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Sulle tracce di Van Gogh: i luoghi dell’artista in un libro

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Sulle tracce di Van Gogh non è un titolo scelto solo “perché suona bene”. È piuttosto l’espressione letterale di quello che l’autrice del libro, Gloria Fossi, e i due fotografi Danilo De Marco e Mario Dondero hanno fatto per mesi, ormai trent’anni fa: seguire le orme di uno dei massimi artisti del nostro secolo. In treno o a piedi, perché nessuno di loro aveva la macchina, percorrendo le strade di campagna francesi, alla ricerca dei suoi campi assolati, perdendosi nei caffè parigini, cercando tra gli avventori un volto che ricordasse quelli dipinti da Van Gogh e li trascinasse nel suo mondo. Un viaggio tra i luoghi che con le sue pennellate ha trasformato nei dipinti che ancora oggi tutto il mondo ammira.

Mario Dondero con Gloria Fossi, 1990 (©photo Danilo De Marco/Sulle tracce di Van Gogh).

L’avventura è cominciata nell’ 89,  un anno prima che cadesse il centenario dalla morte del pittore olandese. Mario Dondero e Danilo De Marco avevano iniziato il loro progetto di inseguire Van Gogh ripercorrendone i passi, scattando fotografie dei luoghi dove aveva vissuto, ai quali si era ispirato. Dall’Olanda, dove era nato, si erano spostati in Belgio, poi in Inghilterra e in Francia.

I ripidi scalini col selciato a pavé, che a Parigi, Butte Montmartre, salgono da place Calvaire a place du Tertre.

Qui vicino, in rue Lepic, abitarono Vincent van Gogh e il fratello Theo fra 1886 e 1888. (©photo Dondero/De Marco 1990/Sulle tracce di Van Gogh).

«Allora lavoravo per una rivista, ma come storica dell’arte mi ero occupata di Van Gogh – spiega Gloria Fossi – Dondero e De Marco mi chiamarono a gennaio, quando avevano già fatto una parte del lavoro. Mi mostrarono le fotografie che avevano scattato fino a quel momento. Mi chiesero di accompagnarli e di occuparmi delle parti scritte del libro. Eravamo un trio improbabile, ma diventammo molto amici e ho continuato il viaggio con loro». Nel corso delle sue ricerche e per passione personale, Gloria Fossi ha raccolto un immenso patrimonio di studio. In particolare l’epistolario di Van Gogh, con le lettere inviate al fratello Theo, sono diventate una fonte inestimabile per il libro.

La lunga spiaggia di Ramsgate (Kent, Inghilterra), dove Vincent andava a passeggiare nel 1876, ai Erano i tempi in cui insegnava religione in una scuola della cittadina.  ©G.Fossi, Sulle Tracce di van Gogh, Giunti 2020ph DonderoDe Marco .

A trent’anni dalla prima pubblicazione, Gloria Fossi non ha smesso di cercare, di leggere e guardare tutto ciò che potesse permetterle di seguire le orme percorse dell’artista. Ha ripreso in mano gli scatti che allora aveva selezionato assieme ai due fotografi, ne ha aggiunti di suoi e ha implementato i testi, inserendo delle scoperte straordinarie.  «In questi anni ho continuato a inseguire Van Gogh. Ho visto qualsiasi mostra, non ne ho persa una. Ho collezionato ogni libro – spiega l’autrice – un paio di anni fa, dopo la morte di Mario Dondero, al quale questo libro è dedicato, ho ripreso in mano lo scatolone con i negativi. Sono partita da lì e l’ho riscritto, utilizzando in parte (ma solo in parte) le loro bellissime fotografie, comprese quelle in bianco e nero. Uno storico dell’arte normalmente sceglierebbe solo le fotografie perfette, e le loro non lo erano affatto, ma la loro poesia stava anche qui. Ho messo insieme i nostri percorsi e li ho ri-percorsi».

Vincent van Gogh, La Chiesa di Auvers-sur-Oise (Auvers, 4 giugno 1890). Parigi, Musée d’Orsay (©photo Gloria Fossi 2019).
Auvers-sur-Oise (Val d’Oise, Ile-de-France). La chiesa di Notre-Dame-de-l’Assomption, vista dall’abside. (©photo De MarcoDonderoSulle tracce di Van Gogh)

Sulle tracce di Van Gogh ieri e oggi: cosa è cambiato?

