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L’abbiamo scoperta con Killing Eve, ora torna prima come “geek” vicino a Ryan Reynolds e poi come Giuseppina Bonaparte accanto a Joquin Phoenix-Napoleone

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Non è passato molto tempo da quando il Times scriveva: «Jodie Comer dorme ancora nella cameretta di quando era bambina». 28 anni, per l’Inghilterra praticamente una bambocciona. «Voglio vivere con mamma e papà fino a quando avrò i capelli grigi» era il titolo. Ma: «If I could», se potessi, aggiungeva. Non può, tant’è che oggi la protagonista di Free Guy a iO Donna risponde da una camera d’albergo di New York. Con immutata positività: «Qui il sole splende e la vita è di ritorno» ci dice.

Jodie Comer con Ryan Reynolds in Free Guy.

Con Ryan Reynolds in Free Guy.

Abbiamo l’impressione che Jodie Comer nella nativa Liverpool in realtà passi giusto a fare e disfare le valige. E che le resti poco tempo per coccolare i suoi vecchi peluche. Il successo della serie Killing Eve e del suo personaggio, Villanelle, l’assassina dai molti travestimenti e altrettanti accenti, ha cambiato di parecchio le sue coordinate e, dopo un Emmy e un Bafta, Forbes non ha potuto che inserirla tra i 30 personaggi più influenti under 30.

Due film con Ridley Scott

Free Guy – Eroe per gioco, il film di Shawn Levy in cui divide la scena con Ryan Reynolds, è un filmone girato in Massachusetts e almeno altri due di simile caratura sono in canna: il primo, che vedremo a ottobre, è The Last Duel, scritto dalla coppia Ben Affleck e Matt Damon (che anche lo interpreta) e diretto dall’83enne gagliardo Ridley Scott. Sempre Scott l’ha scelta per interpretare Giuseppina Bonaparte in Kitbag (Napoleone sarà Joaquin Phoenix). Free Guy, che si vedrà in piena estate, l’11 agosto (dopo l’anteprima al Locarno Film Festival), è la storia di un signor nessuno, un Npc, un “non-player character”, un personaggio secondario di un video game, uno che non gioca. E lo interpreta, ben pettinato e con camicia abbottonata, Ryan Reynolds, che di lavoro fa il cassiere in una banca e ogni giorno subisce con rassegnazione la stessa rapina. Compiuta da veri protagonisti: la differenza si vede subito, autentici gradassi con giubbotti di pelle e grosse moto.

In versione “geek” in Free Guy.

Grazie a un programma sviluppato nel mondo reale dalla programmatrice Milly (Comer) e inserito nel gioco, Guy acquista consapevolezza di sé e decide di cambiare trama e dinamiche per giocarsela e diventare l’eroe. Al suo fianco la molto carismatica e combattiva Molotov Girl (sempre Comer). Due personaggi, due accenti – la sua specialità.

Sente di assomigliare di più alla donna che vive nel mondo reale, americana, o all’avatar, british?

All’americana, la “geek” (espressione che da “eccentrico” o “povero disgraziato” è passata a indicare un movimento culturale di giovani individui con competenze informatiche molto sopra la media, ndr), anche se non sono smart come lei. Ho visto il film solo di recente e improvvisamente ho capito quanto è enorme e perché fin dall’inizio mi sentivo intimidita. Ho poco in comune con Molotov Girl: i personaggi dei videogame sono sempre supercool, agili, scattanti, ammiccanti e io non sono nessuna di queste cose. Anche Milly è forte a modo suo, ma in fondo è una persona sconfitta. È attraverso Molotov Girl, l’avatar che lei stessa ha creato a sua immagine e somiglianza, che recupera forza.

Nessuna timidezza

Il lavoro di attrice non è molto diverso: ogni personaggio è un avatar. Era una bambina timida che ha trovato nella recitazione la via d’uscita?

Non avevo nessun problema a mostrare chi ero da piccola. Anzi, lo mostravo fin troppo. Lo facevo molto di più allora di quanto lo faccia ora, avevo molta fiducia in me stessa. Nei vecchi filmini di famiglia è interessante vedere come cercassi sempre di infilarmi nell’inquadratura anche quando avrei dovuto rassegnarmi a essere un Npc. Ho sempre voluto essere al centro dell’azione, era un continuo «mamma mamma» quando mia madre cercava di filmare mio padre. Crescendo ho cominciato a fare imitazioni, come molti bambini, e a prendere coraggio di fronte al pubblico. È stato così che quello che ero e che sono diventata ha cominciato ad avere senso per me.

Ryan Reynolds, il regista Shawn Levy e Jodie Comer sul set di Free Guy.

