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L’Agenzia internazionale per l’energia atomica (Aiea), che si occupa di promuovere l’uso pacifico dell’energia nucleare, ha trovato un accordo con l’Iran che le permetterà di continuare a sorvegliare i siti nucleari nel paese, almeno parzialmente. L’accordo è molto importante perché è stato concluso dopo che l’Iran aveva minacciato di chiudere tutti i suoi siti alle ispezioni esterne, e dopo che il governo statunitense di Joe Biden si era detto disposto a iniziare nuovo colloqui con l’Iran sul nucleare. Prevede che per i prossimi tre mesi gli ispettori della Aiea potranno continuare ad accedere e monitorare i siti nucleari iraniani, anche se la loro libertà di azione sarà più limitata di prima: tra le altre cose, non potranno più compiere ispezioni a sorpresa.

In altre parole, gli ultimi sviluppi sono una buona notizia per chi vorrebbe che si ristabilisse l’accordo sul nucleare iraniano, quello firmato nel 2015 e definito da molti «storico», e dal quale nel 2018 l’ex presidente Donald Trump aveva ritirato gli Stati Uniti unilateralmente, iniziando un periodo di relazioni estremamente tese e complicate con l’Iran.

I dubbi sulla sopravvivenza dell’accordo sul nucleare iraniano del 2015 sono un tema di dibattito da anni. L’accordo iniziale era stato firmato da Iran, Stati Uniti e diversi altri paesi, tra cui alcuni europei; prevedeva una significativa riduzione della capacità iraniana di arricchire l’uranio – passaggio fondamentale per la costruzione della bomba nucleare – in cambio della rimozione di alcune delle sanzioni imposte internazionalmente sull’economia dell’Iran. L’accordo aveva subito un durissimo colpo nel 2018, con il ritiro degli Stati Uniti e la decisione di Trump di reintrodurre le sanzioni all’Iran: negli ultimi anni i paesi europei coinvolti avevano cercato in tutti i modi di salvare l’intesa, introducendo per esempio dei meccanismi per aggirare gli effetti delle sanzioni americane sulle aziende europee, ma con scarsi risultati.

– Leggi anche: L’accordo sul nucleare iraniano, spiegato

È per questa ragione che gli ultimi sviluppi sono così importanti: dopo anni di chiusure e tensioni, le due parti sembrano essere disposte a tornare a negoziare. Non è ancora chiaro come si svilupperà l’azione diplomatica, anche perché l’Iran finora non ha chiarito le sue intenzioni e si è mostrato piuttosto ambiguo.

Il dibattito su cosa fare era iniziato la scorsa settimana, quando il governo di Joe Biden si era offerto di unirsi ai paesi europei nello sforzo di rimettere in piedi l’accordo del 2015, e aveva preso le distanze dai tentativi dell’amministrazione Trump di reintrodurre le sanzioni dell’ONU sull’Iran (le stesse rimosse dopo l’accordo). Sempre la scorsa settimana, l’Iran aveva annunciato che avrebbe smesso di applicare il protocollo dell’Aiea che permetteva l’accesso ai siti nucleari iraniani degli ispettori internazionali, facendo temere il definitivo collasso dell’accordo sul nucleare, già fortemente debilitato. Il passo verso nuovi possibili colloqui è stato fatto domenica, con la visita in Iran del direttore generale dell’Aiea, Rafael Grossi, conclusa con l’annuncio di una «intesa tecnica» che permetterà un accesso parziale ai siti nucleari iraniani agli ispettori internazionali per i prossimi tre mesi.

Secondo alcuni osservatori, il raggiungimento della «intesa tecnica» è un segno che l’Iran tornerà a negoziare l’accordo, anche se con modalità non ancora chiare. Uno scenario possibile sembra essere quello di nuovi colloqui diretti tra Iran e paesi europei, con gli Stati Uniti come paese osservatore, o invitato.

Il regime iraniano infatti è profondamente diviso: da una parte c’è il governo del presidente Hassan Rouhani, moderato e più aperto a parlare con l’Occidente, dall’altra ci sono i potenti ultraconservatori guidati dalla Guida suprema Ali Khamenei, estremamente radicali e molto più restii a negoziare. La situazione politica iraniana è complicata anche dal fatto che tra quattro mesi ci saranno le elezioni, con le quali si sceglierà un nuovo presidente. L’economia iraniana avrebbe bisogno della rimozione delle sanzioni internazionali, ma allo stesso tempo l’ala più conservatrice del regime, quella che fa riferimento a Khamenei, potrebbe sfruttare l’ostilità verso gli Stati Uniti, e il sentimento nazionalistico molto cresciuto in Iran negli ultimi anni, per opporsi a nuove aperture.

Non è ancora del tutto chiara nemmeno la posizione degli Stati Uniti.

Nonostante il governo Biden abbia mostrato la sua intenzione di tornare nell’accordo sul nucleare, l’obiettivo del governo americano potrebbe essere di ottenere qualcosa di più rispetto all’intesa raggiunta nel 2015. La scorsa settimana il segretario di Stato americano, Antony Blinken, aveva detto che il suo governo ritiene insufficiente l’accordo del 2015, e che vorrebbe estendere i negoziati ad altri temi molto cari agli Stati Uniti. Tra le altre cose, vorrebbe frenare il programma missilistico iraniano e limitare le attività di appoggio del paese a governi stranieri (tra cui il regime siriano di Bashar al Assad) e gruppi che gli Stati Uniti ritengono essere terroristici (come Hezbollah in Libano). Ad oggi l’Iran ha detto di non voler includere queste questioni in eventuali colloqui.

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