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L’altra Italia, quella di Assmà: “Porto il velo e gioco a calcio. Così combatto e vinco ogni giorno i pregiudizi”

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Assmà Haddadi, 21 anni

Mentre sui social network deflagra l’opinione di un singolo che caccia da una tavolata di calciatori una ragazza “perché donna”, spingendo così tutti a figurarsi un ritratto dell’Italia come Paese retrogrado, nel giorno dopo giorno dei ragazzi di oggi gli stereotipi vengono combattuti con i fatti. Sul campo. È il caso di Assmà Haddadi, 21 anni, trevigiana di origini marocchine, musulmana, che porta il velo e gioca a calcio in barba al contropiede di tanti. È l’emblema di una modernità (leggasi normalità) che avanza, figlia anche della cosiddetta generazione Erasmus e della rivoluzione digitale, e che per forza di cose metterà in fuorigioco i rantoli di un’epoca al tramonto schiava di pregiudizi (anche laddove essi sono inconsci). Perché, ci tiene a precisare lei: “Non sono l’eccezione, ma la regola”. 

“Lo sport non ha sesso, alle ragazze dico di darsi valore affinché gli sia riconosciuto”

Assmà porta il velo, gioca a calcio e sogna di diventare una attivista nell’ambito dei diritti umani. “Mi sento libera di non rispettare i canoni sociali, di essere chi voglio e fare ciò che voglio: una ragazza musulmana che gioca a calcio, anche se il pensiero comune vuole che noi donne musulmane siamo oppresse e che, addirittura, non possiamo praticare sport. Alle ragazzine di oggi dico di andare avanti a testa alta, di essere fiere di ciò che sono, perché è solo quando una persona dà valore a se stessa che gli altri le riconoscono davvero un valore”, ci dice al telefono dalla Francia, dove sta preparando un esame per il doppio corso di laurea alla Sorbonne Université, uno in letteratura francese e l’altro in studi iberici e latini. E dove, via social, le sono arrivate le notizie di quanto successo in Italia nei giorni scorsi: quel fatto accaduto all’influencer Aurora Leone, invitata a lasciare la cena della Partita del Cuore perché ‘da quando in qua le donne giocano a calcio?’. Poco dopo sono arrivate le dimissioni del dg della Nazionale Cantanti Gianluca Pecchini. “Non so come si possa credere, nel 2021, che gli sport abbiano sesso – dice lei – Penso si tratti di odio vero e proprio e che chi ha pronunciato certe parole sia molto indietro nel tempo”. 

La lotta al pregiudizio, tra religione e sport

I precocetti Assmà li conosce molto bene e, in molti casi, ha “preferito dimenticare”, perché le hanno dato “troppo dolore”, soprattutto a causa di quel velo in cui tanti vedono sottomissione ma che per lei è un simbolo di libertà, perché “mi ha aiutata a diventare una donna forte, a non ascoltare i giudizi della gente”. Nata nel profondo Nord Est d’Italia ma proiettata verso l’Europa, quando Assmà scende in campo incarna contemporaneamente tradizione e contemporaneità, l’essere musulmana e l’essere italiana, europea, occidentale. Un simbolo di modernità in un paese antico in cui “i ragazzi hanno maggiore apertura mentale rispetto alle persone in età avanzata, anche se non se ne parla molto e anche se le scuole fanno poca educazione civica per combattere la semplificazione del pregiudizio”. E dove, nel caso invece specifico del calcio – per dirne una – solo la riforma dello sport approvata nei mesi scorsi ha previsto, tra le varie novità, che le donne possano passare al professionismo: fino a ieri le calciatrici (anche quelle impegnate nella Nazionale) non avevano alcun diritto alla tutela sanitaria, perché considerate dilettanti.

Diversi i pregiudizi che Assmà si è trovata, suo malgrado, a combattere nel corso della sua vita. Nessun evento discriminatorio violento, sottolinea, ma “quei commentini quotidiani che ti fanno pensare che sei tu quella sbagliata. Ti portano a pensare che è in te che c’è qualcosa che non va”. Molti sono di natura religiosa. “C’è l’idea che una donna musulmana sia oppressa, e magari neanche può fare attività sportiva, oltre ad essere costretta a sposarsi e a non poter proseguire gli studi una volta raggiunta una certa età. Avviene perché si confondono i paesi arabi, dove coesistono religioni, con quanto avviene in Iran”. Altri poi quelli radicati nell’immaginario collettivo per la scelta di giocare calcio, arrivata per lei da adolescente, nel ruolo di terzino, dopo un’infanzia trascorsa a guardare le partite con papà e fratello, col mito di Zlatan Ibrahimovic: “Il pensiero comune è che sia uno sport ‘per maschi’, che le calciatrici non sono belle e non sanno giocare a calcio. Dicono che le ragazze non hanno tecnica e che dunque è noioso guardare una partita perché monotona e priva di momenti di quei tensione in cui il gioco si fa più coinvolgente, ma sono preconcetti”. 

“Dicono che non si può essere femminista e musulmana al tempo stesso, ma non è così”

Da chi arrivano di più i pregiudizi? “Sono più radicati nelle persone in età avanzata”, sottolinea, “ma sono trentenni e quarantenni quelli che commentano più frequentemente con cattiverie postate su Facebook. Nei ragazzi della mia età c’è più respiro mentale, perché assimilano nuove consapevolezze di integrazione giorno dopo giorno, nelle scuole: ma è proprio qui che manca una discussione sul tema e questo avviene perché si crede che certi concetti possono essere dati per scontati”. Nel caso del velo, poi, a puntare il dito sono le donne, le cosiddette “femministe” in particolare: “Dicono che non puoi essere femminista e musulmana al contempo: la verità è che non si danno la possibilità di comprenderti davvero”. 

La storia di Assmà oggi è diventata un documentario, presentato ufficialmente nelle scorse settimane, perché intercettata dal regista Dimitri Feltrin. E lei per prima proprio non pensava che il suo messaggio di normalità potesse sollevare tante reazioni, soprattutto da parte di tante ragazze musulmane che le scrivono di aver trovato grazie a lei il coraggio per iscriversi, ad esempio, alla scuola calcio. Eppure, dice, si è resa conto che “purtroppo c’è ancora molto bisogno di raccontare storie come la mia”. E il modo migliore per dimostrare che le cose possono cambiare è sempre lo stesso: metterle in pratica. Proprio come fa Assmà. 

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