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Da Bruxelles, Berlino e Francoforte intendono tenere il Mes di scorta, pronto a entrare in scena, qualora la Bce fosse costretta a rallentare il ritmo degli acquisti del Pepp. L’analisi di Giuseppe Liturri

Si torna a parlare di Mes, o meglio della ratifica del Trattato che contiene il testo riformato rispetto alla prima versione del 2012. E, all’improvviso, sembra di essere piombati nel romanzo di Stephen King “A volte ritornano”, inseguiti da zombies che hanno l’unico obiettivo di appropriarsi delle nostre anime per tornare a vivere.

Ci ha pensato a fine settembre un lancio dell’Ansa a ricordarci che il Mes è pronto per tornare dominare la scena. Infatti si riferiva che un alto funzionario UE ha spiegato che “l’Eurogruppo si attende che l’Italia ratifichi la riforma del Meccanismo europeo di stabilità (Mes) entro la fine del 2021 come si è impegnata a fare con i partner europei”.

Allora bisogna riavvolgere il nastro e capire come siamo arrivati alla scadenza ormai imminente. Il processo per una riforma di questo Trattato intergovernativo ebbe inizio, a livello di Eurogruppo, già nell’ottobre 2017 durante il governo del Presidente Paolo Gentiloni e del ministro dell’economia Pier Carlo Padoan. Ebbe i suoi passaggi decisivi tra dicembre 2018 e dicembre 2019, durante il primo e secondo governo di Giuseppe Conte con i ministri dell’economia Giovanni Tria e Roberto Gualtieri che, nell’Eurogruppo del 30 novembre 2020 definì l’accordo politico sugli ultimi dettagli e, in quella sede, si decise di procedere alla firma del testo riformato del Trattato avvenuta – per mano degli ambasciatori plenipotenziari presso la Ue dei 19 Stati membri firmatari – tra il 27 gennaio e l’8 febbraio di quest’anno. Da allora è partito il conto alla rovescia della ratifica da parte dei rispettivi Parlamenti nazionali, necessaria per la piena efficacia dell’accordo.

Giova ricordare che la ratifica del Trattato originario del Mes (legge 116 del 23 luglio 2012) avvenne negli infuocati giorni del “whatever it takes” di Mario Draghi, dopo che il Trattato era stato firmato sotto il governo di Mario Monti il 2 febbraio 2012. Passarono quindi poco meno di sei mesi dalla firma alla ratifica. Erano i mesi del “fate presto” d’infausta memoria e, non a caso, la legge di ratifica del Trattato sul Fiscal Compact  – famigerato strumento che impone la riduzione del debito pubblico eccedente il 60% del PIL, in misura di 1/20 all’anno, roba da mettere in ginocchio il Paese – fu promulgata lo stesso giorno con il numero 114.

Dopo quasi dieci anni, tutto questo strumentario si è dimostrato essere – per stessa ammissione di coloro che lo progettarono e resero esecutivo – la causa principale della seconda recessione italiana del 2012-2013. Nel frattempo il Mes è servito per prestare circa 90 miliardi a Irlanda, Spagna, Grecia, Portogallo e Cipro, tuttora soggetti a programma di sorveglianza. Quei soldi provengono dai circa 80 miliardi inizialmente versati dagli Stati (tra cui i 14 dell’Italia, che pesa per il 17,7% del capitale) oltre a 120 miliardi di titoli emessi dal Mes sui mercati. Restano ancora disponibili altri 110 miliardi di attività finanziarie prontamente liquidabili e, soprattutto, il Mes ha la possibilità di richiamare, a prima richiesta, altri 624 miliardi di capitale dagli Stati membri (110 miliardi la quota italiana).

Poi è arrivato il Covid e, quando sembrava che il Mes fosse giunto sul punto di rivestire finalmente un ruolo di protagonista, nessun Paese si è nemmeno sognato di richiedere il prestito “pandemico”, affannosamente messo a punto dall’Eurogruppo tra aprile e maggio 2020 e reso disponibile dal 1 giugno successivo, fino a un massimo del 2% del PIL del Paese richiedente.

La signora Christine Lagarde aveva infatti già tolto le castagne dal fuoco al direttore generale Klaus Regling. Il 18 marzo precedente, varando il programma straordinario di acquisti di titoli pubblici (PEPP) che, da allora, ha completamente assorbito le ingenti emissioni nette di titoli del Tesoro italiano. Nemmeno un eurofanatico come Gualtieri ha potuto così perorare la causa del prestito del Mes, davanti a titoli comprati dalla BCE e tenuti in portafoglio forse in perpetuo, con relativi interessi che tornano al Tesoro sotto forma di dividendi di Bankitalia.

Allora a cosa serve questo testo riformato, prossima alla ratifica?

Formalmente ci dicono che serve a costituire, dal 1 gennaio 2022, il “paracadute” (backstop) per il fondo di risoluzione unico delle crisi bancarie. Un prestito di circa 55 miliardi a cui il fondo potrebbe attingere qualora, dovendo intervenire per risolvere una grande crisi bancaria, esaurisse la propria dotazione (altri 60 miliardi circa). Ma è una foglia di fico che non regge. Il Mes riformato porta in dote (come un cavallo di Troia) la ridefinizione delle due linee di prestito a favore degli Stati membri. Quella precauzionale (PCCL) e quella di emergenza (ECCL). Con l’essenziale dettaglio che l’accesso alla prima è soggetto a condizioni sulla solidità delle finanze del Paese richiedente, talmente rigide, che oggi l’Italia (e numerosi altri Paesi) ne sarebbe fuori e sarebbe quindi spedita alla ECCL, con conseguente programma di aggiustamento macroeconomico “alla greca”. Questo è il Mes riformato. Un adeguato “complemento a 100” rispetto alle condizioni del Recovery Fund per rafforzare le “cime di ormeggio” macroeconomico che il Patto di Stabilità tiene troppo lasche.

Da Bruxelles, Berlino e Francoforte, intendono tenerlo di scorta, pronto a entrare in scena, qualora la BCE fosse costretta a rallentare il ritmo degli acquisti del PEPP – anche se i dati delle ultime due settimane non mostrano segni di cedimento – sotto la spinta delle pressioni tedesche preoccupate per la recente risalita dell’inflazione. E allora prepariamoci a subire l’ennesimo diktat procedendo alla ratifica di uno strumento così vecchio da apparire uno zombie.

(Versione integrata e ampliata di un articolo pubblicato su La Verità)

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