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L’ultraconservatore Ebrahim Raisi sarà il nuovo presidente dell’Iran

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Le elezioni presidenziali in Iran sono state vinte da Ebrahim Raisi, attualmente capo del sistema giudiziario dell’Iran ed espressione degli ultraconservatori. Il ministero dell’Interno ha detto che Ebrahim Raisi ha ottenuto 17,9 milioni di preferenze, il 62% del totale, mentre Mohsen Rezaie ha ottenuto 3,4 milioni di voti, Abdolnasser Hemmati 2,4 milioni e Amir-Hossein Ghazizadeh Hashemi 1 milione. L’affluenza è stata del 48,8%, con 28,9 milioni di voti su circa 59 milioni di elettori, la più bassa in un’elezione presidenziale dalla rivoluzione islamica del 1979: alle elezioni parlamentari del 2020 era stata del 42%. Ci sono stati inoltre 3,7 milioni di voti giudicati non validi.

Ancora prima della proclamazione dei risultati, la vittoria di Raisi era stata annunciata dal suo principale avversario, Abdolnasser Hemmati, ex direttore della banca centrale e unico candidato moderato, che si era congratulato con un messaggio sui social network: «Spero che la tua amministrazione fornisca motivi di orgoglio per la Repubblica islamica dell’Iran, che migliori l’economia e che possa dare una vita di benessere alla grande nazione dell’Iran». Anche l’ex comandante della Guardia rivoluzionaria, Mohsen Rezaei, aveva fatto le sue congratulazioni a Raisi.

La vittoria di Raisi era considerata quasi scontata, soprattutto dopo che il Consiglio dei Guardiani, l’organo che si occupa arbitrariamente di selezionare i candidati prima di ogni elezione, molto vicino ai conservatori e agli ultraconservatori, alla fine di maggio aveva escluso i più importanti politici riformisti e moderati che avevano chiesto di far parte delle liste dei candidati, fra cui soprattutto il vice del presidente uscente Hassan Rouhani, Eshaq Jahangiri.

Dopo otto anni di presidenza Rouhani, l’amministrazione iraniana si sposterà quindi quasi certamente verso destra, rendendo assai più complicata la già fragile relazione con i paesi occidentali, e soprattutto con gli Stati Uniti. Le esclusioni dei candidati moderati erano state l’ultima conseguenza di un processo politico in atto da diverso tempo in Iran, iniziato con la decisione presa nel 2018 dall’allora presidente statunitense Donald Trump di ritirare gli Stati Uniti dall’accordo che impegnava l’Iran all’uso esclusivamente civile dell’energia nucleare, di fatto affossandolo.

Già allora molti esperti e osservatori avevano messo in guardia sul rischio che quella decisione potesse indebolire chi in Iran aveva fortemente voluto l’accordo – i moderati di Rouhani, i più aperti al dialogo con l’Occidente – e rafforzare chi l’aveva invece sempre criticato, cioè gli ultraconservatori.

Raisi è molto conservatore ed era il candidato preferito dalla Guida suprema Ali Khamenei, il leader assoluto dell’Iran e rappresentante della fazione più radicale del regime, di cui è anche accreditato come potenziale successore. Raisi ha un passato piuttosto controverso: nel 1988, alla fine della guerra che l’Iran stava combattendo contro l’Iraq, fece parte di una delle cosiddette “commissioni della morte” che ordinarono esecuzioni di massa di migliaia di prigionieri politici e combattenti nemici.

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