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Negli ultimi giorni le segnalazioni di nuovi casi positivi alla variante omicron del coronavirus si sono moltiplicate in Europa e altri paesi al di fuori dell’Africa meridionale, dove erano emerse la scorsa settimana. Vari gruppi di ricerca sono al lavoro per capire se omicron sia più rischiosa di altre varianti, mentre il Sudafrica e altri stati africani hanno criticato duramente i governi occidentali per avere bloccato i viaggi aerei da e verso i loro paesi nel difficile – e forse vano – tentativo di fermare la diffusione della variante omicron.

L’Occidente è stato inoltre indicato da vari leader africani e altri osservatori come una delle principali cause dell’emersione della nuova variante, con l’accusa di avere trattenuto per sé buona parte delle dosi dei vaccini a danno dei paesi più poveri. La bassa percentuale di popolazione africana vaccinata avrebbe quindi favorito la diffusione della omicron.

Stabilire con certezza quali siano le cause e le dinamiche che portano una variante a emergere con certe caratteristiche, tali da competere con varianti già affermate e in circolazione, è estremamente difficile. Come abbiamo imparato in quasi due anni di pandemia, ci sono moltissimi fattori che concorrono alla formazione di nuove mutazioni, che eventualmente portano poi a una nuova variante diversa dalle precedenti.

Caso e mutazioni

I virus mutano di continuo e il caso ha un grande ruolo nei loro cambiamenti. In generale, un virus entra in un organismo e ne sfrutta le cellule per replicarsi, cioè per creare nuove copie di se stesso che provvederanno a legarsi ad altre cellule per fare la stessa cosa. Specialmente per alcuni tipi di virus a RNA, come i coronavirus, questo meccanismo non è molto preciso e può portare ad alcuni errori nella fase in cui il codice genetico del virus viene trascritto per farne una copia, un po’ come avviene quando si ricopia un testo e inavvertitamente si scrive un refuso.

È nell’ordine delle cose, succede di continuo in natura nei processi di replicazione del materiale genetico. Il risultato di questi refusi sono mutazioni, quasi sempre innocue e che si trasmettono alle generazioni successive, accumulandosi a quelle nuove prodotte nei processi di replicazione seguenti.

Le mutazioni possono avvenire in molte circostanze e tendono a essere più frequenti e numerose nel caso in cui l’infezione virale prosegua a lungo, come nel caso di pazienti con carenze del sistema immunitario o altri problemi di salute.

L’accumulo di mutazioni rende quasi sempre i virus meno funzionali, ma in alcuni casi una giusta combinazione di mutazioni può costituire casualmente un vantaggio evolutivo per il virus, per esempio se facilita la sua replicazione all’interno delle cellule o i sistemi per eludere le difese dell’organismo. In questo caso, il virus produce più facilmente nuove copie di sé prolungando l’infezione e rendendo più contagiosa la persona che l’ha contratto. Ciò rende più probabile che altre persone vengano contagiate con la nuova versione del virus, che continuerà a diffondersi sempre di più, diventando eventualmente una variante dominante.

Vaccinati e mutazioni

Questo processo, che comprende numerose altre variabili, può avvenire con maggiore facilità in una popolazione dove ci sono poche persone che hanno sviluppato un’immunità al virus, per via naturale oppure attraverso un vaccino (quindi senza correre i rischi della malattia). Avendo a disposizione più persone suscettibili all’infezione, il virus ha la possibilità di infettarne un grande numero e più persone infette sono in circolazione più è alta la probabilità che si accumulino mutazioni e infine che emergano nuove varianti.

Nel caso del coronavirus, che ha mostrato di essere piuttosto contagioso già con le sue prime versioni emerse alla fine del 2019, è però difficile stabilire quali siano le quote di suscettibili e immunizzati in una popolazione tali da rendere più o meno probabile l’emersione di una nuova variante.

I vaccini contro il coronavirus offrono un’alta protezione contro le forme gravi di COVID-19, ma non impediscono che per brevi periodi si possa essere infetti (quasi sempre senza sintomi) e contagiosi. I tempi più brevi di infezione riducono il rischio che si producano mutazioni rilevanti, ma non lo escludono completamente.

È quindi difficile dire se con una percentuale di popolazione di vaccinati più alta nei paesi dell’Africa meridionale si sarebbe potuta evitare l’emersione della variante omicron. Del resto, in questa fase non sappiamo nemmeno da quanto fosse già in circolazione nel continente, né se ci fossero altri focolai causati dalla stessa variante in altri continenti. Appare improbabile, ma con gli attuali dati non si può nemmeno escludere che la variante abbia avuto origine altrove.

