Perché l’Italia continua a rifiutare la meritocrazia

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La lettera dell’avv. Antonio de Grazia

Gentile direttore,

così scriveva l’estroso Ennio Flaiano: “Il partito comunista ha conosciuto momenti di splendore in Italia quando i cretini vi accorrevano nella certezza di apparire intelligenti” (Il Mondo, 1956, poi ne L’uovo di Marx, 1987, Schweiller).

Nel dopoguerra, gli episodi di conversione degli ex-fascisti furono numerosi: Togliatti, il Migliore era di bocca buona, il Partito doveva crescere e doveva raggiungere l’egemonia. E poi il mondo, il progresso, l’evoluzione guardava a sinistra: l’utopia del Comunismo, del Socialismo Scientifico, della Società senza Classi, sembrava a portata di mano. Il Mondo Nuovo era lì vicino.

I pochi liberali italiani si riunivano in conventicole, e l’élite maggiore era raccolta da Il Mondo di Mario Pannunzio. Ennio Flaiano era il “redattore cupo” nei primi anni del glorioso settimanale. Flaiano e Pannunzio erano coetanei, nati entrambi il 5 marzo 1910.

All’epoca sentirsi comunisti, marxisti, socialisti scientifici era il nec plus ultra: la verità era nelle tasche degli adepti, non vi erano più dubbi, Il Marziano a Roma – breve e splendido racconto di Ennio Flaiano – era il Comunismo, il Sol dell’Avvenire.

Ma dietro questa corsa al seguito del Vincitore (“Gli italiani corrono in soccorso del vincitore”, aureo frammento originale di Bruno Barilli, poi rimaneggiato da Ennio Flaiano, ma potrebbe essere opera di Leo Longanesi o Prezzolini o del nano di Strapaese Mino Maccari), al più bieco opportunismo, vi era anche una seconda verità.

Il fascismo era – secondo la splendida sintesi di Marcello Veneziani – l’incontro dei radicalismi di sinistra e dei radicalismi di destra, con in più il culto della personalità. Ma il fascismo era anche una comoda dimora di conformismo nel ventennio: si aderiva, si faceva carriera come gerarchi, non era necessario avere qualità e doti.

Così pure avveniva per il comunismo – sol dell’avvenire in Italia: i principi e le regole venivano dettati dall’alto, da una ortodossia che non amava la fronda.

Questo peccato originale è rimasto, o forse è sempre stato, nel costume degli italiani: il merito, la meritocrazia vengono visti come una colpa, una violazione del principio di uguaglianza.

A distanza di decenni dalla fine del comunismo originale russo (1989) ed ottant’anni dopo la caduta del fascismo, il merito (inteso come competenza, execution, capacità di giudizio autonoma e indipendente, dopotutto amore per la Libertà) è sempre marginale, guardato con sospetto, un peccato che bisogna farsi perdonare.

L’eguaglianza verso il basso ha fatto non pochi guasti.

Del resto, i grandi uomini non sono mai stati conformisti: il progresso è contraddizione con il passato.

“Non sono i miei difetti che mi procurano nemici, ma le mie qualità” (Gabriel Matzneff).

Così è, se vi pare.

Un caro saluto.

Antonio de Grazia

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