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Paziente psichiatrico rischia di finire in strada perché i servizi sociali non pagano

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I servizi sociali non intendono più farsi carico dei costi per il suo mantenimento. Rimane quindi senza residenza, né i suoi parenti possono occuparsi di lui. Parliamo di un uomo che rischia di trovarsi in strada dal primo giugno, senza un alloggio, dopo alcuni anni passati prima in una sezione psichiatrica carceraria e poi in una comunità terapeutica, nel Forlivese. La vicenda, resa pubblica dall’agenzia Ansa, riguarda un 40enne finito nei guai con la giustizia per reati commessi da tossicodipendente e che, durante la carcerazione, iniziò a manifestare problemi psichiatrici per cui venne trasferito nel reparto Salute mentale del carcere di Reggio Emilia.

Ora il suo difensore, l’avvocata Nicoletta Garibaldo del foro di Bologna, sta tentando di trovare una soluzione, ma il tempo a disposizione è breve e si rischia di vanificare un percorso di recupero che aveva dato buoni risultati. Quali? I magistrati di Sorveglianza chiamati a valutare la sua situazione ne disposero il collocamento in una comunità psichiatrica, in affidamento terapeutico. Parliamo del settembre del 2019, nel frattempo la pena si è estinta, anche per l’esito positivo dell’affidamento, valutato dal tribunale di Sorveglianza di Bologna. A questo punto, rimane il discorso del dopo. Fino a quando la persona resta sottoposta alla misura, il pagamento della retta della comunità, in base alla normativa successiva all’abrogazione degli Opg, dovrebbe essere in carico ai servizi di ultima residenza, per il 40enne il Sert di Castelvetrano ( Trapani). Teoricamente il percorso punterebbe a una gradualità, cioè prima il passaggio in una struttura più aperta e poi in un “gruppo appartamento”, per dare autonomia al paziente. Ma per il 40enne, riferisce l’avvocata Garibaldo, i servizi si sono rifiutati di continuare a sostenere il pagamento e dopo alcuni mesi hanno comunicato alla comunità, con 10 giorni di preavviso, che dal 31 maggio non salderanno più.

Un dramma. L’uomo ha due fratelli e una madre, che però non hanno la possibilità di farsi carico di un paziente psichiatrico. E così, sottolinea l’avvocata, è «concreta la possibilità di trovarsi in strada, vanificando gli anni di terapia svolti e l’investimento finanziario dello Stato e del Servizio sociale, e a questo si aggiunge il rischio di ricadute. E non stiamo parlando di una persona con patologie irreversibili, ma recuperabile con i corretti supporti». L’avvocata ora proverà a rivolgersi, come ultima spiaggia, ai servizi sociali di Forlì e al dipartimento di Salute mentale, sperando in un intervento.

Eppure la legge parla chiaro. L’inserimento in strutture riabilitative a gestione diretta dell’Azienda Ulss o indiretta, prevede la ripartizione della retta in una quota sanitaria a carico dell’Azienda Ulss ed in una quota sociale a carico dell’utente. Nel caso in cui i redditi dell’utente non siano sufficienti a coprire l’intero importo della quota sociale, il Comune di residenza integra la quota sociale totalmente o parzialmente. In sede di Unità Valutativa Multidimensionale Distrettuale, insieme al progetto di inserimento, viene definita la ripartizione della retta giornaliera delle strutture socio- sanitarie, stabilita dalla normativa sui Livelli Essenziali di Assistenza, divisa tra quota sanitaria e quota sociale.

È decisiva l’importanza di non interrompere: solo così si potrà accompagnare l’ospite a un processo graduale di cambiamento, nel quale si attraversano diverse fasi. Interrompere il percorso vuol dire rendere vano il recupero psichico, fisico e relazionale. Solo proseguendo, si prefigge l’obiettivo di un reinserimento efficace e duraturo.

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