosi abbondanti, da un tenore
in sostanza organica elevato e da un pH quasi sempre superiore a 7,0.
Passando dalle pubblicazioni alle esperienze dirette fatte dalla nostra
Associazione, alle osservazioni possiamo aggiungere alcune informazioni
più precise sulle caratteristiche degli habitat del tartufo mesenterico nelle
nostre aree. Un aspetto biologico distintivo è dato dagli alberi simbionti: al
pino nero e al faggio della zona irpina si sostituiscono il nocciolo e il carpino
nero, eventualmente accompagnati dalla roverella. Riguardo alla posizione nel
paesaggio, tutte le località di raccolta sono disposte in aree pianeggianti o in
versanti e zone di raccordo tra pendici e fondovalle ben esposti, situati cioè
nelle posizioni più calde e soleggiate dei paesaggi collinari e montani.
Partendo da questi ultimi, esistono due tipologie di luoghi produttivi. La
più frequente e quella costituita dai boschi localizzati ai margini di coltivi
abbandonati o di prati sfalciati come quello che si vede nella figura sopra.
Spesso queste zone sono situate in aree ripiananti di fondovalle e di versante,
nonché nelle zone di raccordo tra pendice e fondovalle. L’idoneità di questi
luoghi per la produzione tartuficola si spiega con un microclima relativamente
più caldo rispetto alle porzioni interne del bosco, con l’effetto residuale delle
vecchie lavorazioni e con l’attività di sfalcio, che agevola lo sforzo del tartufo
mesenterico nella creazione del pianello. Una notazione importante dal punto
di vista ecologico è che le posizioni di bordo descritte sono caratterizzate
da un equilibrio dinamico la cui modificazione incide anche sulla presenza
del tartufo mesenterico. Se gli sfalci e le altre operazioni agricole favoriscono
la produzione, il completo abbandono di tali attività determina il ritorno del
bosco, una riduzione dell’insolazione diretta, il raffreddamento del microclima
e la scomparsa se non del fungo stesso, almeno della sua fruttificazione.
12 La diffusione del Tuber Mesentericum in Friuli-Venezia Giulia
In ordine di frequenza, il secondo habitat del tartufo mesenterico è rappresentato dai boschi di nocciolo che si localizzano in zone di versante ben esposte,
localizzate della fascia pedemontana e montana pordenonese e friulana in
genere. In queste condizioni, nonostante le chiome ombreggino fortemente
le superfici, la buona esposizione dei versanti consente di mantenere un microclima relativamente caldo. L’ombreggiamento, d’altro canto, consente al
fungo di risparmiare energie nella creazione del pianello, dedicandole piuttosto alla fruttificazione.
Riguardo all’aspetto del suolo nei punti di raccolta, in entrambi gli habitat
descritti si ritrovano suoli di colore scuro eventualmente coperti, nel periodo di
raccolta, dalla lettiera fresca dell’anno. Dalle segnalazioni dei nostri associati,
inoltre, sembra sia infrequente trovare un accumulo di materiali organici poco
decomposti nei punti di raccolta, ulteriore segno di un microclima relativamente
temperato che favorisce l’attività di metabolizzazione della lettiera forestale.
Il terzo habitat presente prevalentemente in aree di pianura della provincia di
Pordenone è quello dei rimboschimenti artificiali di carpino nero attuati con i
contributi del Regolamento CEE 2080/1992.
Sono boschi giovani che però hanno già ombreggiato completamente la
superficie, agevolando la formazione dei pianelli. I suoli sono stati a lungo
coltivati e non presentano i livelli di accumulo di sostanza organica che si
registrano negli altri habitat.
Il periodo di maturazione può andare da ottobre a marzo/aprile. In Friuli si è
notato che nelle zone tartufigene di fondovalle ed in coincidenza della fascia
pedemontana, la maturazione è spesso anticipata ad agosto/settembre.
Sono stati rinvenuti carpofori anche a giugno/luglio che solitamente si
presentano molto attaccati da insetti ed invasi da larve, marcescenti o
generalmente di rapido deperimento.