«Trent’anni fai luoghi di Van Gogh conservavano ancora l’autenticità di cent’anni prima; oggi o sono irriconoscibili, o sono rimasti intatti. Non ci sono mezze misure. Il mito del pittore da un lato ha portato alla trasformazione di certi posti in destinazioni turistiche, mentre dall’altro li ha fatti diventare delle specie di luoghi intoccabili. Dopo aver visto tutti i luoghi, aver selezionato le foto, ho raccolto tutto il mio materiale di studio sull’opera di van Gogh, non solo paragonando il luogo al quadro, ma ricostruendone un percorso mentale. Mi sono immedesimata in lui e l’ho seguito ovunque attraverso le sue mostre. Da Parigi ad Amsterdam a Washington. Van Gogh era un pittore estremamente produttivo. In pochissimi anni ha realizzato oltre 8mila quadri. C’è sempre un Van Gogh che si deve ancora vedere».

Quali sono le maggiori scoperte che ha fatto nei trent’anni di ricerche dalla prima pubblicazione del libro?

«La scoperta più grande riguarda il dipinto “Notte stellata”. L’ho fatta anche grazie a  mio fratello, che è astrofisico e, pur non avendo seguito questa strada per la sua carriera, di notte fotografa il cielo con il suo telescopio. Mentre studiavo ero fissata con questo quadro: anche il cielo dopotutto è un luogo. Un giorno, mio fratello mi mandò una foto di una galassia appartenente a un altro sistema solare: la Whirlpool M41. Lì per lì non ci ho fatto caso. Mi sono svegliata nel cuore della notte con la convinzione che quella fosse la galassia dipinta da Van Gogh.

Vincent van Gogh, Notte Stellata sul Rodano (Arles, 20-30 settembre 1888), particolare. Parigi, Musée d’Orsay (©Wikimedia Commons)

Mi sono messa a fare delle ricerche, ho rintracciato i libri di astronomia popolare che van Gogh consultava all’epoca e ho scoperto che quella galassia era stata scoperta alla fine del ‘700 e poi pubblicata nelle prime fotografie sui settimanali del tempo, diventando di conoscenza pubblica. Tutti le avevano viste. La mia teoria è stata confermata da degli astrofisici texani nel 1986. La disposizione delle stelle è la stessa di quelle che compongono la costellazione dei “Canes Venatici”. Anche i grandi, celebri artisti come Van Gogh su cui si pensa di sapere tutto nascondono sempre qualcosa da studiare. Ho avuto un’ulteriore conferma quando ho ritrovato un romanzo incompiuto scritto da un suo amico, uno dei primi collezionisti di Van Gogh: all’interno del romanzo si parla di un pittore pazzo. In un passaggio, l’autore descrive un deliro in cui lui dice: “sono ossessionato dal cielo stellato e voglio dipingere una stella vortice con il cane che mangia la coda all’orsa maggiore”. L’ho scoperto ad aprile, in piena pandemia. Il libro stava per andare in stampa ma ho dovuto fermare tutto e inserirci questa scoperta straordinaria».

La Galassia M51 Vortice, distante ventotto milioni di anni luce dalla Terra, ripresa a Firenze (24-25 aprile 2020), con un telescopio da 203 mm di diametro e una camera astronomica CMOS. (©photo Sandro Fossi)

Con il suo libro, ha cercato di scardinare delle convinzioni su Van Gogh


«Molti storici dell’arte attribuivano il suo modo di dipingere – le stelle, ma non solo – a un’allucinazione. Io non ci ho mai creduto. Sono sempre stata convinta che, sebbene avesse dei disturbi, questi non lo rendessero completamente in preda a un delirio. Per intenderci, non dipingeva come i Pink Floyd suonavano in preda all’Lsd. Van Gogh era consapevole della sua malattia, lo prova il modo in cui questa compare nei suoi dipinti: dal colore giallo, alla digitale purpurea (un fiore velenoso utilizzato dai medici come cardiotonico), alla malinconia ritratta sul volto del suo amico. Aveva dei disturbi, delle difficoltà di relazione, aveva bisogno di affetto, di socialità e questi problemi hanno influenzato la sua arte, ma non certo nelle manifestazioni più eclatanti, come un vortice di stelle».

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