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«Come artista, sono stata a lungo ossessionata dai sogni. Hanno in sé qualcosa di potentissimo, per quanto apparentemente insensato. Sono proiezioni di quel che tenti di fuggire quando sei sveglio. Nel mio caso, le ansie. I terrori». Un interesse psicoanalitico, dunque. «No, qualcosa di più».

Be’ certo, ingenuissime noi: Shirin Neshat – Leone d’Oro alla Biennale Arte, Leone d’Argento alla Biennale Cinema – non è il tipo ripiegato sull’Ego. Anzi: con le foto e i video, da sempre indaga sul ruolo delle donne (donne & Islam, in particolare), sulle questioni di identità e di genere. E Land of Dreams – la Terra dei Sogni, appunto, presentato fuori concorso alla Mostra di Venezia e ora a Lo schermo dell’arte Film Festival, a Firenze (10-14 novembre) – non poteva fare eccezione. 

Una scena di “Land of Dreams”.

Ansie & paure

Nel suo terzo lavoro da regista (scritto con Jean-Claude Carrière, storico collaboratore di Buñuel, e coprodotto da Fondazione In Between Art Film), racconta la storia di un’immigrata iraniana che, in un futuro pericolosamente prossimo, lavora per l’Ufficio Censimento del governo americano e deve inventariare anche l’attività onirica dei cittadini. «Un film politico sugli Stati Uniti» lo definisce lei. E precisa: «I due uomini che Simin, la protagonista (Sheila Vand), incontra – un idealista (William Moseley) e un cowboy diventato detective (Matt Dillon) – rappresentano i due aspetti opposti dell’America: quello naïve, romantico, hippy e quello macho. Il dolce e l’arrogante». 

Sincronicità: la Biennale d’Arte 2022 si intitolerà Il latte dei sogni/The Milk of Dreams. È l’aria del tempo…

In realtà lavoro sul tema da molti anni. Ho iniziato appuntando i miei sogni, ho proseguito ricreandoli e filmandoli. C’è qualcosa di forte e poetico nella relazione tra sogni e fotografia: i sogni svaniscono se non te li scrivi subito, mentre la foto “congela” un momento per l’eternità. Così mi è venuta l’idea di una fotografa che raccoglie i sogni della gente e ne ricava delle performance che posta sui social. Dai miei sogni, sono passata all’interesse per quelli degli americani. 

E quali sono?

Che io parlassi a un nativo americano o a un nero, a un immigrato ispanico o a un bianco, a un ricco o a un povero, nella maggioranza dei casi si trattava di paure. Eravamo tra il 2019 e il 2020, devo precisare: tra Trump e la pandemia, è inevitabile che circolasse una terribile ansia. 

Shirin Neshat con il Leone d'argento alla Mostra Internazionale del Cinema di Venezia 2009 (foto Ansa).

Shirin Neshat con il Leone d’argento alla Mostra Internazionale del Cinema di Venezia 2009 (foto Ansa).

Come Amy Winehouse

Quanto di autobiografico c’è nel personaggio di Simin?

È ossessionata dall’arte, come me: quando è sola nella sua stanza, diventa creativa e in questo modo fronteggia il dolore. È una sorta di disadattata, come me: sono un’artista iraniana che vive in esilio dal 1978 e non può tornare in patria. Un’emarginata fra gli iraniani e un’emarginata fra gli americani. Con la differenza, però, che io appartengo a una generazione che ha lasciato l’Iran dopo la rivoluzione islamica (all’epoca era negli Stati Uniti a studiare e lì è rimasta, ndr), ma sono cresciuta in patria fino ai 17 anni, Simin invece non ci ha mai messo piede: ama la nostra cultura, parla farsi con un accento incerto, conosce le cose solo tramite il racconto dei genitori.   

“Simin” significa “Anima”, si scopre nel film. Non l’avrà scelto a caso.  

Mi sembrava divertente… Ma anche “Shirin” ha un bel significato: “Dolce”. E “Neshat” significa “Felicità”.

E lei è una persona felice? 

