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MAZZOLINO: DOVE ESISTONO I VIGNAIOLI

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Entusiasmarsi per un filo d’erba è caratteristica di pochi. Rare persone decidono di dedicarsi alla scoperta di ciò che chiede pazienza, impegno e amore privo di pretese, poiché si contano sulle dita di una mano coloro che hanno una sensibilità sufficientemente fine per coglierlo. Tanti intraprendono l’imprenditoria viticola e altrettanti ne parlano. Ma pochissimi, davvero pochissimi si possono considerare agricoltori.

Stefano Malchiodi è il direttore di cantina della Tenuta Mazzolino, in Oltrepò Pavese, ed è un agricoltore, senza ombra di dubbio. Lui e Francesca Seralvo, proprietaria dell’azienda, indagano la natura in ogni suo minuzioso dettaglio, mossi da quel dialogo appassionato fra l’uomo e il vigneto che lì, da Mazzolino, è in atto da tempo. Un team perfetto, quello composto da Francesca e Stefano. Una donna e un uomo che trovano una complicità umana e professionale nello sperimentare le vinificazioni con i raspi, nel provare legni diversi sugli affinamenti, nel creare la propria miscela per gli inerbimenti nei filari, nell’assaggiare i risultati delle loro prove e, soprattutto, nell’accogliere in modo del tutto spontaneo chi bussa alla loro porta.

Stefano Malchiodi e Francesca Seralvo, rispettivamente direttore di cantina e proprietaria della Tenuta Mazzolino

La ricerca è l’imperativo di Mazzolino, non tanto per una smania di grandezza o per l’abbaglio di un potere, ma piuttosto per una sorta di insaziabile fame, tipica di chi sa che la vita ha sempre e comunque tanto da offrire, ogni giorno, tra quei filari. Loro amano osservarla e assecondarla, consapevoli di essere al contempo scolari e guide di quella natura che hanno il privilegio di avere fra le mani. Una natura che raccolgono e fanno scivolare delicatamente tra le dita, con la prudenza e la cura che si confanno a tutto ciò che è fragile e possente, insieme.

Quando si parla di suolo bisogna avere una pazienza interminabile” racconta Stefano, accennando a uno studio che l’azienda sta conducendo ormai da 4 anni e che sarà destinato a proseguire per altri 3, finalizzato a stabilire quale fra tre diverse tipologie di gestione del suolo interfilare sia quella che aumenta maggiormente la biodiversità. “Sai, è facile parlare di biodiversità” prosegue Stefano, indicando con un gesto ampio i 360° circostanti di vigneto palpitante, pur nella sua dormienza invernale. Si avverte il profumo della terra e si coglie a vista d’occhio la variabilità che esiste anche solo tra un filare e quello limitrofo. “La biodiversità è stata descritta in 600 modi diversi, ma noi abbiamo voluto misurarla al variare di tre condizioni di gestione del suolo interfilare: la prima è il sovescio, la seconda si basa sulla concimazione con il letame e la terza invece viene affidata all’inerbimento naturale”. C’è risolutezza, nella voce di Stefano, ma anche il fremito curioso di chi ha scelto di mettersi in gioco, a costo di rischiare, investendo tempo, soldi e risorse con il solo scopo di scoprire qualcosa in più, di interpellare il loro bel vigneto ancora una volta e ascoltarne la lenta risposta, per poi arrivare alla fase più bella, ossia l’interpretazione. “Due cose importantissime che guarderemo in questi sette anni saranno la valutazione plastica del terreno e la conta degli insetti. Ad ogni insetto è assegnato un punteggio, sulla base della sua ‘rarità’. Ce ne sono alcuni, infatti, che vivono solo in condizioni di grandissima salubrità del suolo: quelli valgono tantissimi punti” sorride Stefano.

