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Perché gli scontri fra Israele e Palestina sono ripresi proprio adesso

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Le violenze in corso in questi giorni fra Israele e i gruppi armati palestinesi sono le più intense dall’ultima guerra combattuta fra le due parti, nel 2014. Negli anni scorsi ci sono stati diversi momenti in cui una grave crisi sembrava inevitabile: le violenze però erano sempre rientrate. I primi tre mesi del 2021 in particolare erano stati piuttosto tranquilli, senza lanci di razzi o bombardamenti né attacchi suicidi sulle città israeliane. Nelle ultime settimane però sono successe diverse cose, che insieme ai problemi mai risolti fra le due comunità hanno funzionato da catalizzatore per le nuove violenze.

Due passi indietro

La disputa territoriale che riguarda israeliani e palestinesi è considerata la più complessa al mondo: riguarda luoghi frequentati da secoli dalle due parti, e in cui sono state combattute guerre e realizzate invasioni. Alla base del conflitto c’è un problema di reciproco riconoscimento: la maggior parte degli israeliani ritiene che il legame dei palestinesi con i luoghi della Bibbia non sia forte quanto il loro, mentre moltissimi palestinesi considerano gli israeliani alla stregua di invasori stranieri che non hanno alcun diritto di stabilirsi in una terra che loro abitano da secoli.

L’attuale situazione è frutto di uno stallo iniziato con la Guerra dei Sei Giorni, combattuta nel 1967. Al termine della guerra, Israele occupò tutta la Cisgiordania e soprattutto Gerusalemme Est, la porzione della città che la maggior parte della comunità internazionale assegna ai palestinesi.

Da allora Israele ha progressivamente ceduto pezzi dei territori conquistati – come la Cisgiordania e la Striscia di Gaza – a forme di autogoverno palestinese, ma mantenendo il diritto di intervenire militarmente in tutti i territori, e di costruire insediamenti in varie parti della Cisgiordania e di Gerusalemme est. Dall’altra parte, i palestinesi hanno cercato a lungo di trovare il modo di sconfiggere definitivamente gli israeliani; e quando hanno capito che non era più possibile a causa dell’accresciuta potenza militare di Israele, diversi gruppi radicali hanno scelto di passare alla lotta armata, legittimata anche da quelli meno radicali, per fare pressione affinché le autorità israeliane cedessero pezzi di territorio.

Nonostante gli innumerevoli tentativi, le due parti non sono mai riuscite a trovare un compromesso né su una gestione condivisa di Gerusalemme né sull’assetto del futuro stato palestinese, auspicato dalla maggior parte della comunità internazionale.

Il limbo in cui i palestinesi vivono da decenni, soprattutto quelli della Striscia di Gaza soggetti da anni a un durissimo embargo, e lo stato di militarizzazione permanente in cui vive Israele – uno dei rarissimi paesi occidentali ad avere un servizio di leva obbligatorio – si autoalimentano a vicenda, generando periodiche tensioni e violenze.

– Leggi anche: Cos’è Gerusalemme, oggi

Gli ultimi mesi

Da tempo entrambe le parti stanno attraversando una crisi politica di cui ancora oggi non si vede la risoluzione.

In Israele negli ultimi due anni si sono tenute ben quattro elezioni parlamentari, nessuna delle quali ha prodotto una maggioranza stabile. Il primo ministro Benjamin Netanyahu è in carica ormai da 12 anni, ma è sempre più logorato dai processi per corruzione in corso e dall’assenza di una forte maggioranza politica che lo sostenga; in tutti i suoi ultimi governi, Netanyahu è stato ostaggio degli interessi di parte, soprattutto dei potentissimi e influenti partiti della destra nazionalista religiosa, che peraltro negli ultimi anni sono riusciti a spostare molto verso destra il dibattito pubblico israeliano.

L’assenza di un governo stabile ha comportato il fatto che non ci fosse «un adulto responsabile» che impedisse pericolose escalation, come ha detto al Washington Post Daniel Seidemann, un esperto della politica locale di Gerusalemme.