Avrebbe potuto rimanere solo un gioco, invece…

Andavo alla drama school per un paio d’ore il sabato, mi divertivo e non pensavo ad altro. Finché il momento rivelatore è arrivato. Ed è stato quando ho visto mio padre e la faccia che faceva al termine di un monologo che avevo recitato a un festival di Liverpool. Prima che cominciassi era terrorizzato per me: ero l’ultima di una lunga lista di performer e tutti quelli passati prima erano stati bravissimi. Mi aveva detto quello che i genitori dicono sempre ai figli nella speranza che non soffrano troppo se le cose non andranno bene: «Fai del tuo meglio, non preoccuparti». Ma dopo avermi vista l’idea che aveva di me era cambiata radicalmente, come se non mi avesse riconosciuta. Allora mi sono detta: «Ah, ma allora forse lo posso fare».

Un suo concittadino, l’attore Stephen Graham, che l’ha guidata all’inizio della carriera, di lei ha detto che se è così brava è perché “non ha ego”. Dove lo nasconde?

Quando lavoro le cose migliori mi riescono se l’ego è al minimo. Nella mia vita personale invece vorrei trovarlo, mi chiedo spesso chi sono, e se qualche volta tradisco me stessa. Credo che siano domande che si fanno tutti. Chi sono le versioni di noi che consegniamo al mondo, a casa, al lavoro, con gli amici, anche con le dichiarazioni che facciamo sui social media. Ognuno di noi ha più avatar che circolano. Ma io sono circondata da persone coi piedi decisamente per terra e so che, se il mio ego, o qualcuno dei miei avatar, prendesse il sopravvento, me lo direbbero senza tanti giri di parole.

La lotta di classe

È stato difficile trovare il proprio posto nel mondo? La società britannica è classista: del teatro – ormai quasi esclusivo appannaggio delle classi privilegiate – si è molto pubblicamente discusso, ma forse Bbc dove lei ha iniziato e il cinema sono più democratici?

Non sono mai stata scoraggiata dal pensiero che avrei potuto essere sfavorita perché venivo da un certo posto o da una certa classe, ma non mi sono nemmeno troppo impegnata. Quando ero giovane e facevo le audizioni, ogni tanto ho percepito che c’erano perplessità sul mio accento: « Sei in grado di fare questa inflessione?» mi chiedevano (se in Killing Eve si è cimentata con molti accenti stranieri e altrettante sfumature di classe dell’inglese, nella vita vera Comer non prova neanche a mitigare lo “scouse”, l’accento di Liverpool, ndr). Sono consapevole che fare questo lavoro è una grande fortuna e devo essere grata per l’opportunità. Ma credo che a un certo punto ti devi anche dire che sei lì per una ragione, che se sei lì c’è un perché e il perché sei tu. È questione di fiducia in sé, e arriva un momento in cui te la devi concedere. Conosce la sindrome dell’impostore di cui si parla tanto? Io quando sono sul set non ce l’ho.

Sul set irlandese di The Last Duel. (Photo by Debbie Hickey/GC Images)

A maggior ragione ora che ha fatto l’ingresso nelle grandi produzioni. Di Hollywood sente di più seduzione o pericolo?

Hollywood non c’è nel mio mondo: non vado alle feste, sto con la mia famiglia. Ogni film è un gradino della scala, e ne considero uno alla volta. Non guardo più in alto di così. Ha il Dna di chi non prende le cose troppo sul serio.

Suo padre ha portato il Bafta che lei ha vinto per Killing Eve al pub.

(ride) Quella statuetta ha girato parecchio, sì. Se incontro una persona nuova, quello che davvero mi piace è la capacità di prendersi in giro. Se ti prendi troppo sul serio con me è game over.

Il senso dell’umorismo british è compatibile con l’America di oggi, dove si ha paura di fare una battuta per non urtare la sensibilità di un gruppo?

In effetti, lo humor britannico e quello americano sono molto diversi… Nei contenuti, ma anche nel tono. Per essere insieme Milly e Molotov ci ho dovuto lavorare molto.

Giuseppina Bonaparte

Per un’europea può essere difficile adattarsi.

Dipende da quanto credito gli dai. Hollywood non è un luogo, non è qualcosa in cui mi sento immersa. E non mi sento oppressa da quell’atmosfera.

Ricorda Truman Show, con Jim Carrey? Come in Free Guy, c’è un personaggio ignaro del mondo in cui vive. Era un film sulla libertà e sulla sua illusione, dove la realtà è una gabbia…

Amo Truman Show. Ma quello che mi è piaciuto di Free Guy è che parla di quali sono le tue opportunità e di come puoi prendere il controllo della tua vita.E che sottolinea quanto amore puoi trovare nella connessione con gli altri.

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Come sarà la Josephine Bonaparte che impersonerà?

Non ho ancora fatto i compiti, ho una stagione di Killing Eve da girare prima. Ma so che avrà un gusto da XXI secolo.

Non sarà una grande donna dietro un grande uomo?

Certo che no.

iO Donna ©RIPRODUZIONE RISERVATA

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