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Militi, presidente di Cassa forense: «Solidarietà, parola d’ordine per il dopo covid»

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Intervista al nuovo vertice dell’Istituto: «Il 2020 è stato un anno terribile e purtroppo gli effetti negativi della pandemia si avvertiranno ancora. L’assistenza agli iscritti ha grande importanza nel sistema previdenziale forense, fondato sul valore della solidarietà, e la Cassa, anche per il futuro, destinerà importanti risorse a sostegno della professione»

«Sarà un futuro di solidarietà». Valter Militi è da pochi giorni presidente di Cassa forense. Sa che gli tocca una missione gravosa: il sostegno della professione nel dopo covid. «L’assistenza agli iscritti ha grande importanza nel sistema previdenziale forense», spiega, «e anche per il futuro l’istituto vi destinerà importanti risorse».

Tra le prime sfide che l’attendono c’è l’esonero contributivo previsto in legge di Bilancio per i professionisti e dunque per gli avvocati. Il ministro del Lavoro Andrea Orlando ha firmato il decreto attuativo, ma il Mef non l’ha ancora licenziato a propria volta. Cosa ci si può aspettare, sull’ampiezza della misura?

I contenuti del decreto ministeriale, per quanto è dato sapere, limiterebbero molto l’efficacia complessiva del provvedimento. Da un lato rientrano solo i contributi soggettivi minimi dell’anno 2021, dall’altro il presupposto della riduzione del 33% del volume di affari rispetto all’anno precedente rischia di lasciare fuori gran parte della platea degli iscritti. Auspichiamo un intervento correttivo per evitare che si ripetano gli errori del passato, come avvenuto per il reddito ultima istanza, più volte evidenziai dal “Dubbio”: chi ha avuto un reddito molto basso nel 2019 ragionevolmente non potrà fruire dell’esonero contributivo. Cassa Forense ha comunque disposto il rinvio del termine ultimo di pagamento dei contributi minimi, soggettivo e di maternità, al 31 dicembre di quest’anno.

È stato un anno drammatico. Ne deriverà un cambiamento permanente, sotto qualche aspetto, nel rapporto fra la Cassa e gli iscritti?

È vero, il 2020 è stato un anno terribile e purtroppo gli effetti negativi della pandemia si avvertiranno ancora.  Cassa forense si è impegnata molto, tanto in termini organizzativi, quanto sul piano delle risorse economiche destinate alla situazione emergenziale, per provare a supportare al meglio gli iscritti. Gli avvocati, come emerge dal quinto Rapporto Censis, hanno apprezzato tali iniziative, in particolare le misure di assistenza sanitaria, i bandi straordinari per il rimborso dei canoni di locazione, le proroghe per i pagamenti dei contributi previdenziali, l’anticipo in favore dello Stato di oltre 300 milioni di euro per la misura sul reddito di ultima istanza in favore di oltre 145mila colleghi. L’assistenza agli iscritti ha grande importanza nel sistema previdenziale forense, fondato sul valore della solidarietà, e la Cassa, anche per il futuro, destinerà importanti risorse a sostegno della professione.

Nonostante le incredibili difficoltà che si sono trovati a dover fronteggiare, gli avvocati sembrano chiedere allo Stato, più che sostegni economici, strumenti e riforme che consentano di lavorare nelle migliori condizioni possibili.

La riforma della giustizia è una delle esigenze maggiormente avvertite dagli avvocati e in generale dai cittadini: lo abbiamo visto nel Rapporto Censis. Il sistema giudiziario sostiene il funzionamento dell’intera economia e, come evidenziato anche nel Pnrr, l’efficienza del settore giustizia, in particolare la riduzione dei tempi di definizione dei giudizi civili, è condizione indispensabile per lo sviluppo economico del Paese e per un corretto funzionamento del mercato.

Le difficoltà emerse con la pandemia sono incredibili, ma intervengono su un contesto già difficile, per le professioni, di deregulation e mercatismo. D’altra parte, passi avanti come quelli compiuti sull’equo compenso sono limitati anche dalle sentenze, per esempio da quella molto negativa emessa pochi giorni fa dal Tar Lombardia. Crede che la pandemia possa far comprendere, anche alla politica, che la libera professione non può più essere considerata un mondo che “tanto se la cava sempre da solo” e che va invece tutelata, anche sul piano economico, con la stessa attenzione riservata agli altri lavoratori?

L’equo compenso è un tema di grande rilevanza e auspichiamo che il legislatore accolga le richieste e le segnalazioni dell’avvocatura, perché il diritto alla giusta valorizzazione delle prestazioni professionali non può essere sminuito per asserite necessità di tutela del mercato. Come è stato sottolineato anche dal ministro Orlando, l’equo compenso è una fortissima leva per qualificare e riconoscere il contributo dei professionisti. C’è un nesso importante tra la ripresa economica, la mole di investimenti dai fondi Ue e la tutela del lavoro intellettuale delle libere professioni, che deve essere valorizzato.

A proposito di equità e diritti, un caso emblematico: l’avvocato Alberto Vitale, ipovedente, riceve sì dalla Cassa una pensione d’invalidità da 640 euro, ma ovviamente impegna la cifra per fronteggiare l’handicap, quindi è in una condizione diversa da un pensionato di vecchiaia. Eppure le norme sul “reddito di ultima istanza” escludono dal beneficio una condizione del genere. Possibile che il legislatore resti insensibile a quest’assurdità?

L’ingiustizia relativa all’esclusione dei pensionati di invalidità dal cosiddetto reddito di ultima istanza potrebbe essere agevolmente rimossa con la riapertura dei termini per la presentazione delle domande; l’errore è evidente, non perseverare è la cosa più giusta.

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