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Riders, ecco perché l’accordo con Just Eat è solo il primo passo nel riconoscimento dei diritti

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Lunedì 29 marzo è stato siglato il primo accordo sindacale a livello nazionale tra le parti sociali e Just Eat Take Away Express (multinazionale operante del settore del delivery food), accordo che riconosce i riders come lavoratori subordinati, aventi diritto a tutte le tutele che ne discendono: ferie, malattia, contributi, permessi, mensilità aggiuntive, paga oraria, maggiorazioni, Tfr e così via.

In seguito a molti anni di lotta e a numerose controversie giudiziali – dopo che diverse vite si sono interrotte sull’asfalto in seguito ad incidenti sul lavoro –, si è conclusa una prima tappa fondamentale verso una tutela piena e incondizionata di queste lavoratrici e lavoratori. Grazie a questo accordo si è assistito all’emersione di un numero importante di lavoratori (circa 4000), i quali da domani non saranno più costretti a firmare contratti di collaborazione autonoma e ad aprire finte Partite Iva pur di lavorare. E con tale accordo saranno costrette a confrontarsi anche tutte le altre aziende del settore che non lo applicano (fra cui Deliveroo, Glovo, Uber Eats).

Nonostante la grave emergenza pandemica, i riders sono stati tra i pochi lavoratori a non aver mai smesso di lottare per i propri diritti. Ricordiamo le manifestazioni della scorsa estate, quando Trenord impedì loro di portare le bici sui treni (molti di questi lavoratori a Milano ci possono stare solo per il tempo di lavoro, non certo viverci, considerato il costo oneroso degli affitti in proporzione agli stipendi); le cinque giornate di sciopero selvaggio a seguito del vergognoso contratto tra Ugl e Assodelivey, firmato nel 3 novembre 2020; e infine lo sciopero nazionale del 26 marzo scorso in occasione del “No Delivery Day”, convocato dalla rete Rider X i Diritti, che ha visto mobilitarsi i fattorini in più di trenta città italiane, da Nord a Sud. I riders, divenuti “essenziali” durante il lockdown, sono stati uno dei pochi esempi positivi di lotta dell’anno appena trascorso.

Nonostante il significativo risultato ottenuto dall’accordo con Just Eat (qui si può trovare una spiegazione più esaustiva dei diversi punti del nuovo contratto), occorre sottolineare che tale contratto è stato frutto di una mediazione sofferta con l’azienda. La retribuzione ordinaria prevista dall’accordo è una così detta “retribuzione d’ingresso”, inferiore (del 10% per i primi due anni) a quella prevista dal Ccnl Logistica, Trasporti, Merci e Spedizioni nel Protocollo Integrativo del personale viaggiante, a cui l’accordo con Just Eat fa riferimento.

Lo stesso vale per le maggiorazioni previste per il lavoro festivo, notturno e supplementare, fissate al +10%. All’azienda è stato concesso parecchio in termini di riduzione dei costi del lavoro e in termini di flessibilità aggiuntiva oltre a quella già prevista nel Ccnl (sono state incrementate le quote di atipici nei primi 9 mesi di attività e il limite al lavoro supplementare), affinché fosse raggiunto l’importante obiettivo di trasformare l’attuale organizzazione del lavoro basata sull’abuso del lavoro occasionale e autonomo a cottimo in una più sana e lecita forma di lavoro garantito, che riconosca ai rider il pagamento del proprio tempo messo a disposizione come tempo-lavoro per l’azienda. Adesso tocca a Just Eat onorare gli impegni presi e non abusare delle deroghe concesse.

Ecco perché vigileremo sull’applicazione di questo accordo, che dobbiamo necessariamente considerare solo il primo passo verso il riconoscimento di tutti i diritti che spettano ai riders. Ecco perché la lotta di queste lavoratrici e lavoratori non può ancora dirsi conclusa.

L’articolo Riders, ecco perché l’accordo con Just Eat è solo il primo passo nel riconoscimento dei diritti proviene da Il Fatto Quotidiano.

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