Africa e vaccini

Ciò che è certo è che comunque l’Africa è molto indietro nelle campagne vaccinali e che questo può comportare maggiori rischi, anche se l’età media nel continente è sensibilmente più bassa di quella in Occidente e ci sono quindi meno soggetti statisticamente a rischio per via dell’età.

Al momento il 54 per cento circa della popolazione mondiale ha ricevuto almeno una dose dei vari vaccini disponibili contro il coronavirus. Nei paesi più poveri il tasso di vaccinati con una dose è però molto più basso e intorno al 6 per cento: la differenza è ancora più marcata se si mettono a confronto i paesi più ricchi e quelli con il reddito medio più basso del pianeta.

Se si considerano i completamente vaccinati rispetto alla popolazione il dato di molti paesi africani è allarmante, con meno del 5 per cento di persone vaccinate. Con il 24 per cento circa di vaccinati, il Sudafrica è uno dei paesi africani ad avere vaccinato di più, seppure con una percentuale al di sotto della media mondiale e lontana dai paesi occidentali. In Italia i completamente vaccinati sono per esempio il 77 per cento e in Portogallo l’88 per cento.

Donazioni

Fino dall’avvio delle prime campagne vaccinali in Occidente si era iniziato a discutere della necessità di vaccinare velocemente anche i paesi più poveri, dove vivono miliardi di persone, con donazioni di dosi e sovvenzioni. Il programma internazionale COVAX avrebbe dovuto semplificare l’acquisto dei vaccini da parte dei paesi più ricchi intenzionati a redistribuirli in quelli più poveri, ma dalla sua nascita ha faticato non poco a funzionare.

COVAX avrebbe dovuto distribuire 2 miliardi di dosi entro la fine del 2021, ma a fine estate l’obiettivo è stato rivisto a 1,4 miliardi di dosi per quest’anno. Secondo le ultime stime, i vaccini effettivamente consegnati sono stati meno di 580 milioni e ci sono dubbi sul mantenimento degli obiettivi entro fine anno.

Si stima che più della metà delle 7,5 miliardi di dosi di vaccini finora prodotte siano state impiegate, o prenotate a seconda dei casi, dai paesi più ricchi, lasciando l’accesso a quantità molto ridotte per COVAX e altre iniziative di distribuzione ai paesi più poveri. La situazione sembra essere peggiorata dalla fine dell’estate, in seguito alla decisione di numerosi governi di procedere con la somministrazione di un’ulteriore dose di vaccino per i completamente vaccinati, nonostante l’invito dell’Organizzazione mondiale della sanità ad attendere, in modo da favorire una diffusione dei vaccini in altre aree del mondo.

Oltre ai programmi comuni, i singoli governi nel corso di quest’anno avevano fatto varie promesse per la donazione di dosi ai paesi più poveri, a cominciare da quelli africani. Le dosi promesse erano più di 1,3 miliardi, ma secondo i dati (alquanto frammentari) al momento disponibili si stima che appena un decimo dei vaccini promessi siano stato già consegnato.

Brevetti e licenze

Brevetti e limitazioni per la produzione sotto licenza dei vaccini hanno ulteriormente ostacolato la diffusione dei vaccini nei paesi economicamente meno avanzati. Il tema è stato discusso dalle principali aziende produttrici, da alcuni governi ed è ora in corso un confronto presso l’Organizzazione mondiale del commercio (WTO), anche se al momento non sembrano esserci i presupposti per rimuovere alcuni vincoli e rendere più semplice la produzione dei vaccini da parte di altre aziende.

Esitazione

Tutti questi fattori si sono uniti a una marcata esitazione vaccinale in diversi paesi dell’Africa, dove finora la pandemia da coronavirus non è stata vissuta come un’emergenza. Molti governi non diffondono dati affidabili sulla diffusione dei contagi, o per scelta o a causa della mancanza di sistemi adeguati di raccolta e tracciamento sul territorio, ed è quindi difficile stabilire come stia evolvendo la pandemia nei loro confini.

Dopo un inizio stentato, il Sudafrica si è dotato di un migliore sistema non solo di raccolta dei casi positivi, ma anche di analisi dei tamponi per rilevare eventuali nuove varianti, come la omicron da poco scoperta. Nel paese c’è però una forte esitazione vaccinale, nonostante le campagne avviate dal governo con l’obiettivo di vaccinare almeno il 67 per cento della popolazione entro fine anno, che difficilmente sarà rispettato.

A inizio novembre il governo del Sudafrica aveva annunciato un rinvio dei nuovi ordini di vaccini, citando la scarsa adesione della popolazione alla campagna vaccinale.