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Roberto Zibetti nei panni di Massimo Bossetti nel film

Roberto Zibetti nei panni di Massimo Bossetti nel film

Nel film “Yara” – dal nome della giovane di Brembate di Sopra uccisa nel 2010 – è Massimo Bossetti, il muratore di Mapello condannato all’ergastolo per l’omicidio. Dopo aver interpretato l’ex allenatore della Roma Rudi Garcia in “Speravo de morì prima”, per l’attore Roberto Zibetti si tratta di un ruolo non semplice. E spiega all’HuffPost che gli “ha richiesto un lavoro di approfondimento e introspezione non indifferente”. Il film, diretto da Marco Tullio Giordana e prodotto da Netflix, sta andando benissimo tanto da essere nella top 10 dei più visti. Non solo in Italia.

Com’è stato interpretare una persona reale che sta scontando la pena dell’ergastolo per omicidio volontario?

Di Bossetti non ci sono interviste o audio-video diretti. Però c’è tantissimo materiale su persone che lo conoscono e che parlano di lui, così mi sono fatto una raccolta e l’ho studiato in maniera approfondita. Di certo da attore, per un’interpretazione del genere, ho dovuto in qualche modo sospendere ogni giudizio sul personaggio. Mentre ho provato a coglierne le ambiguità e le contraddizioni.

Su Netflix “Yara” sta riscuotendo molto successo, sia tra gli spettatori italiani sia tra quelli stranieri. Se lo aspettava?

Be’ non mi sorprende. Innanzitutto perché, come accade spesso per molti casi di cronaca nera, questo delitto ha suscitato un’attenzione quasi morbosa. In più si tratta di una vicenda giudiziaria molto particolare, basata su un’intuizione scientifica che ha fatto scuola. Oltre ai tanti colpi di scena.

Con Giordana ha già lavorato in passato anche ne “I cento passi”, sull’omicidio di Peppino Impastato. Un altro film tratto da un fatto realmente accaduto.

Giordana è un regista con cui mi trovo molto bene e ha una sensibilità particolare nel dirigere gli attori. “I cento passi” però è un film molto diverso da “Yara”. Nel primo c’era un un certo approfondimento politico che partendo dal fatto poi dava un taglio autoriale a tutta la storia. Nel secondo c’è più linearità con il racconto che segue lo snodo degli eventi.

Bernardo Bertolucci, Dario Argento, Abel Ferrara: questi alcuni dei grandi registi con cui ha lavorato. Non capita a tutti.

Infatti mi ritengo molto fortunato. Da tutti ho imparato qualcosa. Bertolucci aveva una visione poetica del cinema. Quando ci parlava, durante la lavorazione di “Io ballo da sola”, vedevi in lui sia l’uomo sia il poeta. Aveva un modo tutto suo di gestire il set e i rapporti personali. Ferrara ha invece la particolare capacità di coniugare un certo tipo di cinema americano con uno stile più europeo.

Ha preso parte anche a “Radiofreccia”, primo film e piccolo cult del cantante Luciano Ligabue.

Anche Ligabue a suo modo è un poeta. Seppure all’epoca fosse un esordiente alla regia, riuscì a creare un calore e una chimica tali sul set che credo sia uno dei principali fattori di riuscita del film.

La sua carriera però comincia con il teatro e anche in questo caso nel suo cammino ha incontrato due pesi massimi.

Diciamo che non mi è andata male. Ho lavorato con Luca Ronconi di cui mi piace citare soprattutto l’ultimo suo spettacolo, la “Lehman Trilogy” che reputo un’opera di una compiutezza rara. Ho poi avuto l’onore di conoscere Giorgio Strehler che era una specie di mago con la capacità di creare le atmosfere sceniche più incredibili. Ricordo quando avevo appena 22 anni e andammo a recitare al mitico Odeon di Parigi. Proprio Strehler stava ore e ore a controllare tutti i minimi particolari perché era un perfezionista. Sono momenti che non si dimenticano.

Gli ultimi due anni sono stati molto difficili. Il cinema e il teatro hanno risentito molto della pandemia con lunghissimi periodi di chiusura. Come ha vissuto questo momento?

Per il teatro è stato davvero un periodo complesso e terribile da cui proprio ora lentamente si sta riprendendo. Ronconi diceva spesso che bisogna imparare a fare un teatro “francescano” e dunque saperlo fare anche in estrema semplicità e dove e come si può. Può essere uno spunto da cui ripartire. Per quanto riguarda il cinema invece le piattaforme sono servite a distribuire quei film che altrimenti chissà per quanto tempo avremmo dovuto aspettare. È un modo diverso di fruire un film rispetto alla sala cinematografica, ma di cui credo non si potrà più fare a meno.

Questo articolo è originariamente apparso su L’HuffPost ed è stato aggiornato.

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