Poco prima dell’inizio del nuovo ciclo di violenze, Israele sembrava indirizzato verso le quinte elezioni parlamentari, da tenere probabilmente in autunno. Inoltre il 2 giugno, almeno in teoria, nel paese si voterà per eleggere il nuovo presidente della Repubblica: una carica largamente cerimoniale che però ha enorme importanza nei periodi di formazione del governo, dato che assegna personalmente il mandato di primo ministro.

In questi anni il presidente Reuven Rivlin, un conservatore moderato, ha rappresentato un discreto contraltare alla svolta a destra dei governi Netanyahu: e non è chiaro cosa potrebbe accadere se fosse sostituito da un politico con posizioni più radicali.

Rivlin durante una recente visita in Germania (Maja Hitij/Getty Images)

In Palestina le ultime elezioni presidenziali si sono tenute nel 2005, mentre le ultime parlamentari nel 2006 (e il loro esito ha prodotto una sanguinosa guerra civile). Nuove elezioni presidenziali e parlamentari vengono periodicamente indette da anni senza però mai essere organizzate per davvero. Wikipedia ha anche un’apposita pagina sulla questione intitolata genericamente “Prossime elezioni palestinesi”. Le lungaggini sono attribuite soprattutto all’Autorità Palestinese, una forma “embrionale” di stato palestinese – ma di fatto mai diventata uno Stato – con un proprio governo e parlamento, che dal 2005 governa la Cisgiordania. La Striscia di Gaza è invece governata di fatto dal gruppo politico-terrorista di Hamas.

Il gruppo dirigente dell’Autorità Palestinese è ancora quello che ruotava attorno allo storico leader Yasser Arafat, morto nel 2004: è composto soprattutto da uomini molto anziani ormai poco a contatto con l’elettorato palestinese, eppure assai restii a cedere il proprio potere.

A gennaio Abbas aveva promesso di indire nuove elezioni in tutta la Palestina, ma si è rimangiato la promessa appena tre mesi dopo, attribuendo la sua decisione allo scarso coordinamento con le autorità israeliane; una motivazione che diversi osservatori hanno giudicato una scusa per timore di sottoporsi al giudizio elettorale dei palestinesi.

Mahmoud Abbas fotografato durante una riunione politica nell’estate del 2020 (Mohamad Torokman/Pool Photo via AP, File)

Non aiuta il fatto che in Israele e nei territori governati dai palestinesi la gestione della pandemia da coronavirus sia stata molto diversa.

Israele è uno dei paesi più avanzati al mondo nella campagna vaccinale, grazie soprattutto a un ingentissimo stanziamento del governo per ottenere grandi dosi del vaccino sviluppato da Pfizer-BioNTech. Nei territori palestinesi la vaccinazione va molto a rilento, sia per una carenza di strutture sanitarie e di risorse economiche, sia per le difficoltà legate all’embargo di Israele nei confronti della Striscia di Gaza: secondo una stima citata dal quotidiano israeliano Haaretz, all’inizio di maggio i palestinesi vaccinati in Cisgiordania e Striscia di Gaza erano appena 300mila su un totale di circa 5 milioni di persone.

Gli sviluppi più recenti

L’escalation di questi giorni è stata innescata da un’antica disputa legale che la Corte Suprema israeliana avrebbe dovuto risolvere lunedì 10 maggio con una sentenza definitiva, poi rinviata a causa delle tensioni crescenti. La disputa riguarda Sheikh Jarrah, un quartiere di Gerusalemme Est che ha una storia ingarbugliata e controversa.