Le peculiarità degli ambienti friulani
La valorizzazione della produzione tartuficola della provincia di Pordenone
dovrebbe fondarsi sul medesimo concetto di terroir utilizzato in
vitivinicoltura. Bisognerebbe cioé esplicitare le peculiarità che legano il
tartufo mesenterico agli ambienti naturali delle nostre zone.
Pur essendo alquanto scarne le notizie sulla distribuzione della produzione
tartuficola, i dati a disposizione dell’Associazione Tartufai del Friuli-Venezia
Giulia consentono di affermare che questo legame esiste e può essere
sfruttato per valorizzare la produzione tartuficola della regione in generale
e della provincia di Pordenone in particolare.
La vocazione friulana per la produzione di tartufo mesenterico può essere
evidenziata attraverso il confronto con il tartufo estivo (Tuber aestivum). Le
due specie sono geneticamente affini, nonchè comparabili per tipologia
di simbionti (carpino nero, nocciolo, roverella) e di aree produttive (aree
prative/pascolive al margine del bosco, zone boscate non eccessivamente
fitte). Tuttavia, mentre il tartufo estivo predomina in gran parte d’Italia,
nelle aree tartuficole regionali lascia la scena al tartufo mesenterico, che
diventa la specie regina nella fascia pedemontana e nelle zone montane
contermini.
La vocazionalità del Friuli-Venezia Giulia per questo tartufo è verosimilmente
legata alla piovosità media della nostra regione, una delle più elevate d’Italia.
Se si osserva una carta della distribuzione delle precipitazioni in FriuliVenezia Giulia (reperibile ad esempio all’indirizzo http://www.osmer.fvg.it/~www/
IT/CLIMATOLOGIA/MAPPE_FVG/mappe/piogge_stat_med_anno.png).
Si potra notare che le aree di massima diffusione del tartufo mesenterico
sono quelli in cui la piovosità media annua supera i 1600-1700 mm, mentre
il tartufo estivo comincia a comparire nella fascia pluviometrica dei 1300-
1700 mm/anno.
In termini di caratteristiche del suolo, è presumibile che un aumento della
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piovosità comporti un maggior dilavamento dei carbonati e un maggior
accumulo di sostanza organica, segnalato dal colore scuro del suolo
notato in molte aree di raccolta. I dati raccolti da ERSA-FVG non sono
tuttavia sufficienti a evidenziare questi aspetti e sarebbe utile approfondire
l’argomento partendo dall’ipotesi che il tartufo mesenterico sia più
competitivo del tartufo estivo proprio in queste condizioni, che si possono
considerare estreme per la gran parte delle specie del genere Tuber.
Una seconda peculiarità, specifica delle aree produttive pordenonesi,
è rappresentata dai rimboschimenti “2080”. In controtendenza con il
generale regresso produttivo e la contrazione delle aree di raccolta che
sta toccando i tartufi d’interesse commerciale, il tartufo mesenterico sta
andando incontro ad un ampliamento dell’areale produttivo. Visto che nei
rimboschimenti “2080” non sono stati utilizzati semenzali appositamente
micorrizati con T. mesentericum, il fenomeno può essere imputato a due
diverse cause, una involontaria micorrizzazione dei semenzali in vivaio
e/o la presenza di spore dormienti di tartufo mesenterico nelle aree
di attuale raccolta. Quale che sia l’origine del fenomeno, l’aspetto da
sottolineare è che i rimboschimenti produttivi sono stati fatti in suoli idonei
alla colonizzazione e fruttificazione del tartufo mesenterico. In termini
pratici sarebbe quindi possibile definire la tipologia di suolo presente nei
Piogge 1961 – 2000: media anno.
Dati: Direzione Centrale Ambiente e Lavori Pubblici Servizio Idraulica
Elaborazione: ARPA-OSMER 30/05/2008
La diffusione del Tuber Mesentericum in Friuli-Venezia Giulia 15
rimboschimenti produttivi per spendere questa informazione nell’ambito
del vigente Piano di Sviluppo Rurale regionale allo scopo di attuare, in aree
di pianura, interventi di rimboschimento mirati non solo alla produzione
legnosa ma anche a quella del tartufo mesenterico, con l’eventuale impiego
di semenzali appositamente micorrizati con questo tartufo.
Un’ultima interessante peculiarità, emersa proprio nei rimboschimenti
“2080”, riguarda i caratteri organolettici dei tartufi raccolti. In queste
aree, infatti, la produzione non manifesta il marcato odore di iodoformio
considerato caratteristico della specie. Quali che siano le cause all’origine
del fenomeno (il cui studio meriterebbe uno specifico approfondimento
scientifico), questo fatto può avere due importanti risvolti. In primo luogo,
tartufi con queste caratteristiche sono più indicati per il consumo fresco
e spuntano prezzi di mercato superiori. In secondo luogo, la discordanza
con le caratteristiche organolettiche ritenute tipiche del T. mesentericum
suggerisce di riaprire il dibattito sui caratteri organolettici “centrali” della
specie, che potrebbero essere più prossimi di quanto si pensi a quelli della
produzione friulana.

