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Il presidente Draghi ha scoperto il potere seduttivo e insidioso della comunicazione. Criticato per i suoi lunghi silenzi e per la sua scarsa considerazione nei confronti dei giornalisti o forse per rimediare alle critiche piovute dopo la sua visita in Libia, l’ex capo della Bce ha sfoderato il suo “sorriso più bello” affrontando tutti, ma proprio tutti, i temi sul tavolo della politica.

Ma l’impressione è che per un paio di volte la situazione possa essergli sfuggita di mano. A cominciare dalla frase sul “dittatore Erdogan” che ha lasciato noi tutti stupiti: divisi tra la soddisfazione di avere un premier così deciso e coraggioso e la netta sensazione che si trattasse di una uscita non “concordata” con la diplomazia europea sottovalutando, o meglio, non valutando a fondo conseguenze e strascichi di quelle parole.Ora, chiariamoci subito: sono anni che questo giornale conduce una campagna molto critica nei confronti del presidente Erdogan.

Decine di avvocati, giornalisti e magistrati sono imprigionati nelle celle turche a causa delle loro idee politiche perché Erdogan, come ogni dittatore, non tollera il dissenso. Ma la comunicazione politica è un brutta bestia e a questo punto Draghi ha solo una strada per uscire da una situazione delicata: diventare “primo firmatario” di una “mozione” europea contro il dittatore turco. Perché se invece – e come temiamo – le nostre diplomazie avessero ricevuto l’ordine di ricucire e scusarsi, beh l’effetto non voluto della frase di Draghi sarebbe quello di rafforzare il dittatore Erdogan. E questa sarebbe una vera e propria disgrazia, soprattutto per chi è rinchiuso in quelle celle.