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Sovraffollamento in carcere, finito l’effetto del decreto Ristori

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Nell’ultimo mese il sovraffollamento carceraria è diminuito di sono 35 unità, mentre la diffusione del Covid resta stabile

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Esaurito l’effetto delle misure deflattive varate dal decreto Ristori. Nel decreto di gennaio, sono usciti solo 35 detenuti. Al 31 dicembre del 2020, erano presenti 53.364 ristretti, mentre nell’aggiornamento al 31 gennaio ne risultano 53.329. L’unico dato positivo è che, sempre rispetto al mese precedente, risultano quattro bimbi dietro le sbarre in meno. La diffusione del contagio, invece, rimane stabile. Sono 495 detenuti e 597 agenti penitenziari positivi al Covid 19. Numeri stazionari, ma non sono riassicuranti visto che i focolai all’interno delle carceri vanno e vengono. Tanto da costare la vita a un altro agente della Polizia penitenziaria. Si chiamava Antonio Maiello, in servizio nel carcere di Carinola, in provincia di Caserta, è deceduto qualche giorno fa dopo essere stato contagiato dal Covid. È uno dei 17 agenti che erano rimasti infettati nei giorni scorsi, quando è emersa l’esistenza di un focolaio Covid nella struttura del Casertano. Maiello, 52 anni, era sposato e aveva dei figli, viveva a Cellole (Caserta) ed era ricoverato da tre giorni in terapia Intensiva. La scoperta della positività dei 17 agenti aveva portato l’amministrazione a disporre uno screening tra il personale della struttura e tra la popolazione carceraria; effettuati centinaia di tamponi, ma non sarebbero emersi casi di contagio tra i detenuti.

La denuncia del sindacato Uspp

Il sindacato Uspp, Unione sindacati di Polizia Penitenziaria, con una nota firmata dal presidente nazionale Giuseppe Moretti ha espresso «vicinanza alla famiglia del povero collega e le più sentite condoglianze», per poi denunciare che «non è la prima volta che un collega ci lascia per aver contratto il Covid-19 – si legge – ci risulta che altri colleghi in servizio al carcere di Carinola siano ricoverati per la stessa causa. Chiediamo, pertanto, un’accelerazione del piano operativo vaccinale che prevede, nella fase 3, la somministrazione del vaccino anche per la Polizia Penitenziaria. In seguito alle rassicurazioni ricevute dalla Segreteria nazionale a Roma dal Commissario straordinario per l’emergenza Domenico Arcuri sulla priorità della somministrazione dei vaccini al personale che lavora nelle carceri, chiediamo di sollecitare le Regioni e in particolare la Regione Campania, affinché si avvii con urgenza la somministrazione dei vaccini innanzitutto al personale di polizia Penitenziaria, che è in servizio h24 negli istituti penitenziari, al fine di scongiurare il rischio drammatico di ulteriori morti».

Prime dosi di vaccino agli agenti de L’Aquila

In effetti in alcune regioni hanno dato il via al piano vaccinazione al personale della polizia penitenziaria. C’è il caso del carcere abruzzese de L’Aquila. Con l’arrivo delle dosi targate AstraZeneca, infatti, sono iniziate le vaccinazioni anche per le forze dell’ordine. Le prime dosi di vaccino sono state somministrate sia agli agenti della Polizia sia a quelli in servizio presso il penitenziario aquilano. Soddisfatti i rappresentanti sindacali di Cgil L’Aquila, Fp Cgil L’Aquila e Fp Cgil Abruzzo Molise, rispettivamente Francesco Marrelli, Anthony Pasqualone e Giuseppe Merola, che si appellano affinché si proceda anche per tutti i territori della Provincia e della Regione, coinvolgendo tutti i protagonisti (lavoratori di ogni ordine e popolazione detenuta). «Le carceri – spiegano i rappresentanti sindacali – stanno attraversando una fase molto delicata, riconoscendo le già ataviche problematiche che insistono e quindi riteniamo giusta l’attenzione dimostrata dalle Istituzioni, ricordando anche le preoccupanti questioni che hanno interessato diversi Istituti penitenziari ed evidenziando l’acuirsi, in questi ultimi giorni, della pandemia con le diverse varianti in gran parte del Paese».Ma sempre rimanendo in Abruzzo, c’è molta inquietudine tra detenuti. Ad esempio c’è un piccolo focolaio nel carcere di Chieti che ha creato malessere, vist le condizioni fatiscenti della struttura. A denunciarlo è l’associazione “Voci di Dentro”. «La preoccupazione è molta: la casa circondariale di Chieti – denuncia l’associazione – è vecchia e fatiscente, ci sono celle anche da sei persone, alcune hanno ancora la turca. La promiscuità, l’impossibilità di mantenere le distanze stanno rischiando di mandare in tilt tutto l’istituto di Madonna del Freddo dove sono rinchiuse un centinaio di persone, molte delle quali malate. Nessuna notizia sullo stato di salute del personale, agenti, impiegati, personale della direzione. Una situazione preoccupante: non ci sono celle per la quarantena, non ci sono stanze dove mettere le persone risultate positive. Una delle ipotesi in via di definizione è lo spostamento di tutti i positivi nella sezione femminile. Al momento la direzione del carcere ha sospeso tutte le attività dei volontari (molto poche a dire il vero) che fino a sabato si tenevano unicamente via Skype». Per “Voci di Dentro”, il rischio di focolai potrebbe essere ovviato con un’organizzazione diversa. «Nel carcere di Chieti, ma succede in tante carceri in Italia, si continuano a portare in cella persone con una pena di pochi mesi o persone che devono scontare carcerazioni per reati compiuti anche dieci anni fa. Uno tra tanti il caso di un detenuto che è stato ristretto in carcere a Chieti per una pena di pochi mesi, si è fatto la quarantena, poi è stato messo fuori. È normale tutto ciò? Per noi la risposta è no. E le conseguenze oggi si vedono: sovraffollamento, poca sicurezza, e adesso anche il contagio di una decina di persone che potrebbero finire in ospedale e intasare ancora di più il sistema sanitario con ospedali ormai al completo».

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