La veste borgognona calata su un corpo pavese è ciò che caratterizza i vini di Mazzolino, che hanno fatto della loro peculiare finezza un suono riconoscibile in mezzo alla folla. Avvalendosi della consulenza dell’enologo Kyriakos Kynigopoulos – già al fianco di realtà del calibro di Rousseau, Henri Boillot, il Domaine Leflaive, Clos de Tart e Perrot-Minot – Francesca Seralvo ha scelto di proseguire la linea tracciata dal nonno e fondatore dell’azienda Enrico Braggiotti, che intravide un certo savoir-faire d’oltralpe farsi largo pian piano fra i suoi vigneti pavesi. Un bel binomio, quello composto da Borgogna e Oltrepò, unito dall’indole affascinante e iridescente del Pinot Nero, con qualche rara eccezione riservata allo Chardonnay. Come nel caso della Tenuta Mazzolino, che divide il suo cuore fra la bacca bianca e la bacca nera, fra quel Noir e quel Blanc che rappresentano il vertice di una produzione declinata nelle infinite desinenze dei due principi di Borgogna.

 

DEGUSTAZIONE

 

 

CRUASÉ 2013

91/100

Uno di quei vini che restituiscono tutta la complessità di un Metodo Classico, in cui il fattore determinante non è nemmeno il tempo di sosta sui lieviti, che in questo caso è di 5 anni, ma bensì la sboccatura, avvenuta nel Giugno 2020. Sì, perché in questo vino il livello si gioca sulle minuzie, su quelle finezze scolpite nel tempo più delicato di tutti, ossia quello in cui lo Spumante è finalmente nudo, senza la protezione del lievito, affidato alla vita e ai suoi momenti, protetto solo dalla fragilità di un vetro e destinato all’evoluzione di sé. In questo tempo il Cruasé armonizza tutte le sue parti, come se scoprisse per la prima volta la bellezza della sua individualità spoglia. Il naso accenna al frutto senza sostarvici troppo, correndo quindi alla trama terrosa di radice e deviando su una particolare e leggerissima traccia di incenso. Il sorso è sapido, quasi umami; buono spessore e cremosità della bolla regalano corpo e pienezza, pur lasciando l’ultima parola alla delicatezza.

 

 

BLANC 2018

93/100

L’aura borgognona, qui, si fa sentire. Quella parentela che marchia la Tenuta Mazzolino sia per genetica dei proprietari che per origine e appartenenza dei suoi consulenti, emerge senza veli dal calice che bascula fra il tostato e il balsamico, con quel tocco di speziatura dallo charme nettamente francese. Prosegue in bocca con un equilibrio composto, scortato dalla salinità perpetua. Specchio aromatico del naso, il gusto sa essere coinvolgente e avvenente, quasi stesse ammiccando e, al contempo, sorridendo, pregno parimenti di solarità e capacità di seduzione.

 

 

NOIR 2017

94/100

Forse lo stemma di casa Mazzolino. Ne rappresenta lo stile ma anche l’anima, imprimendo le scritte della storia passata e disegnando i contorni delle prospettive future. Noir è un fuoriclasse di pura eleganza, specialmente quando declinato nel tempo. La 2017 è l’ultima annata presente in commercio, piccola gemma appena nata con una lunghissima vita dinnanzi a sé. Conferma la solidità della sua fama, presentandosi in un calice dal profilo elegantissimo, fatto di piccoli frutti rossi, cacao amaro e una punta più dolce di miele, su uno sfondo complesso e tessuto da mille fibre colorate fra cui spicca un intrigante cenno di resina. La bocca è suadente, delicatissima nelle movenze e intensa nel carattere, nella tempra, nella decisione con cui sa conquistare il palato prescelto. Il tannino è ancora giovane, ma ama già vestirsi di seta. È un nobile, sia di rango che di animo, destinato a raggiungere la saggezza dei grandi, nel tempo e con calma.

 

 

tenuta-mazzolino.com

 

L’articolo MAZZOLINO: DOVE ESISTONO I VIGNAIOLI proviene da James Magazine – High Things, tra Bellezza, Arte e Champagne. Autore: Sofia Landoni

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