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Se la sinistra resta immobile malgrado il ciclone Draghi

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Tutti i partiti hanno reagito subito all’arrivo di SuperMario: dal M5S alla Lega, passando per Fi e Fd’I. Solo Pd e Leu sono rimasti fermi

L’Uragano Mario si è abbattuto come un cataclisma biblico sulla politica italiana. Ma Draghi non c’entra e nel sommovimento tellurico destinato a ridisegnare tutte le mappe della politica non ha in realtà alcun ruolo. Il quadro politico si era già azzerato da solo quando il Presidente ha chiamato Super Mario per conferirgli l’incarico. Si trattava già di un mondo fatto di baracche fatiscenti, destinate a crollare comunque. Il tornado del governo di unità nazionale ha accelerato i tempi ma probabilmente non di molto. Tra i terremotati c’è chi ha reagito con maggiore prontezza, fantasia, senso politico e chi invece resta inerte. Beppe Grillo ha mostrato, non per la prima volta, un acume politico senza nulla di comico. Ha sepolto la sua decotta creatura forzando al massimo la mano per trasformarla d’impeto in qualcosa di strutturalmente diverso, molto distante dal Movimento che vinse le elezioni nel 2018 senza saper bene cosa fare poi della vittoria. Un partito di medie dimensioni, schierato a sinistra, europeista, essenzialmente verde. La Lega si è spinta altrettanto oltre e forse anche di più. L’incontro tra Berlusconi e Salvini di mercoledì scorso è a modo suo una pietra miliare. Sancisce il passaggio della Lega dal lato estremo della destra a quello moderato, dallo schieramento sovranista, sin qui maggioritario nella coalizione italiana di centrodestra, a quello moderato che assume così la guida.

Berlusconi si era mosso con largo anticipo. È stato il primo a capire che sulla Seconda Repubblica, con tutti i suoi pur cangianti giochi delle parti, stava per calare il sipario davvero e non solo, come dopo le elezioni del 2018, restando sospeso a metà per assenza di uno scenario nuovo. Leader di un partito ormai medio- piccolo, si è cucito addosso il ruolo di padre della patria, traghettatore della destra verso il moderatismo, leader di fiducia di Bruxelles se non nell’intero Paese senz’altro nella sua corposa metà orientata a destra. Il governo Draghi è quasi una sua vittoria personale.

In questo gioco della seggiola a tutto campo Giorgia Meloni si è trovata spiazzata. Era impegnata nel contendere a Salvini la leadership del sovranismo tricolore, proponendosi come suo volto più serio e pacato, privo dei vezzi da grand guignol a cui amava abbandonarsi ‘ il Capitano’. La repentina svolta moderata di Salvini la lascia padrona di quel carro, che però a destra non è più quello di testa. Ma si sta acconciando alla nuova realtà tempestivamente. La sua sarà un’opposizione «patriottica», se non proprio amichevole quasi, tutt’altro che barricadera. Se Salvini mira a proporsi come nuovo leader affidabile dall’interno del governo, Meloni cercherà di fare lo stesso come capo dell’opposizione.

Sono percorsi, tranne quello di Berlusconi, appena intrapresi ed è anzi stupefacente quanta strada abbiano già fatto i diversi leader in pochi giorni, a volte in poche ore. Ma la trasformazione è appena cominciata e procederà spedita. Con una sensibile eccezione: la sinistra in tutte le sue sfumature. Dal Pd a PaP l’intera sinistra stenta a trovare un ruolo, non riesce a staccarsi da copioni desueti ripetuti stancamente. Nel Pd anime diverse convivono in reciproca diffidenza senza neppure provare a trovare una sintesi capace di farsi progetto adeguato ai tempi. LeU- Art. 1 resta una costola esterna del Pd, senza altro progetto che non il fiancheggiamento. Le forze minori della sinistra, che sommate costituirebbero una realtà sia pur limitata, sono prigioniere di una inconsistente fantasia di alternativa globale o di ‘ terzo polo’ radicale.

Il Pd, insomma, resta un partito la cui unica identità è costituita dal richiamo alla responsabilità istituzionale e il cui solo programma è quello di stare al governo per il governo, senza neppure una parvenza di progetto. È il nodo che, a conti fatti, paralizza l’Italia sul piano politico ma il danno che lo smarrimento totale della sinistra sia moderata che radicale produce va anche oltre. In questo ridisegno complessivo degli assetti politici la rappresentanza degli interessi sociali dovrebbe giocare un ruolo centrale, essendo proprio quello scollamento tra politica e società una delle fonti del collasso della politica completato in questa legislatura. Proprio l’incapacità della sinistra di definirsi e di incarnare alcuni di quegli interessi, pur nel quadro di una visione generale, rende impossibile uscire da quel labirinto. Comunque la si giri, insomma, il nodo da sciogliere per rifondare un sistema politico riguarda la sinistra e più di ogni altro il Pd.

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