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La notizia degli arresti nella casa reale della Giordania nell’ambito di un tentato colpo di stato ha agitato molto gli storici alleati del paese, fra cui ci sono soprattutto molti paesi occidentali. Al momento le autorità giordane hanno offerto ampie rassicurazioni sulla sicurezza interna, ma alcuni osservatori temono che gli arresti siano il sintomo di tensioni e movimenti più estesi, che potranno avere conseguenze anche nel breve termine.

La Giordania è governata da una monarchia fin dalla sua nascita negli anni Quaranta del Novecento, e storicamente è uno dei paesi più stabili del Medio Oriente: sia per la sua posizione geografica da “cuscinetto” naturale fra Israele e paesi come l’Iraq e l’Arabia Saudita, sia per la sua accorta politica estera, fatta di buoni rapporti sia col mondo arabo sia con l’Occidente. Negli ultimi decenni inoltre ha goduto di una buona crescita economica sostenuta anche dal settore del turismo, che secondo varie stime rappresenta fra il 10 e il 20 per cento del PIL nazionale. Il relativo benessere del paese aveva permesso di accogliere circa 600mila siriani in fuga dalla guerra civile iniziata nel 2011.

Da anni però gli analisti spiegano che dietro l’apparente solidità del paese si nascondono alcune crepe.

Il più famoso fra gli arrestati è l’ex principe ereditario Hamzah bin Hussein, fratellastro del re Abdullah II. Il genitore che hanno in comune, re Hussein, viene considerato il fondatore della moderna Giordania: è rimasto in carica per quasi mezzo secolo, dal 1952 al 1999. Nelle ultime settimane di vita nominò un po’ a sorpresa Abdullah come suo successore, nonostante Hamzah fosse il più istruito e da alcuni considerato il figlio prediletto (era il figlio della quarta e più longeva moglie, Nur). Nel 2004 inoltre Abdullah II tolse il titolo di principe ad Hamzah per assegnarlo a suo figlio Hussein bin Abdullah, che aveva solo dieci anni. Da allora fra i due rami della famiglia esiste un’ostilità più o meno esplicita.

Hamzah stava cercando da tempo di creare una rete di relazioni alternativa a quella del re Abdullah II sia nella famiglia reale sia fra le più potenti tribù del paese. Moltissimi giordani appartengono a tribù e clan, i cui leader hanno ruoli di rilievo nell’esercito e nella polizia e molto peso nelle decisioni del re e del governo. Sembra che Hamzah in particolare si fosse avvicinato a Bassem Awadallah, ex ministro delle Finanze rimosso nel 2010 per motivi poco chiari, e da allora molto legato ai leader di Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, Mohammed bin Salman e Mohammed bin Zayed Al Nahyan.

Fino a pochi anni fa la famiglia reale si era sempre mostrata piuttosto unita in pubblico, ma il quotidiano israeliano Haaretz segnala che già l’anno scorso alcuni membri si sono dimostrati critici nei confronti di Abdullah II. Nell’estate del 2020 uno dei fratellastri di Abdullah II e Hamzah twittò una dura critica nei confronti della normalizzazione dei rapporti fra Israele ed Emirati Arabi Uniti, retwittata dalla madre di Hamzah, Nur.

In un video diffuso da Hamzah dopo l’arresto, l’ex principe accusa il governo e la casa reale di corruzione e crescente autoritarismo, riprendendo le accuse espresse dalle migliaia di persone che nell’estate del 2020 scesero in piazza per protestare contro la marginalizzazione del più grande sindacato del paese e più in generale contro la corruzione, percepita a tutti i livelli del governo. Il governo e la monarchia avevano reagito arrestando più di mille manifestanti, fra cui soprattutto insegnanti, e reprimendo le proteste con la forza. Il Guardian scrive che a marzo ci sono state «piccole ma intense» manifestazioni per ricordare i dieci anni della primavera araba.

Ma la lista dei fattori che potrebbero catalizzare nuove proteste è piuttosto lunga.

La drastica riduzione del turismo e delle altre attività economiche dovuta alla pandemia da coronavirus ha portato il tasso di disoccupazione a un preoccupante 24 per cento, e migliaia di attività sono state costrette a chiudere. Il governo sta lavorando a un piano per aprire soltanto alle persone vaccinate i principali siti turistici del paese come l’antica città di Petra e i canyon del Wadi Rum, ma non è chiaro se basterà per convincere i turisti stranieri a visitare il paese.

L’economia del paese si basa anche sulle donazioni e gli aiuti che riceve dall’estero, come i circa 1,5 miliardi di dollari che nel 2020 sono arrivati dagli Stati Uniti: ma in un periodo di enormi spese per gli stati occidentali, difficilmente la quota che destinano agli aiuti e alla cooperazione internazionale potrà aumentare.

Anche dal punto di vista sanitario la Giordania ha avuto qualche problema, in particolare nella gestione della pandemia. Dopo avere avuto pochissimi casi di contagio nella primavera del 2020, ha avuto una prima ondata in autunno mentre ora è nel picco di una seconda ondata iniziata a marzo. Dall’inizio della pandemia i morti sono stati più di settemila, mentre i contagiati registrati ufficialmente 633mila (circa una persona su 15, dato che i giordani sono circa 10 milioni).

Il ministro della Sanità è stato rimosso due settimane fa dopo che almeno sei persone malate di COVID-19 sono morte per una temporanea carenza di ossigeno nell’ospedale di Salt, una città a poca distanza dalla capitale Amman. Le morti all’ospedale di Salt hanno causato nuove proteste in varie città del paese contro la gestione economica e sanitaria della pandemia: a manifestare sono soprattutto i giovani, in un paese in cui peraltro l’età media è di 23 anni.

Una eventuale destabilizzazione della Giordania avrebbe conseguenze potenzialmente molto gravi in tutto il Medio Oriente. Significherebbe un minore controllo nell’area del fiume Giordano, che segna il confine con Israele, nonché una probabile competizione fra gli altri paesi dell’area per influenzare l’esito della lotta di potere nella monarchia.

Dopo gli arresti gli Stati Uniti e Israele hanno espresso messaggi di solidarietà ad Abdullah, e lo stesso ha fatto l’Arabia Saudita. La monarchia e l’apparato di sicurezza giordano hanno cercato di mostrare al mondo stabilità, sottolineando che gli arresti non hanno provocato manifestazioni di piazza né ulteriori tensioni. «È finita, per ora», ha detto al Guardian un funzionario della sicurezza di un paese della regione.

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