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And.Magg. 29 ottobre 2021 04:43

Dal 1° gennaio 2022 si potrà andare in pensione con 64 anni d’età e 38 di contribuzione. Il reddito di cittadinanza verrà tagliato di 5 euro al mese dal sesto mese in poi. Potrebbe essere questa una grossolana ma non inesatta sintesi di cosa succedere sui due fronti piuù caldi delle legge di bilancio. 

Tutto fatto, o quasi. Una manovra 2022 in 185 articoli: è strutturata così la legge di bilancio. Misure che vanno dal fondo per la riduzione della pressione fiscale a quelle in materia di pensioni – con Quota 102 per un anno – ammortizzatori sociali e reddito di cittadinanza, agli interventi sui bonus edilizi. E’ su pensioni e reddito di cittadinanza che si concentrano le principali attenzioni, ed è su di esse che si è sfiorato lo scontro nelle scorse settimane. 

Manovra 2022: cosa succede davvero alle pensioni

Dopo Quota 100 come previsto c’è Quota 102: nel 2022 e solo per un anno potrà andare in pensione chi ha almeno 64 anni e 38 di contributi. In legge di Bilancio – a dirla tutta  – non si cita mai l’espressione “Quota 102”, ma solo la combinazione di età e contributi. Il premier Draghi non ama le Quote e ieri l’ha detto in modo chiaro: “Bisogna tornare al contributivo, vedremo a quale età e con quale flessibilità, come recuperare i pensionati che lavorano in nero e correggere le pensioni squilibrate dei giovani”. Tornare al contributivo significa tornare al meccanismo in cui ciascuno riceve da pensionato quel che ha versato nella sua vita lavorativa. 

Proroga di un anno per Ape sociale e Opzione Donna. C’è anche il fondo chiesto e ottenuto dalla Lega e che sarà gestito dal ministro dello Sviluppo economico Giancarlo Giorgetti: 200 milioni all’anno per il triennio 2022-2024. Obiettivo è garantire uscita anticipata ai lavoratori delle piccole e medie imprese in crisi dai 62 anni, senza nessun vincolo contributivo. “Più che una pensione pare un’indennità”, nota oggi Repubblica. Questo fondo  sarà “regolato” da un decreto del ministro dello Sviluppo economico, condiviso con quelli dell’Economia e del Lavoro, da varare entro febbraio del prossimo anno.

Allargato anche il contratto di espansione alle imprese dai 50 dipendenti in su (oggi è 100): possono prepensionare fino a 5 anni prima in cambio di assunzioni.

Ape sociale e Opzione donna rinnovate

Rinnovo di 12 mesi per l’Ape sociale per un altro anno e allargata ad altre 8 mansioni di lavori gravosi, come gli insegnanti delle elementari (quelli della materna c’erano già), i magazzinieri, le estetiste, i portantini, i giardinieri, i lavoratori delle pulizie, i conduttori di veicoli, macchinari mobili e sollevamento. Viene poi eliminato il requisito di accesso all’Ape dei tre mesi dalla fine della Naspi, il sussidio di disoccupazione. Il pacchetto vale 141 milioni nel 2022 (si sale a 275 milioni nel 2023, per poi scendere negli anni successivi).

Rinnovo di un altro anno anche per Opzione Donna, ma l’età di uscita viene alzata: potranno accedere le donne che entro il 2021 compiono 60 anni (se lavoratrici dipendenti) o 61 anni (se autonome) e hanno 35 anni di contributi. In questo caso il costo per lo Stato è solo un anticipo di cassa, perché la misura si autofinanzia grazie al ricalcolo di tutto l’assegno col contributivo e un taglio, stimato da Inps, del 33%.

Ma a questo punto va evidenziato che nel 2023 il ritorno alla legge Fornero in versione integrale diventerebbe automatico se, nel frattempo, non saranno state congegnate nuove forme di flessibilità in uscita. Il confronto tra governo e sindacati in tema pensioni finora è stato un fallimento su tutti i livelli. E’ proprio in un’ottica di mediazione con i sindacati, che Palazzo Chigi ha evitato di fissare una “Quota” per il 2023 nella veloce transizione verso il ritorno alla “Fornero”. I sindacati rimangono sul piede di guerra.

Reddito di cittadinanza: come cambia nel 2022

Il Reddito di cittadinanza viene rifinanziato, in modo strutturale e dunque per sempre. L’autorizzazione di spesa è incrementata di 1.065,3 milioni di euro per l’anno 2022, 1.064,9 milioni di euro per l’anno 2023, 1.064,4 milioni di euro per l’anno 2024, 1.063,5 milioni di euro annui per l’anno 2025, 1.062,8 milioni di euro per l’anno 2026, 1.062,3 milioni di euro per l’anno 2027, 1.061,5 milioni di euro per l’anno 2028, 1.061,7 milioni di euro annui a decorrere dall’anno 2029.. 