No! Per essere onesta, sono parecchio irrequieta. Vorrei cambiare, ma – in definitiva – sono quel che sono e, probabilmente, è proprio questo eccesso di energia nervosa che mi rende un’artista. Mio marito (il filmaker iraniano Shoja Azari, co-regista delle sue pellicole, ndr) ripete: se ti tolgono questa angoscia, smetti di creare. Sono una combattente. Come una mia amica, l’autrice del libro da cui ho tratto il mio primo film, Donne senza uomini (Shahrnush Parsipur, ndr): è bipolare, ha una sindrome maniaco-depressiva, ma quando prende le medicine smette di scrivere. Il mio prossimo film indagherà questo aspetto: l’arte e i problemi psichiatrici, l’arte come follia. Parlerà di quanto costano a un artista le opere a livello psicologico, emotivo. 

Da Van Gogh a Camille Claudel, gli esempi di instabilità non mancano.

Esatto! Cosa porti in te, cosa prendi dal mondo, dove i due fattori si incontrano… Andare dentro la mente dell’artista, sotto la sua pelle, è un soggetto così interessante! Quanti si sono suicidati, sono stati violenti, drogati o, comunque, hanno fatto una brutta fine. Pensiamo ad Amy Winehouse, Whitney Houston, Edith Piaf… Perché, perché gli artisti devono soffrire per il loro lavoro? 

Matt Dillon in “Land of Dreams”.

“Non ho più visto mia madre”

Lei ha sofferto l’esilio. Oggi qual è il suo rapporto con l’Iran?

Ho finalmente incontrato mia sorella dopo tantissimi anni: ha ottenuto un visto per la Gran Bretagna. Ma non ho più visto mia madre, e l’altra mia sorella: io non posso rientrare e loro non possono uscire. È la storia delle nostre vite. 

L’America, comunque, per lei è stata la “terra dei sogni”.

Sì. Le devo la mia carriera, le devo chi sono oggi perché mi ha offerto una seconda chance. Se mi fossi trovata da un’altra parte, forse non sarebbe accaduto. Ma adesso non è più quella roba lì. Siamo alla fine di un’era, stiamo andando nella direzione sbagliata.  

Nel mondo non sembra esserci una Land of Dreams da nessuna parte. 

Abbiamo storicamente avuto governi corrotti, la tirannia è esistita, però ora siamo in pieno teatro dell’assurdo, al comando non ci sono esseri umani: i talebani, i signori della guerra.  Non è accettabile che, nel 2021, chi gestisce il potere lo faccia con una retorica che appartiene a centinaia di anni fa! È un periodo surreale. Gli iraniani stanno morendo perché quelli che decidono non danno loro i vaccini in quanto esportati dall’America, e loro odiano l’America. Il numero delle vittime è incalcolabile e nessuno ne parla. Iran e Italia sono state travolte dalla pandemia in contemporanea, ma l’Italia ne è uscita e in Iran è ancora catastrofe.  

Una scena di “Land of Dreams”.

“Il ballo mi salverà”

E dal punto di vista delle donne? Lei investiga sulla condizione femminile da oltre trent’anni. 

Con le dolorose eccezioni (abbiamo tutti sotto gli occhi l’Afghanistan), credo che oggi ci sia la possibilità di scegliere. Io lavoro con parecchi uomini e prendo le decisioni, non tollero cavolate: sono il boss! (ride)

E quando lavora con suo marito?

Lui sostiene che io sia dominante, io ritengo che lo sia lui. In verità, sono fragile, insicura, morbida, ma anche parecchio dura sul lavoro. Faccio solo quello che davvero desidero, non ascolto nessuno. Credo che essere una donna forte significhi questo: se mantieni la tua posizione con convinzione, avanzi. Se non temi i tabù, superi ogni ostacolo. Io sento di aver fatto bene. Immaginate il mondo dell’arte: principalmente maschile, dominato da uomini occidentali. E io sono una donna, e non occidentale! Eppure ho trovato il mio posto. Non ho successo ogni volta, ci sono persone che mi odiano, però mi sono guadagnata uno spazio. E non sono scomparsa. Qualcosa di giusto l’avrò combinato!

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Fragilità, insicurezze, ansia, pressioni… Come si aiuta per non crollare, oltre che con l’arte?

Ballo, tre-quattro volte a settimana. Ho una fissazione per la danza africana, in particolare senegalese. Da giovane, a 18 anni, prediligevo il kathakali, secondo l’antica tradizione indiana. Sono fanatica per l’esercizio: ecco come tengo a bada l’ansia. Ma le sto rivelando ogni mio segreto… (ride)

iO Donna ©RIPRODUZIONE RISERVATA

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