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“Quando i compagni tolsero il saluto a Mughini”. L’applauso di Feltri e la pochezza della sinstra

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Vittorio Feltri

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Questo libro non ha una trama, somiglia allo zibaldone della vita. Giampiero Mughini, alle soglie dei suoi 80 anni, regala a sé stesso e a chi gli vuol bene il Nuovo dizionario sentimentale: Delusioni, sconfitte e passioni di una vita,(Marsilio, pp. 288, euro 18). Non credo che Giampiero si renda conto di quanto numerosi siano coloro che gli vogliono bene, e queste pagine sono destinate a moltiplicarli. Somiglia a una autobiografia, ma non è così, è un ritratto per schizzi della «nostra condizione umana» e di questo Paese. Ciascuno si identificherà per la sua parte. Specchiandosi oppure ritagliando le proprie differenze, perché ciascuno è unico, canta lo stesso partito, ma ogni voce è inconfondibile. E quella di Mughini di più. Generosamente mi riconosce nell’elenco dei suoi direttori con cui ha lavorato bene e nel mutuo rispetto. Dico subito: Giampiero non fa nulla per rendersi simpatico, la sua gentilezza, il garbo che mostra per tutti, vanno insieme alla percezione che non riesce e non vuole occultare della propria superiorità quanto a cultura, gusti, intelligenza. Il fatto è che ha ragione, e queste pagine lo dimostrano una volta di più. Egli però cerca di rimediare proprio scrivendo, offrendo cioè – non gratis, il lavoro si paga – l’arte che magnificamente possiede, quella del giornalismo come racconto. Non ha mai preteso l’oggettività. Il mondo che lui inchiostrava un tempo con la macchina per scrivere (lui dice «da scrivere» e lo fa dire anche a Leonardo Sciascia) e oggi con il computer è quello che attraversa il suo sguardo contaminante. Il suo sguardo mi piace.

LA «SICILITUDINE»


Il volume è rapsodico. Si passa da quanto più squisitamente intimo sia accaduto all’autore alla saggistica. L’asse portante del libro, e credo della vicenda intellettuale cioè esistenziale di questo catanese trapiantato a Roma ma come Sciascia traboccante di «sicilitudine» (e guai a confonderla con la sicilianità), sono due capitoli dedicati alla grande storia. Nel primo Mughini ci accompagna nelle vicende culturali e politiche della Francia Anni Trenta, crepitante di intelligenze e moti giovanili sorprendenti, i cui protagonisti sono stati liquidati stupidamente come fascisti o comunisti, collaborazionisti dei nazisti o eroi della Resistenza, mentre in realtà tutto era intrecciato. Mughini sceglie come giorno e data chiave il 4 febbraio del 1934 a Parigi, place de la Concorde. Si affrontano in uno scontro violentissimo giovani di destra e di sinistra. Sicuro fossero così diversi? Intervenne la polizia a riportare l’ordine. Ma che ordine era? Di certo la classe politica non capì nulla. Errore costante. Che ora in Italia non è soltanto di chi sta tra i rappresentanti del popolo ma – a differenza di allora – nella massa amorfa degli intellettuali e dei giornalisti, ottusamente piegati a schemi che porteranno alla catastrofe. Scrive Mughini: «La Terza Repubblica francese, (è) esempio lampante di come una democrazia parlamentare, se lasciata in preda allo sfrenarsi del gioco dei partiti e delle corride ideologiche, possa costruire da se stessa la propria agonia politica e militare: un’agonia di cui i fatti del febbraio 1934 sono assieme l’anticamera e la rivelazione. Le ragioni e i rancori sconfitti a Place de la Concorde riemergeranno difatti e cercheranno di che appagarsi nel luglio 1940, quando i carri armati tedeschi erano appena entrati in una Parigi attonita. E allora, la Francia messa in ginocchio in poche settimane a causa di un’impreparazione militare che nella storia del decennio precedente aveva le sue origini, il demone della lacerazione interna del Paese, il demone del 1934 come del 1936, trionfò». Da leggere, si impara tanto. Quante fucilazioni di innocenti perché stavano con Vichy e Petain, fucilazioni morali che si ripetono ancora, un plotone d’esecuzione di ciechi ma che mirano benissimo. Un tempo era stato tra costoro.

NESSUN GIUDIZIO


Con questo magnifico testo Mughini paga il debito al suo essere stato parte di una schiera di compagni conformisti, che gli tolsero il saluto quando nel 1987 fece i conti con sé stesso e pubblicò, grazie a Giordano Bruno Guerri, Compagni addio. Altro capitolo di sorprendente bellezza e profondità storica e intuizione sul cuore di un popolo è quello dedicato alla formazione dello Stato di Israele. Alla ferocia con cui gente coraggiosa – «ebrei che avevano imparato a sparare» – lo volle far nascere dal niente. Certo, erano terroristi e uccisero un sacco di gente innocente i vari Stern e Shamir, Begin e Cohen. Erano le avanguardie insediatesi in Palestina nei primi decenni del Novecento. Agirono da esuli senza patria per costringere durante la seconda guerra mondiale e subito dopo di essa in particolare gli inglesi ad abbandonare quei territori e consentire la nascita dello Stato degli ebrei. «Costi quel che costi». Valeva il sacrificio di madri uccise con i loro bimbi al seno? Mughini non giudica. Racconta. Tutto. Non occulta l’orrore e la tenerezza.

Le varie fazioni del sionismo. Gli assassini. Il farsi la forca reciprocamente. Sciuperei riassumendo. Trascrivo il sugo della storia: «Di sicuro c’è che se alcune migliaia di militanti ebrei pronti a tutto non avessero ragionato e minacciato con tale forsennata veemenza, gli inglesi non avrebbero lasciato che già il 14 maggio del 1948 il leader del partito laburista David Ben-Gurion proclamasse l’indipendenza di Israele da un appartamento di Tel Aviv, e dunque che per la prima volta dopo due millenni gli ebrei di tutto il mondo avessero una loro casa e una loro terra». Sul resto ci medito, e così farete voi. Sulla vecchiaia. Sugli affetti. Su che cosa sia degno d’essere vissuto. Le passioni certo. Ma anche il decoro. Descrivendo Clinton Eastwood esterna in poche parole un’idea di stile, un’estetica che è l’essenza dell’etica: Esiste una «responsabilità morale che incombe su ciascuno di noi e in ogni momento del nostro vivere. In guerra o in pace, o meglio in quella particolare guerra quotidiana che noi chiamiamo pace. Esattamente come accadde al Walt Kovalski di Gran Torino, cui toccò la responsabilità di proteggere dai prepotenti quella brava gente che erano i suoi vicini di casa. La responsabilità, le leggi che ognuno di noi si dà, la parola data, l’onore dei piccoli quanto accurati gesti che pure distinguono ogni uomo da tutti gli altri, la nobiltà del silenzio rispetto alla volgarità andante, l’uomo senza nome (di Per un pugno di dollari)che è venuto da lontano e che guarda dritto in fronte un avversario che mai e poi mai colpirebbe alle spalle. Che altro c’è di importante nella vita?». Mi piacerebbe comporre una antologia ritagliandola dalle varie voci del Dizionario. Pagine struggenti e di alta letteratura. Il rimorso verso la madre che dovette (dovette?) affidare a una casa di riposo. La totale comunione con il proprio setter di nome Clint, la gioia di sapere che lui, almeno lui, di certo serberà la sua memoria. E le dita incerte sulla tastiera. Ma temo che se lo facessi Giampiero mi manderebbe una salata parcella. 

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