Vengono inaspriti i controlli ex ante e reso più stringente il legame con il lavoro, per coloro che sono “occupabili”. L’assegno, secondo la bozza di legge di bilancio che dovrà essere approvata dal parlamento, calerà di 5 euro al mese a partire dal sesto mese, come avviene al ritmo del 3% per Naspi e Discoll, i sussidi di disoccupazione. Nel caso del Reddito il taglio è più leggero: l’1% del beneficio economico massimo per un single, pari a 500 euro mensili.  In base a questo schema l’importo sarà quindi ridotto mensilmente di 5 euro, a partire dal sesto mese (ma si ipotizza anche di far partire il decalage dal primo no all’offerta di lavoro). Ma, c’è da scommetterci, se ne parlerà ancora e in parlamento qualcosa potrebbe essere ulteroriormente limato.

Ci sono varie precisazioni da fare intanto: la riduzione non viene applicata alle famiglie in cui tutti i componenti sono inoccupabili o fino a quando c’è un componente sotto i tre anni, con disabilità grave o non autosufficiente. In ogni caso l’assegno non scenderà mai sotto i 300 euro al mese (per un single, da moltiplicare per la scala di equivalenza) e quelli da 300 euro non saranno toccati. Il taglio viene sospeso se il beneficiario inizia a lavorare. Riprende quando perde il posto di lavoro. Il Reddito di cittadinanza decade subito il beneficiario non si presenta al Centro per l’impiego, quando convocato. E al secondo rifiuto di un’offerta di lavoro (non più dopo tre, come oggi) che può essere anche a tempo determinato, a 80 chilometri da casa, a part-time, in somministrazione (ma non sotto i tre mesi) e ovunque in Italia (solo contratti stabili). 

La domanda presentata all’Inps di fatto, sottolinea il Sole 24 Ore, è una dichiarazione di immediata disponibilità al lavoro, e viene trasmessa all’Anpal per l’inserimento nel sistema informativo unitario delle politiche del lavoro (altrimenti sarà “improcedibile”, ovvero la domanda viene rifiutata). Non bisognerà più attendere la convocazione al centro per l’impiego, dunque, per attestare di essere disponibili a lavorare. Lo si è sin dal primo giorno di sussidio erogato.

Non c’è solo la stretta sui controlli

La stretta sui controlli spinge l’ipotesi di elaborare un Reddito di cittadinanza precompilato, come il 730 e gli elenchi dei beneficiari attuali saranno inviati al ministero della Giustizia per la verifica della presenza di condannati definitivi e anche i Comuni dovranno fare controlli anagrafici più rapidamente. Sono state ore di tensione, come racconta Repubblica: “Nel salone del Consiglio dei ministri, litigano Renato Brunetta e Stefano Patuanelli sul reddito di cittadinanza. ‘Con questo meccanismo – attacca il capodelegazione del Movimento – provate a stanare gli abusi, ma rischiate di colpire chi ha bisogno di questo sostegno. Lo rendete troppo difficile. In alcuni casi è quasi impossibile ottenerlo’. Contesta in particolare l’ipotesi di prevedere una contrazione dell’assegno dopo sei mesi, anche se nessun lavoro viene rifiutato dal disoccupato. È l’opzione preferita dal centrodestra. ‘Non scherziamo – si arrabbia il berlusconiano più vicino a Mario Draghi – questo è già un compromesso’. Finirà con un’ulteriore limatura”.

Una altra norma riguarda i Puc, che finora hanno avuto una scarsa diffusione: per i progetti utili alla collettività, i Comuni sono tenuti ad impiegare almeno un terzo dei percettori di RdC residenti per 8-16 ore settimanali. Draghi ha anche fatto osservare che “il sistema precedente non ha funzionato” e che ora, pur “mantenendo lo spirito” si punta ad incentivare l’occupazione.

E il taglio delle tasse?

Calcolatrice alla mano, fra gli 8 miliardi per la riduzione del cuneo e gli stanziamenti per gli altri incentivi il capitolo fiscale vale 12 miliardi sul 2022 e 40 miliardi cumulati sul triennio, assorbendo quindi il 40% del valore della manovra. Ma la traduzione pratica di questo impegno resta affidata a una mediazione tutta da costruire fra governo e partiti. Finora l’attenzione è stata tutta per i negoziati su pensioni, reddito, bonus edilizi e ammortizzatori sociali. Sul fronte fiscale, si attende un emendamento che il governo dovrebbe presentare nel corso dell’esame al Senato.

“Una manovra che dà, dove però il modo e le quantità in cui verrà dato alle varie categorie – l’aspetto redistributivo – è ancora in buona parte da definire – commenta Francesco Manacorda su Repubblica – Dei dodici miliardi di taglio delle tasse previsti per il 2022, otto sono ancora da decidere, lasciando indeterminato uno dei capitoli fondamentali. Necessità di evitare adesso gli scogli più aguzzi contro cui la manovra rischierebbe di schiantarsi o sincero desiderio di confrontarsi con il Parlamento? Il premier propende per la seconda risposta, ma ipotizzare che il confronto sia anche una soluzione per evitare incidenti di percorso è tutt’altro che sbagliato”.

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