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L’Inail è orientata a non concedere il risarcimento ai sanitari che sono risultati positivi al Covid-19. Tutti i fari sono puntati dunque sull’istruttoria avviata dopo il contagio di 15 infermieri dell’ospedale San Martino di Genova, risultati positivi al coronavirus dopo aver rifiutato di sottoporsi a vaccinazione. Il dibattito è aperto da tempo e non potendosi istituire una vaccinazione obbligatoria per tutti, visto l’andamento della pandemia sarebbe opportuno che quantomeno i lavoratori dei settori maggiormente a contatto con il virus, appunti medici ed infermieri, si sottopongano a vaccino per non mettere a rischio la propria incolumità e quella degli altri.

Dall’arrivo dei vaccini in Italia, purtroppo, sono stati in tanti i sanitari che fin qui hanno rifiutato la somministrazione. Secondo i dati forniti dalla Regione Lombardia a fine gennaio, “il personale sanitario ha aderito per l’89%, gli operatori non sanitari per l’83%, gli ospiti della Rsa per il 91% e gli operatori Rsa per l’82%”. Insomma, l’11% del personale sanitario ha rifiutato il vaccino. La posizione della comunità medica è stato chiaro sin da subito: i sanitari che rifiutano di vaccinarsi non sono idonei a svolgere il compito per cui sono pagati e di conseguenza rischiano la sospensione o addirittura la radiazione.

Rifiutano il vaccino, infermieri si contagiano in corsia

È in questo contesto che si innesta la questione dei 15 infermieri risultati positivi a Genova, e i provvedimenti che saranno presi nei loro confronti faranno inevitabilmente storia. Probabilmente anche per altre categorie di lavoratori, ma questo dipenderà dal pronunciamento dell’Istituto nazionale per l’assicurazione contro gli infortuni sul lavoro.

A sollevare la questione all’Inail è stato il direttore amministrativo San Martino di Genova, in cui 593 dei 3.120 infermieri e tecnici hanno rifiutato di sottoporsi a vaccinazione. Di quei 593, 15 sono poi risultati positivi al Covid-19, contratto appunto sul posto di lavoro. “Ammalarsi in corsia dopo aver detto no al vaccino va considerato infortunio sul lavoro, con l’insieme di tutele che ne deriva? O il dipendente andrà considerato in semplice malattia?”, il quesito posto da Giuffrida.

La disponibilità del vaccino disinnesca il risarcimento

Nel 2020, l’aver contratto il Covid al lavoro era ritenuto alla stregua di un infortunio, non essendo a disposizione i vaccini. Ora le cose sono cambiate e di molto e secondo quanto anticipa il Corriere della Sera, l’orientamento dell’Inail è quello di non considerare il coronavirus alla stregua di altri infortuni sul lavoro, poiché al momento è possibile evitarlo semplicemente sottoponendosi a vaccinazione. Cesare Damiano, ex ministro del Lavoro e oggi componente del Cda di Inail, è durissimo: “A mio giudizio è logico che chi decide di non vaccinarsi e svolge una mansione a rischio poi non possa chiedere il riconoscimento dell’infortunio sul lavoro. Anzi, dovrebbe essere messo nelle condizioni di non essere un pericolo per sé e per gli altri, evitando il licenziamento, ma svolgendo mansioni che non hanno contatto con il pubblico”, evidenzia.

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