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«Ci sono voluti sette anni e mezzo per stabilire qualcosa che era chiaro sin dall’inizio. Un errore? Non credo». La voce di Carolina Girasole è carica di emozione, pochi minuti dopo la sentenza di Cassazione che, dopo quasi otto anni, ha sancito quanto lei stessa ha sostenuto per anni: la sua innocenza. L’ex sindaca di Isola Capo Rizzuto, in provincia di Crotone, oggi tira un sospiro di sollievo, dopo essere stata liberata dalla più infamante delle accuse: essere stata eletta con i voti del clan. Lo stesso che, per anni, la voleva morta, proprio per il suo impegno antimafia. Ma da icona per la Calabria e per l’Italia intera, in una notte sola, è diventata il simbolo di quanto per anni, da prima cittadina, ha tentato di combattere. Tutto per un’accusa mossa dalla Dda di Catanzaro nel 2013, quando venne arrestata assieme al marito e sbattuta come un mostro in prima pagina. Girasole è rimasta agli arresti in carcere e poi ai domiciliari per un totale di 168 giorni e solo oggi può amaramente gridare vittoria.

L’ex sindaca è stata assolta nel merito sia in primo grado sia in appello. Sentenze di fronte alle quali la Procura antimafia non si è arresa, ribadendo la convinzione di avere a che fare con una finta paladina della giustizia. Ma entrambe le decisioni hanno sancito un fatto chiaro: la mancanza di elementi a conferma di quel patto scellerato. «Provo tanta amarezza, tanto sconforto, perché sono stati anni durissimi – racconta oggi al Dubbio -. Non si trattava solo di un errore giudiziario, la mia storia amministrativa era chiara. C’erano tanti atti che dimostravano quale fosse stato il mio percorso, per cui sentirmi addebitare quelle accuse è stato difficile da sopportare. Il mio pensiero, in questi anni, è sempre andato a quello che stava accadendo, alle accuse, agli atti prodotti dalla procura e alla realtà che era assolutamente diversa da quella che veniva descritta in aula». Girasole, oggi, parla dei grandi sacrifici sopportati dalla sua famiglia, «che ha sofferto tantissimo». E di quel percorso politico «distrutto», in un paese che tentava di resistere alla brutalità dei clan di ‘ ndrangheta. «Hanno distrutto gli ideali e i valori in cui credevamo – continua -. Poteva essere qualcosa di importante per la comunità, per la Calabria, e invece è stato tutto cancellato. In questo momento cerco solo di riprendere la mia vita in mano, dopo anni in cui la mia mente è stata impegnata, giorno e notte, a ripercorrere le accuse, su come potevo smontarle, come potevo dimostrare la verità. Devo solo cercare di rimettere in ordine le cose e poi vedremo il da farsi. Sicuramente racconterò tutto quello che accaduto. È una storia che appartiene a me e a tutta la comunità. È giusto che sappia la verità».

La certezza, dunque, è che quella donna che si era messa in testa di combattere contro la potente cosca del suo paese era stata lasciata sola dallo Stato, che ha affidato a lei il compito di prendere decisioni rimaste colpevolmente in sospeso, anche col rischio di fare un favore ai mafiosi. Conclusioni pesanti, contenute nella sentenza pronunciata dai giudici d’appello di Catanzaro. Secondo l’accusa, per farsi eleggere, Girasole avrebbe stretto un accordo con i figli del capo storico della cosca, Nicola Arena, chiedendo voti in cambio di agevolazioni al clan. Favori che si sarebbero concretizzati soltanto due anni dopo quel voto, attraverso un’attività amministrativa «apparentemente lecita e sapientemente guidata, diretta in realtà ad assicurare alla cosca Arena non solo il mantenimento di fatto del possesso dei terreni confiscati a Nicola Arena, quanto la loro coltivazione a finocchio e la relativa raccolta dei prodotti inerenti all’annata agraria 2010, consentendo, attraverso l’omessa frangizollatura del prodotto e la predisposizione di un bando per la raccolta e quindi di commercializzare il prodotto stesso, ricavandone un significativo profitto». Ma tutto ciò, per i giudici, non è vero. L’accordo, infatti, non è mai stato provato, così come le presunte pressioni sugli elettori. Emerge, invece, l’odio del clan Arena nei confronti della sindaca, che in ogni modo tentava di destituire, ammettendo anche, in un’intercettazione, di non aver raccolto voti per quella donna. Un’accusa infondata, dunque, in un processo dal quale, semmai, emerge «l’immobilismo colpevole degli organi periferici dello Stato». Ovvero, su tutti, della Prefettura, che di quegli atti che avrebbero spodestato i clan dai terreni confiscati se ne sarebbe lavata le mani.

Nella sentenza d’appello del 2018 i giudici mettono nero su bianco un vero e proprio atto d’accusa nei confronti della Procura, che «non è riuscita a provare in che termini e quanto sia stato rilevante il riferito appoggio elettorale» e a portare in aula «proprio la prova dell’accordo collusivo». «Una mera ipotesi» senza riscontro, in quanto «nessun elemento diretto a carico o dotato di adeguata concludenza è stato fornito al riguardo». Insomma: non ci sono mai state prove. Otto anni dopo è un dato di fatto.

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