Una casa di Sheikh Jarrah abitata da una famiglia di ebrei nazionalisti (AP Photo/Sebastian Scheiner)

Da decenni alcune famiglie palestinesi rischiano di essere sfrattate da una casa che venne donata loro dal governo della Giordania, con l’appoggio dell’ONU, nel 1956, quando Gerusalemme Est era controllata dalla monarchia giordana. Il problema però è che quei terreni erano di proprietà di alcune comunità di ebrei che si erano allontanate a causa delle violenze della guerra del 1948. La legge israeliana prevede che tutti gli ebrei che hanno lasciato le proprie case nel 1948 possano rientrarne in possesso: il problema però è che la stessa prerogativa – chiamata anche “diritto di ritorno” – è vietata ai palestinesi. Sheikh Jarrah inoltre si trova a Gerusalemme Est, cioè in un territorio che gran parte della comunità internazionale assegna ai palestinesi.

All’avvicinarsi del giorno della sentenza ogni sera, la scorsa settimana, decine di attivisti per i diritti dei palestinesi avevano manifestato contro gli sfratti, attirando sia le attenzioni dei giornali internazionali sia quelle dei palestinesi sparsi fra Israele, la Cisgiordania e la Striscia di Gaza.

A complicare ulteriormente le cose, poi, ci si è messo il calendario. Più o meno negli stessi giorni quest’anno è caduta sia la fine del Ramadan, il mese sacro per i musulmani che spesso coincide con affollatissime manifestazioni di protesta soprattutto a Gerusalemme (quest’anno represse con più forza del solito dalla polizia israeliana), sia il Giorno di Gerusalemme, una ricorrenza in cui gli israeliani nazionalisti celebrano quella che chiamano la «riunificazione» di Gerusalemme durante la Guerra dei Sei Giorni: in altre parole, l’occupazione militare israeliana di territori che la comunità internazionale ritiene spettino ai palestinesi.

«È evidente che la combinazione degli ultimi eventi a Gerusalemme abbia ricordato ai palestinesi chi siano e cosa stiano combattendo, cioè uno stato e una società che nega la loro possibilità di realizzazione. Non lo dico per giustificare la violenza, ma per capire da dove proviene», ha scritto l’analista del Council on Foreign Relations, Steven Cook, su Foreign Policy.

Per ultima, la politica

Diversi osservatori sostengono però che l’elemento decisivo che abbia funzionato da catalizzatore sia stato il coinvolgimento di Hamas.

L’annullamento delle elezioni aveva messo il gruppo in una posizione molto scomoda, costringendolo a continuare a collaborare con i nemici storici di Israele e gli avversari dell’Autorità Palestinese controllata da Fatah, il principale partito laico palestinese, per gestire le conseguenze della pandemia, ma senza la prospettiva di arrivare al potere in breve termine anche in Cisgiordania. Hamas si preparava da mesi al voto, tanto che aveva già iniziato a tenere delle primarie interne per decidere i candidati migliori da schierare nelle varie circoscrizioni.

In un certo senso, per Hamas, i fatti di Sheikh Jarrah e le solite manifestazioni del Ramadan erano un’occasione imperdibile per mettersi a capo delle proteste e riaffermare la propria presa sull’elettorato palestinese. L’occasione è stata colta: Hamas ha di fatto infiltrato i movimento di protesta con i propri membri, alimentato la tensione con i propri mezzi di comunicazione e soprattutto superato esplicitamente quella che il governo israeliano considera una linea rossa, cioè la sicurezza degli israeliani che abitano a Gerusalemme e Tel Aviv, prese più volte di mira dai lanci di razzi compiuti in gran parte proprio da Hamas.

L’espediente sembra avere già funzionato: sui giornali israeliani ci sono diverse analisi secondo cui Hamas avrebbe già «vinto», in un certo senso.

Le immagini del panico scatenato dalle sirene che annunciano l’arrivo dei razzi palestinesi e del Parlamento israeliano evacuato per timori di un attacco hanno permesso ad Hamas di ottenere una vittoria mediatica nel dibattito interno palestinese. Sul Times of Israel, l’analista Haviv Rettig Gur ha scritto che sebbene Hamas possa «perdere la guerra contro Israele oppure uscirne ammaccata quando finiranno i combattimenti», ha già vinto la battaglia per il controllo delle proteste con Fatah, che infatti negli ultimi giorni si è fatta sentire pochissimo.

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