In natura ne esistono più di cento, ma sono solo nove i tartufi commestibili che la legge italiana consente di mettere in vendita. Pregiatissimo e protagonista indiscusso in cucina, il tartufo è un fungo a forma di tubero che vive sotto terra, in simbiosi con le radici di alcune piante, quali, per esempio, la quercia, il tiglio, il nocciolo, il carpino e il pioppo. Partiamo dal nostro Tartufo Nero Ordinario (Tuber Mesentericum), noto anche come il Tartufo di Bagnoli. Si trova in Irpinia e, più in generale, nella parte centro-meridionale del nostro Paese, ed è considerato tra i tartufi ad aroma più intenso, forte, molto penetrante, che impreziosisce i cibi, in particolare i primi piatti. In cucina ha una particolarità che lo rende assolutamente unico: conserva un ottimo sapore anche dopo la cottura e può quindi essere inserito anche in ricette che prevedono una preparazione e una cottura particolarmente lunghe, come negli spezzatini, negli arrosti ripieni, ed anche in piatti particolari, come il famoso cerino di Bucatini. E’ la soluzione ideale anche per quei piatti dove sono già presenti dei sapori molto forti, che andrebbero magari a coprire il tartufo Bianco d’Alba o il Pregiato di Norcia, ma che trovano un degno avversario nel nero di Bagnoli, che può in alcune combinazioni addirittura esaltarsi. Molto apprezzato in passato, paradossalmente, dopo l’Unità di Italia, ha finito per essere ingiustamente accantonato e considerato in qualche modo “minore”, almeno in riferimento ai bianchi di Alba e a Neri Pregiati.

Una diminutio con il tempo superata da un prodotto di buona qualità sempre più apprezzato anche oltre i confini regionali. Il più pregiato al mondo è sicuramente il Tuber Magnatum Pico, meglio noto come il Tartufo Bianco. E’ molto diffuso nell’area di Alba, in provincia di Cuneo, ma si trova anche in altri parti d’Italia. In Campania è particolarmente pregiato il tartufo bianco raccolto nei comuni di Apollosa, Arpaise, Ceppaloni e San Leucio del Sannio in provincia di Benevento.  Il Tartufo Nero Pregiato (Tuber Melanosporum), chiamato volgarmente anche “Nero Dolce”, “Nero di Norcia” o “Truffe de Perigord”, ha un aspetto in genere tondeggiante e regolare con un colore esterno bruno nerastro. Pur iniziando a svilupparsi a settembre, matura in pieno inverno, dall’inizio di dicembre all’inizio di marzo. Sicuramente meno pregiato è il Tartufo Nero Invernale (Tuber Brumale) che ha comunque mercato, trattandosi di un buon prodotto che può dare rese soddisfacenti, soprattutto nei piatti cotti. Il periodo di raccolta si concentra prevalentemente nei mesi da novembre a metà marzo. La scorza è molto scura, quasi nera e si presenta caratterizzata da piccole verruche piatte. La gleba, la parte interna, è chiara, marmorizzata, caratterizzata da un intrico di linee nette in due colori prevalenti: il bianco e il grigiastro. Tra i più comuni e diffusi c’è sicuramente il cosiddetto Tartufo Estivo o Scorzone (Tuber Aestivum). Ha il pregio di essere presente in una parte dell’anno (in Campania si raccoglie dal primo maggio al 30 novembre) durante la quale trovare gli altri tartufi è praticamente impossibile. Nel centro Italia è sicuramente il tartufo più conosciuto in quanto il territorio è ideale per la sua creazione.

Il Tartufo Uncinato (Tuber uncinatum Chatin), conosciuto anche come scorzone invernale, è una particolare varietà di tartufo nero. Ha un buon profumo, un sapore molto delicato anche se marcato e netto. Tiene ottimamente la cottura e si può consumare anche crudo. Il periodo di maturazione di questa variante di tartufo nero va dal 1 ottobre al 31 dicembre. Il Tartufo Bianchetto o Marzuolo (Tuber Borchii Vittadini) è meno profumato e saporito del Bianco Pregiato ed è un tartufo che trova in genere poco mercato. Il periodo di raccolta va da gennaio ad aprile e, di solito, lo si trova in un gran numero di esemplari, anche se di piccole dimensioni. Il Moscato (Tuber Brumale Moschatum) fa parte della famiglia del Nero Brumale. Raccolto sul finire dell’anno fino ai primi giorni di primavera, è molto piccolo e profuma di bosco intenso, con note forti di muschio. Ha un sapore leggermente più piccante dell’Invernale classico. Le proprietà nutritive sono quelle del tartufo nero: è stato calcolato che in cento grammi di prodotto sono presenti solo 31 calorie. Poco conosciuto e difficile da trovare, il Tartufo Nero Liscio (Tuber Macrosporum Vittadini) ha una superficie liscia con verruche molto rare. Ha una particolarissima gleba tendente al rosso scuro. Si può raccogliere da ottobre a dicembre e si trova in genere nelle stesse terre che ospitano il Bianco pregiato.

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