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Maria, Infermiera: “sono incinta e la mia gravidanza è a rischio, ma il Coordinatore mi costringe a lavorare”.

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La lettera di Maria, Infermiera, ci mette i brividi. Continua la barbarie contro la professione in ambito privato. “Sono incinta e la mia gravidanza è a rischio, ma il Coordinatore mi costringe a lavorare”.

Carissima Redazione di AssoCareNews.it,

vi scrivo per sapere come comportarmi. Mi chiamo Maria, ho 37 anni, e oltre ad essere una Infermiera sono una futura mamma. Sono incinta al 5° mese e la mia gravidanza è stata dichiarata ad alto rischio da un Medico Ginecologo dell’ASL.

Questo però non interessa al mio Coordinatore Infermieristico, che pretende la mia presenza a lavoro, almeno per occuparmi di faccende burocratiche, di controllo dei farmaci, di magazzino e di turni.

Il mio Ginecologo mi ha assolutamente proibito qualsiasi forma di stress e di non mettermi assolutamente alla guida. Peccato che la struttura dove lavoro, una RSA privata, è ubicata a 42 Km da casa mia e che tutti i giorni devo per forza di cose recarmi in struttura con la mia vecchia FIAT Multipla. Purtroppo mio marito fa il camionista e non è quasi mai a casa se non nel fine settimana e non ho altri parenti o amici che mi possono accompagnare al lavoro.

Ora ho preso anche peso, fino al quarto mese non accusavo alcuna difficoltà di sorta, ma ultimamente non ce la faccio a stare in piedi e ho chiesto più volte al Coordinatore di lasciarmi a casa.

So che mie colleghe dell’ASL sono in gravidanza già dal primo mese. Nel privato questo è quasi impossibile e con l’avvento del Coronavirus persino proibitivo. E sì perché il Coordinatore è stato chiaro: “dacci una mano finché puoi sennò possiamo tranquillamente sostituirti con un’altra collega e licenziarti”.

E’ vergognoso, ma cosa posso fare? Mica posso mettermi un avvocato? La legge non mi tutela e non tutela noi aspiranti madri di fronte a queste persone che non hanno un briciolo di umanità.

Ora però devo decidere che fare: rischiare di perdere il mio bambino o continuare ad andare a lavoro. Credo che sceglierò la prima.

E’ una brutta Italia, una brutta professione!

Grazie.

Maria, Infermiera

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