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Le istanze di scarcerazione di Cutolo sono state puntualmente respinte. Non per vendetta, come si dice di solito, ma per paura. Paura dell’opinione pubblica, delle critiche, delle forze politiche giustizialiste sempre pronte a puntare il dito

Raffaele Cutolo, don Rafaele, è stato lasciato morire in carcere. La crisi polmonare che alla fine lo ha ucciso durava da un anno. La richiesta di arresti domiciliari era stata respinta perché la condizione di detenuto in regime di 41 bis, in cella singola, garantiva il rispetto delle norme anti Covid. Le istanze di scarcerazione erano state respinte anche dopo l’aggravamento delle sue condizioni. Non per vendetta, come si dice di solito, ma per paura. Non paura dell’uomo che era stato un tempo feroce, pericolosissimo, mandante di centinaia di omicidi fuori e soprattutto all’interno delle carceri dove i suoi killer avevano instaurato all’inizio degli anni ’80 un vero regime di terrore. Paura dell’opinione pubblica, delle critiche, delle forze politiche giustizialiste sempre pronte a puntare il dito. Anche e quando a essere scarcerate perché in fin di vita sono persone che non rappresentano più alcun pericolo.

Raffele Cutolo aveva smesso da un pezzo di essere ‘ O Professore. Era stato sconfitto nella guerra di camorra che insanguinò Napoli a cavallo tra gli anni ‘ 70 e ‘ 80. Il suo miraggio di costruire una camorra ricalcata sul modello di quella ottocentesca, che aveva studiato sui libri dell’antropologo De Blasio, della quale cercava di farsi raccontare tutto dai vecchi camorristi nei primi anni della sua lunghissima detenzione e poi di estendere il dominio sull’intera Campania era affogato sotto le testimonianze dei suoi uomini più fidati diventati pentiti, l’uccisione del figlio, i tradimenti. . ‘ Credetemi, il crimine non paga. Non seguite i falsi ideali di organizzazioni perché siamo, e mi metto anche io in mezzo, una razza d’infami che si pentono appena gli scattano le manette ai polsi. E’ molto meglio andare a lavorare per un solo tozzo di pane che arruolarvi nelle organizzazioni’. Cutolo non poteva uscire neppure per morire, come non aveva potuto passare un solo giorno con la moglie sposata nel 1983 non perché ancora temibile ma perché, come scrivono senza perifrasi i magistrati rigettando le istanze di scarcerazione, “era un simbolo”.

Non è il primo caso. Sono morti in carcere, vecchi, malati, senza più alcun potere Totò Riina e Bernardo Provenzano, i capi dei Corleonesi. Nessuno di loro, né Cutolo né i terribili corleonesi meritava forse la libertà. Erano boss spietati, con sulle spalle centinaia di omicidi, forse migliaia. Ma a condannarli a una morte spietata e solitaria non son stati i loro delitti ma il loro nome. Il ‘ simbolo’ e ancor più la paura delle reazioni alla sola notizia che quei ‘ simboli’ siano fuori da quelle quattro mura.

Non solo i criminali comuni sono soggetti a questa legge non scritta ma inesorabile. Mario Moretti, ex capo delle Br, è l’unico dell’intero commando di via Fani, ma quasi di tutte le Br a dover ancora tornare in carcere a dormire la notte. Moretti non firma la ‘ lettera di scuse’ ai parenti delle vittime, una formalità vuota e ipocrita che di solito viene redatta dagli avvocati e poi fatta firmare dall’interessato. Anche Mario Tuti, sul fronte opposto della barricata politica, all’estrema destra, è in carcere dal 1975, condannato non dai reati, gravissimi ma non più di quelli di tanti ex terroristi liberi da decenni ma dal nome e dal rifiuto di porgere scuse formali.

Renato Vallanzasca, il bel René, è stato uno dei nomi più noti della malavita milanese e italiana. Bello spavaldo, provocatori. Ha pagato il nome e il caratteraccio quasi più dei delitti per cui è stato condannato a quattro ergastoli. Nel 2010, dopo una trentina d’anni di carcere e molti rifiuti ottiene il lavoro esterno al carcere ma perde subito il beneficio per essersi appartato con una donna. Il lavoro gli viene restituito ma lo perde subito per le proteste degli abitanti del paese dove aveva trovato impiego. Pochi mesi dopo è di nuovo in regime di lavoro esterno ma nel 2014 si fa prendere mentre ruba in un grande magazzino calzini e mutande. Verrà condannato a 10 mesi ma nel 2018, senza che nel frattempo sia mai uscito di nuovo di galera, il tribunale di sorveglianza di Milano, nonostante le richieste non sol dell’avvocato di Vallanzasca ma dello stesso carcere, stabilisce che deve scontare tutta la pena in carcere, non avendo dato segni di ravvedimento.

Una giustizia che nega ogni possibilità ai condannati per reati gravi è discutibile, poco civile, contraria ai princìpi della nostra Costituzione ma ha una sua logica, non differente da quella che ispira la pena di morte. Una giustizia condizionata dal nome del condannato più che dalla sua situazione reale e ostaggio di un’opinione pubblica spesso sollecitata nel modo e nel senso peggiore, invece, non è giustizia ma arbitrio.

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