Spread the love

Il governo Draghi ha un piano per sostituire il gas russo: il primo passo è la limitazione di termosifoni e condizionatori negli edifici pubblici. Tutti i dettagli e l’analisi di Davide Tabarelli

Il piano del governo di Mario Draghi per la sostituzione del gas naturale russo (l’Italia ne è molto dipendente, per il 43 per cento sul totale importato nel 2020) passa innanzitutto per una crescita delle importazioni dal Nordafrica e degli acquisti di gas liquefatto. Verrà aumentato il contributo energetico delle centrali a carbone e anche – in misura decisamente inferiore – la produzione interna, dai giacimenti italiani. Il piano, infine, prevede una riduzione dell’illuminazione pubblica, del riscaldamento (di 1 °C) e dei consumi industriali.

tabarelli
Grafico via ISPI, con dati de Il Foglio.

COSA HA DECISO IL GOVERNO SU TERMOSIFONI E CONDIZIONATORI

Per assicurare un risparmio energetico il governo ha stabilito che, dal prossimo 1 maggio e fino al 31 marzo 2023, i limiti massimi e minimi degli impianti di riscaldamento e raffrescamento negli edifici della pubblica amministrazione (ospedali e strutture cliniche sono escluse).

Come riporta la Repubblica, in inverno non si potranno superare i 19 gradi, con 2 gradi di tolleranza; in estate, invece, non si potrà scendere sotto i 27 gradi, sempre con 2 gradi di tolleranza.

L’ANALISI DI TABARELLI

Davide Tabarelli, professore di economia all’Università di Bologna e presidente della società di ricerca energetica Nomisma Energia, ha detto a La Stampa che “1 grado in meno per riscaldamenti e condizionatori di case e uffici vale 1 miliardo di metri cubi di gas, noi dalla Russia ne prendiamo 29”.

La mossa da sola è insufficiente, insomma – e infatti è inserita in un piano più ampio -, ma Tabarelli ne riconosce il valore di fondo: “è un primo segnale che bisogna intervenire sulla domanda”. Sostiene che non esistano alternative al razionamento energetico perché, stando ai calcoli di Nomisma, “se si spengono del tutto i condizionatori delle famiglie si risparmiano 10 miliardi di metri cubi. Se si spengono i riscaldamenti se ne risparmiano 20”.

“Ma è una tragedia”, aggiunge, “una sconfitta anche umana: la nostra economia si caratterizza anche per il primato di consentire alle persone di avere case riscaldate e bollette pagabili, non come quelle che ci sono arrivate ultimamente”.

RAZIONARE LE INDUSTRIE

“Il grosso dell’energia viene consumato da industria, servizi e trasporti”, spiega l’economista; “è lì che bisognerà razionare davvero. Ne soffriremo, ma non quanto stanno soffrendo gli ucraini che stanno sotto le bombe”.

PRODUZIONE DI GAS E RINNOVABILI

Nell’immediato, l’Italia non potrà compensare l’eventuale blocco al gas russo né con il gas prodotto internamente, né con le fonti rinnovabili. “Ben vengano le rinnovabili, ma nel breve non potranno darci molto”, dichiara infatti Tabarelli.

“Se anche da qui al prossimo inverno la produzione [rinnovabile] aumentasse del 10%, ed è impossibile che accada, risparmieremmo qualche centinaio di milioni di metri cubi di gas. Poca cosa”, sostiene l’economista, secondo cui il piano del governo per la semplificazione delle autorizzazioni degli impianti non risolverà il problema di fondo. “Siamo in emergenza e forse non lo si sta tenendo davvero in considerazione”.

“Quanto alla nostra produzione di gas, e quella di paesi che ne hanno grande disponibilità come l’Olanda, i tempi sono lunghi perché servono infrastrutture gigantesche. È stato un errore fermare la produzione”, ha aggiunto il presidente di Nomisma Energia. “E l’Europarlamento, che chiede ora l’embargo totale contro la Russia, ha una maggioranza di partiti che hanno lottato contro le trivelle, fra cui quello del ministro degli Esteri Di Maio, e spinto perché si abbandonasse l’estrazione di gas” nei paesi dell’Unione europea.

COSA FARE CON LE CENTRALI A CARBONE

Oltre a “dire chiaramente agli italiani che bisogna iniziare a spegnere la luce e ridurre i consumi”, l’altra cosa da fare, secondo Tabarelli, è “riaprire davvero le centrali a carbone”.

Il governo italiano si è già mosso in questo senso. Il Comitato tecnico di emergenza e monitoraggio del sistema del gas, legato al ministero della Transizione ecologica, ha chiesto infatti alle società che gestiscono gli impianti a carbone di indicare la capacità energetica raggiungibile in tempi brevi per supplire a una carenza di gas. Gli operatori in questione sono Enel, A2A ed EP Produzione (parte del gruppo ceco EPH).

Il maggiore contributo a carbone dovrebbe arrivare dalla centrale termoelettrica Andrea Palladio di Enel: si trova a Fusina, vicino Venezia, e possiede quattro unità per 875 megawatt. Solo due, però, risultano attive al momento perché l’impianto è in fase di dismissione.

ISCRIVITI ALLA NOSTRA NEWSLETTER

Iscriviti alla nostra mailing list per ricevere la nostra newsletter

Iscrizione avvenuta con successo, ti dovrebbe arrivare una email con la quale devi confermare la tua iscrizione. Grazie da EnergiaOltre!

Errore