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Il Movimento 5 Stelle si compatta attorno alla linea intransigente di Alessandro Di Battista. Obiettivo prioritario: blindare Giuseppe Conte e chiudere per sempre il dialogo con Italia viva

Mai più con Renzi. Il Movimento 5 Stelle si compatta attorno alla linea intransigente di Alessandro Di Battista. Obiettivo prioritario: blindare Giuseppe Conte e chiudere per sempre il dialogo con Italia viva. E se per portare a termine la missione serve trovare una pattuglia compatta di responsabili – o di «costruttori», che suona meglio per le orecchie grilline pazienza. In caso di fallimento, ci sono solo le urne, ripetono in coro, e per tutta la giornata, i massimi esponenti pentastellati, in totale sintonia con le parole scritte da Dibba al mattino. Il leader ortodosso del Movimento suona infatti la carica fin dal mattino, quando su Facebook definisce Renzi «il passato», un soggetto «incapace di gestire le sue frustrazioni personali». E proprio per questo, il «futuro» non dovrà più avere i connotati di Italia viva. «Il Movimento deve solo mantenere la linea delle ultime 48 ore», scrive Di Battista, prima di dettare letteralmente la linea politica al suo partito: «Renzi ha squittito per far fuori Conte e basta? Benissimo, Conte resta al suo posto.

Renzi ha lasciato il governo? Benissimo, non ci entrerà mai più. Senza Se e senza Ma. Intanto queste sono le due condizioni che la forza politica che ha preso più voti nel 2018 ( con una legge elettorale, lo ricordo, fatta ad hoc contro il M5S) mette sul piatto. E siamo compatti. Finalmente». Il percorso è tracciato e, a differenza di quanto accaduto in altre occasioni, nessun pezzo da novanta pentastellato commenta con imbarazzo, se non fastidio, le parole dell’ex parlamentare. Anzi, quasi con sollievo, è la molla che fa scattare tutti i big, a partire da Luigi Di Maio. Quello di Renzi è un gesto irresponsabile «che, come avevo anticipato, divide definitivamente le nostre strade», ribadisce il ministro del Esteri, che poi si rivolge a «tutti i costruttori europei che, come questo governo, in Parlamento nutrono la volontà di dare all’Italia la sua opportunità di ripresa e di riscatto». La caccia ai responsabili, in altre parole, è cominciata. Che siano forzisti, centristi o esiliati del Misto non importa.

L’importante è riuscire a metter su un gruppo al Senato che possa sostituire i renziani. Anzi, che magari inglobi i renziani impauriti. Perché è questa la vera manovra “vendicativa” che ossessiona i grillini: spacchettare Italia viva per togliere il terreno da sotto ai piedi dell’ex premier. «Ci sono quattro renziani in uscita a Palazzo Madama», assicura una fonte informata del Movimento, «e altri tre ci stanno seriamente pensando», aggiunge la fonte, garantendo che il pallottoliere complessivo segna già quota 15 senatori responsabili. «Renzi voleva dividerci e alla fine saremo noi a svuotare il suo partito». La strategia è semplice, ribaltare lo schema del leader di Rignano: al voto non si torna nemmeno sotto cannonate, come dice Renzi? Bene, allora i parlamentari grillini non avranno nulla da temere per il loro scranno e potranno compattarsi serenamente sulla linea dura “o Conte o morte”. E la sensazione che il capo di Italia via possa aver lanciato un boomerang pericoloso, comincia a diffondersi tra i parlamentari renziani sorpresi dalla reazione unitaria di tutta la maggioranza. Sì, perché la “linea Dibba” non ha fatto breccia solo tra le mura amiche, ha convinto anche il Pd.

O almeno il suo segretario, Nicola Zingaretti, che durante l’ufficio politico dem utilizza parole inequivocabili: «C’è un dato che non può essere cancellato dalle nostre analisi», dice. «Ed è a questo punto l’inaffidabilità politica di Italia Viva. Che è un dato presente e che io credo, e questo dovremmo tenerlo in considerazione, comunque, per come avvenuto mina la stabilità in qualsiasi scenario si possa immaginare un coinvolgimento e una nuova possibile ripartenza». La notizia che fa sbiancare i renziani, sorpresi dall’accerchiamento improvviso. Soprattutto perché a iscriversi d’ufficio al partito dei «costruttori» è Riccardo Nencini, presidente del consiglio nazionale del Psi, nonché membro del gruppo Iv al Senato. Non un membro qualunque, ma l’uomo che consente ai renziani di avere un gruppo a Palazzo Madama, avendo offerto all’ex premier ospitalità sotto il simbolo ‘ Insieme’, formazione presente alle ultime elezioni. Secondo il regolamento del Senato, infatti, è vietata la costituzione di gruppi autonomi nel corso delle legislatura e l’eventuale uscita di Nencini significherebbe la fine di Italia viva a Palazzo Madama, con tutto ciò che ne consegue: stop ai fondi, stop alla visibilità, stop ai ricatti organizzati.

Il clima, in casa M5S, è da veglione di capodanno: brindisi, abbracci, sorrisi. «Molto meglio Mastella di Renzi», ripetono, infischiandosene della storia politica di colui che affossò il secondo governo Prodi. Pur di farla “pagare” all’ex premier sarebbero disposti a stringere un patto con chiunque. Ma se l’operazione andasse in porto si aprirebbe comunque un altro fronte di “regolamento di conti” per i cinquestelle, e sarebbe tutto interno. Al momento di ridiscutere la squadra, già qualcuno sussurra, non bisognerà scordarsi di chi con Renzi ha «dialogato e trattato» nell’ultimo anno e mezzo. Un ragionamento che potrebbe abbattersi come una mannaia anche su alcuni big pentastellati. Ma questa è un’altra storia. Per ora i grillini vogliono brindare.

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