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Lo scorso febbraio, la sua voce un po’ metallica — lui l’aveva definita «da casello autostradale» — aveva incantato tutti. Il pubblico dell’Ariston e milioni di persone che seguivano il Festival da casa hanno inserito Paolo Palumbo nella storia di Sanremo. Ora l’aspirante chef diventato cantante dopo che la Sla lo ha costretto su una carrozzina, torna con un nuovo brano, «Quella notte non cadrà», in radio dal 27, in cui duetta con Achille Lauro. La sua voce, non è più da casello autostradale.«Enrico Melozzi (il produttore del brano) ha preso i miei vecchi audio di Whatsapp, di quando ancora avevo la voce», spiega Palumbo.

«Li ha sintetizzati e ha creato un software che mi permette di cantare live e non con una voce meccanica qualsiasi, ma con la mia voce, quella che avevo prima della malattia». Una magia. Ma anche l’ennesima volta che il cantante supera una barriera che pareva invalicabile: «È sempre qualcosa di artificiale — si schermisce —, ma questo software ha ricostruito fedelmente la mia voce in tutti gli aspetti compreso il mio timbro». Quello che conta è che «sentire la mia voce nel brano è una grande emozione, una vittoria sulla malattia. Un po’ come dirle: tu mi hai tolto la voce e io ho trovato il modo di usarla nuovamente. E questa volta non potrai fare niente per togliermela. La sentirete in molte occasioni, promesso».

Nel testo della canzone, l’invito a restare sempre un po’ bambini: «Sono convinto che se tutti noi affrontassimo alcune esperienze della vita con la loro innocenza, tutti staremmo molto meglio». È orgoglioso di aver potuto collaborare con Achille Lauro: «Con lui c’è un rapporto di grande stima e profondo rispetto: è un artista unico, che lascia un segno forte. Le sue sono performance dove regna l’arte». Quando ha visto quelle dell’ultimo Sanremo «sono rimasto a bocca aperta, mi ha incantato il suo talento nel dare un senso a ciò che cantava, ho capito che c’era un significato profondo dietro le parole, dietro i costumi e dietro il suo modo di interpretare l’esibizione. Sta facendo la storia. Io non posso che inchinarmi ed essere orgoglioso di questa collaborazione, resa possibile grazie al maestro Melozzi». Sanremo ha cambiato la sua vita, in qualche modo: «L’idea di partecipare alle selezioni di Sanremo Giovani era stata mia, quindi non ho avuto dubbi quando ho ricevuto l’invito a partecipare in prima serata: è stato un regalo immenso, che ho accettato con onore e consapevole della responsabilità che portavo con me. Quell’esperienza mi ha cambiato la vita, e mi ha dato una ragione per vivere con l’acceleratore premuto al massimo».

Dieci minuti che hanno stravolto tutto: «Mi hanno colpito tutti i messaggi di persone in difficoltà che mi dicevano di aver ritrovato la forza di andare avanti grazie alla mia storia, alla mia musica, al mio discorso. A loro volta mi hanno dato forza… La musica è una cura o meglio è la cura». Cura anche a una malattia terribile, che ha sconvolto l’esistenza di un 17enne e i suoi piani per il futuro. Ha capito che era malato di Sla «dopo un anno di visite in tutta Italia, tra diagnosi sbagliate e un intervento invasivo inutile. Durante un ricovero, i dottori avevano scordato la cartella clinica in camera e ovviamente la curiosità da diciottenne mi ha portato ad aprirla e leggere. Probabilmente è stato un segno,in modo che leggendo da solo potessi prepararmi e arrivare pronto al giorno della diagnosi. E così è stato. Ero consapevole che davanti mi si era messo un grande avversario ma ero allo stesso tempo consapevole della mia determinazione». Soprattutto, aggiunge, «sono sempre stato convinto che niente accade per caso e che non è ciò che ci accade nella vita ma il modo in cui reagiamo a fare la differenza. Già il fatto di avere la possibilità di combattere è una grande fortuna: la vita è un dono e i doni vanno apprezzati e amati. Come canta Fiorella Mannoia: “Che sia benedetta, per quanto assurda e complessa ci sembri, la vita è perfetta”». Torna la musica, che oggi rappresenta anche il domani di Palumbo: «La canzone con Achille Lauro è la prima di un album in uscita nel 2021, con altre collaborazioni pazzesche».

Come se le prove non fossero abbastanza, c’è anche quella di trovarsi di fronte a chi pensa che una persona con una malattia non dovrebbe fare spettacolo. «Ma ho deciso di non spendere molte energie per loro. La malattia non ha mai interposto limiti tra me e i miei sogni e questo è il messaggio che ogni giorno mi impegno a mandare a chi combatte una battaglia come la mia… ma anche a tutti quelli che tendono ad autolimitarsi, in genere. Associare il concetto di spettacolo alla malattia, è sintomo di una visione così ristretta della vita… come se contasse solo la forma e non il contenuto di uno spettacolo. E poi vorrei che qualcuno mi spiegasse che cosa ci sia di spettacolare in una malattia. Lo spettacolo sta altrove, nell’espressione, nella performance, nel significato. Di certo io non posso fare le piroette come gli acrobati, ma posso lanciare dei messaggi di speranza».

E ancora: «Le mie canzoni non parlano tutte di disabilità ma associare lo spettacolo a una condizione è riduttivo. Pensate a tutti i grandi che hanno contribuito a migliorare l’umanità: Leonardo DaVinci, Michelangelo, Einstein, Steve Jobs, Elon Musk… e poi pensate a Stephen Hawking. Tra di loro il suo nome non sfigura affatto: ha fatto delle scoperte grandiose e la sua malattia (come nel mio caso era la SLA) non si è opposta al suo destino, così come non gli ha mai aperto la strada. Se non fosse stato un genio, non sarebbe stato ascoltato». E quindi avanti tutta, con la stessa grinta che lo ha reso un mito, per molti. E Sanremo? Le piacerebbe tornarci? «Certo! Sanremo è dove tutto è ri-cominciato. Vorrei tornare su quel palco, ma da partecipante, per mettermi in competizione con gli altri, dimostrando al mondo che anche uno nelle mie condizioni fisiche può fare musica di alto livello. Io sono autore delle mie canzoni: la mia penna e il mio intuito non sono diversi da quelli degli altri. L’importante per me è che ciò che compongo non tocchi le corde emotive degli ascoltatori solo per la compassione che possono provare nei confronti della mia condizione fisica. Vorrei smuovere qualcosa di più nei loro cuori, fargli riscoprire delle dimensioni che trascendono ciò che si vede con gli occhi».

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