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L’operazione militare che cambiò la Seconda guerra mondiale

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Il 22 giugno 1941, ottanta anni fa, la Germania nazista attaccò l’Unione Sovietica. Alle 3:15 del mattino, simultaneamente in vari punti del confine orientale, partì il fuoco di artiglieria della Wehrmacht, l’esercito nazista. Non c’era stata alcuna dichiarazione di guerra da parte dei tedeschi, che semplicemente violarono il patto di non aggressione che era stato stabilito dai due paesi nel 1939, poco prima dell’invasione nazista della Polonia che diede inizio alla Seconda guerra mondiale. Da allora il dittatore Adolf Hitler aveva pazientemente preparato l’offensiva contro i sovietici – che aveva il nome in codice “Operazione Barbarossa” – consapevole che per perseguire il suo obiettivo di egemonizzare il continente prima o poi avrebbe dovuto fare i conti con loro.

Del resto il cosiddetto Lebensraum, lo “spazio vitale” dell’espansione nazista teorizzato da Hitler, si prolungava verso est.

All’epoca in cui iniziò l’operazione, Hitler era ancora fiducioso per via delle numerose vittorie militari che aveva ottenuto. Nel 1941 la Germania e i suoi alleati controllavano praticamente tutta l’Europa, con l’eccezione del Regno Unito e dell’Unione Sovietica. Gli strateghi nazisti pensavano che affrontare l’esercito britannico fosse un’impresa ancora irrealizzabile, mentre aggredire i sovietici sembrava molto più alla portata, principalmente per un motivo: l’esercito sovietico era sottovalutato, si pensava che fosse impreparato e con un equipaggiamento scarso e primitivo.

Erano valutazioni in realtà imprecise, ma è vero che il leader sovietico Stalin si rifiutò fino all’ultimo momento di prendere in considerazione un’eventuale offensiva nazista, nonostante l’intelligence del Partito Comunista l’avesse previsto e avesse tentato di avvertire più volte la dirigenza.

Truppe naziste entrano nella città di Minsk, in Bielorussia (AP Photo)

L’Operazione Barbarossa doveva partire a maggio, secondo i piani di Hitler, ma probabilmente per il pasticcio combinato dall’esercito italiano in Grecia venne posticipata. A giugno del 1940 il dittatore fascista Benito Mussolini, ormai convinto dell’invincibilità di Hitler, si era deciso a dichiarare guerra alla Francia (già praticamente sconfitta) e al Regno Unito. Nel corso del 1940 l’Italia aveva poi aperto nuovi fronti in Africa e in Grecia, ottenendo ben poco e inducendo la Wehrmacht a intervenire a sostegno delle offensive italiane, che soprattutto in Grecia furono un disastro.

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Posticipare l’attacco ai sovietici fu probabilmente fatale per la Germania, nonostante la quantità enorme di forze messe in campo: 4 milioni di uomini, 150 divisioni, 3.000 carri armati, 3.000 aerei più alcuni reparti di appoggio forniti dagli alleati (compresi 60.000 italiani, a cui se ne aggiunsero altri 230.000 nel 1942). Le principali direttrici dell’attacco erano tre, verso Leningrado (oggi San Pietroburgo), verso Mosca e verso Kiev, a Sud, attraverso l’Ucraina. Ma anche se all’inizio l’avanzata tedesca fu rapida, la conquista delle città principali si rivelò più difficile del previsto. La popolazione locale, spinta dalla propaganda patriottica del partito, collaborava attivamente con l’esercito sovietico, l’Armata Rossa, e si formarono gruppi di partigiani che – riforniti dai sovietici – fecero costanti azioni di sabotaggio contro la Wehrmacht.

Il generale nazista Franz Halder, capo di stato maggiore delle forze di terra, già nell’agosto 1941 scriveva sul suo diario:

Abbiamo sottostimato il colosso russo. Le divisioni sovietiche non sono armate ed equipaggiate come le nostre, e sono impiegate male. Ma sono lì, e se ne distruggiamo una dozzina i russi semplicemente ne schierano un’altra dozzina. Loro sono vicini alle loro risorse, mentre noi ci allontaniamo sempre di più dalle nostre.

Gli assedi di Mosca e di Leningrado andarono quindi per le lunghe, e si arrivò alla fine dell’estate. In sostanza, Hitler si trovò nella stessa situazione in cui si era trovato Napoleone Bonaparte 129 anni prima, quando tentò anche lui di avere la meglio sui russi. Anche in quel caso l’inverno aveva complicato la situazione per l’esercito napoleonico, così come nel 1941: il fronte si era ampliato troppo e le distanze che dovevano percorrere i rifornimenti erano enormi, impraticabili durante il rigido inverno russo. All’inizio di dicembre era ormai chiaro che l’esercito nazista non avrebbe mai sfondato la difesa di Mosca, né avrebbe potuto sostenere a lungo la controffensiva sovietica.

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Iniziò quindi la ritirata, e all’esercito nazista fu ordinato di cambiare obiettivo dirigendosi verso sud per conquistare Stalingrado (oggi Volgograd) e intercettare così i rifornimenti per i sovietici, che venivano smistati proprio in quella città.

Anche questa iniziativa però si scontrò con la resistenza sovietica, che portò alla resa nazista dopo un anno di combattimenti, con le truppe della Wehrmacht decimate e il feldmaresciallo Friedrich Paulus catturato. Era la prima volta nella storia che un militare nazista di così alto rango finiva prigioniero, tant’è che Hitler, che aveva esplicitamente proibito all’esercito di arrendersi, pretendeva che Paulus si suicidasse. Invece Paulus sopravvisse e morì a Dresda nel 1957, dopo avere lavorato per un periodo all’Istituto di Ricerca di Storia Militare della Germania Est.

La battaglia di Stalingrado fu una delle più sanguinose della storia e divenne simbolo della resistenza sovietica. Nel 1967 in città fu inaugurato un enorme complesso monumentale a ricordo della battaglia, dove oggi è seppellito il maresciallo Vasily Chuikov, a capo della divisione che combatté a Stalingrado. Il complesso monumentale è sormontato da una statua allegorica della patria – chiamata La Madre Patria chiama!  e alta 85 metri – nota per essere la statua più grande del mondo a ritrarre una donna.

La statua “La Madre Patria chiama!” a Volgograd (AP Photo/Dmitriy Rogulin)

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