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Nel 2020 sono stati abbattuti o bruciati 4,2 milioni di ettari di foreste tropicali primarie. In altre parole, è stata disboscata una superficie pari a quella dei Paesi Bassi, o di Lombardia e Veneto messi insieme, dove prima cresceva quel tipo di foreste che, oltre a essere molto importante per la biodiversità, contribuisce maggiormente ad assorbire l’anidride carbonica (CO2) presente nell’atmosfera. Rispetto al 2019, c’è stato un aumento del 12 per cento nella distruzione di foreste tropicali primarie: è stato il secondo aumento annuale consecutivo dopo che tra il 2016 e il 2018 il tasso di perdita di foreste primarie era diminuito.

Questi e altri dati sono stati diffusi da Global Forest Watch, una piattaforma online per monitorare lo stato delle foreste del mondo realizzata dall’istituto di ricerca ambientale World Resources Institute, e arrivano da uno studio dell’Università del Maryland, che dal 2002 analizza fotografie satellitari di tutto il pianeta per verificare in che misura, da un anno all’altro, siano diminuite le superfici coperte da foreste. I ricercatori hanno stimato che la distruzione di foreste tropicali primarie nel 2020 ha diffuso nell’atmosfera 2,6 miliardi di tonnellate di CO2, cioè del principale gas che causa il riscaldamento globale. È una quantità di emissioni comparabile a quella di 570 milioni di automobili, il doppio di quelle presenti negli Stati Uniti, in un anno.

Gli alberi, come tutte le piante, emettono ossigeno e assorbono anidride carbonica durante il giorno, e il contrario durante la notte. Tuttavia una certa quantità del carbonio che ottengono dalla CO2 viene immagazzinata nella parte “morta” dei loro corpi, il legno interno, e per questo c’è uno scarto tra l’anidride carbonica assorbita dalle piante durante la fotosintesi (di giorno) e quella che viene poi diffusa nell’atmosfera nella respirazione (di notte): facendo un bilancio complessivo, gli alberi assorbono più CO2 di quella che emettono. Almeno finché non muoiono.

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Le foreste tropicali immagazzinano maggiori quantità di anidride carbonica rispetto alle foreste che crescono in altre aree del pianeta e soprattutto producono moltissimo vapore acqueo, che si concentra nelle nuvole e ritorna sulla Terra come pioggia. Le nuvole create con il contributo delle foreste tropicali (in particolare di quella dell’Amazzonia, in Sud America) contribuiscono a riflettere la luce del Sole verso lo Spazio (dunque a ridurre il riscaldamento della Terra) e a mantenere gli equilibri climatici in generale.

Per questo, e perché in assenza di foreste i Tropici sarebbero molto più caldi, le foreste tropicali sono le più importanti per contrastare il cambiamento climatico. Ed è importante preservare quelle primarie, cioè “naturali”, non piantate dalle persone, sia perché una foresta impiega molto tempo per crescere, sia perché prospera meglio ed è più efficace nell’immagazzinare anidride carbonica se è ben sviluppata, e cioè se oltre agli alberi ospita tutte quelle altre forme di vita, dai funghi agli animali predatori, che rendono stabile e in salute un ecosistema.

La Foresta Amazzonica è la foresta pluviale più grande della Terra e si stima che conservi circa 100 miliardi di tonnellate di carbonio: il totale di carbonio emesso sotto forma di anidride carbonica da tutte le centrali elettriche a carbone nel 2017, per fare un confronto, è stato di 15 miliardi di tonnellate. Sul totale del carbonio immagazzinato globalmente dalle piante terrestri, il 17 per cento è in Amazzonia.

La Foresta Amazzonica però è anche quella che secondo i dati raccolti dall’Università del Maryland subisce le maggiori distruzioni. Il Brasile, che la ospita per la maggior parte, è il primo paese per quantità di foresta primaria distrutta nel 2020, così come lo era stato nel 2019 e nel 2018: ha perso 1,7 milioni di ettari l’anno scorso (di cui 1,5 milioni proprio di Foresta Amazzonica), più del triplo del secondo paese che ha disboscato di più, cioè la Repubblica Democratica del Congo. Tra il 2019 e il 2020 la perdita di foresta primaria è aumentata del 25 per cento in Brasile.

La riduzione della Foresta Amazzonica in Brasile avviene in particolare in una zona chiamata “arco della deforestazione”, che passa lungo i limiti meridionali e orientali della foresta, e lungo le autostrade che l’attraversano, molte delle quali verranno espanse nei prossimi anni.

Una buona parte della distruzione della foresta avviene per abbattimento degli alberi, ma c’è anche il contributo degli incendi, che in un ambiente umido come quello amazzonico sono esclusivamente causati dalle persone, non da eventi naturali come i fulmini. Nel 2019 le notizie sugli incendi in questa parte del mondo erano state molto diffuse: l’anno scorso meno, anche se ce ne sono stati molti di più. Inoltre si è trattato di incendi diversi: quelli del 2019 erano avvenuti perlopiù in aree già deforestate, dove agricoltori e allevatori volevano preparare la terra per le coltivazioni o per il bestiame, mentre nel 2020 una buona parte degli incendi ha distrutto pezzi di foresta primaria dove le fiamme si erano propagate per via di condizioni meteorologiche più secche del solito.

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In generale, il 2020 avrebbe dovuto essere un anno positivo per le foreste tropicali perché molti paesi, molte aziende e organizzazioni internazionali avevano promesso di dimezzare o eliminare del tutto le perdite di foreste primarie dovute alle loro attività entro quest’anno. Il 22 aprile è stato diffuso l’annuale Global Forests Report di CDP, un’organizzazione non profit che verifica che le aziende mantengano gli impegni sociali e ambientali che si prendono: dice che solo 4 delle 687 società prese in considerazione – e cioè L’Oréal, Mars, Tetra Pak ed Essity, l’azienda svedese che produce i fazzoletti Tempo e gli assorbenti Nuvenia – hanno veramente rispettato le promesse fatte, assicurandosi che nessuno dei loro fornitori fosse causa di deforestazione. Nel complesso, il 2020 non è stato un anno buono per la preservazione delle foreste.

Alberi tagliati illegalmente nella riserva di Alto Rio Guama, nello stato del Pará, l’8 settembre 2020 (AP Photo/Eraldo Peres, La Presse)

Secondo l’analisi del World Resources Institute, c’è stato un progresso solo in alcuni paesi del Sud-Est Asiatico, in particolare in Indonesia, che tra il 2019 e il 2020 è passata dall’essere il terzo paese per ettari deforestati – posizione che manteneva dal 2002 – al quarto: il suo tasso di perdita di foresta primaria è diminuito per quattro anni di seguito. Il merito di questa diminuzione si deve a varie iniziative introdotte dal ministero dell’Ambiente e delle Foreste dopo che nel 2015 una serie di incendi fece grandi danni nel paese. Da allora sono state portate avanti molte opere di prevenzione degli incendi e sono state introdotte regole di protezione per le foreste primarie e le mangrovie.

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Inoltre il governo aveva interrotto il rilascio di nuove licenze per realizzare piantagioni di palme da olio, una delle principali ragioni per cui nel mondo vengono distrutte le foreste tropicali primarie. In Indonesia erano state la principale causa di deforestazione tra il 2009 e il 2012. La moratoria sulle nuove licenze però scadrà quest’anno: se non sarà rinnovata (e può darsi, perché i prezzi dell’olio di palma sono tornati ai livelli del 2012 dopo anni di declino), il tasso di perdita di foreste primarie potrebbe tornare ad aumentare.

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