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Per qualcuno la violenza sessuale dovrebbe vivere in una sorta di bolla giudiziaria, in cui per alcuni reati i diritti vengono sospesi

Può un indagato o imputato per violenza sessuale difendersi senza  essere linciato o accusato di voler “screditare” la vittima? L’opportunità di porci questa domanda ce la offre il caso Grillo ma ovviamente è estendibile a tutti i casi simili: è un tema delicatissimo, che tocca la sensibilità collettiva e le corde più profonde della nostra coscienza. Partiamo però da una breve analisi del linguaggio: noi tutti siamo pronti a riconoscere che i processi si fanno in Tribunale, ma già nel parlare di “presunta vittima” piuttosto che di “vittima”, il campo di discussione diventa campo di battaglia. Insomma, il semplice trattare l’indagato da “innocente fino a prova contraria”, fa scattare la macchina dell’indignazione.

Secondo qualcuno, addirittura, nei processi per violenza sessuale l’indagato non dovrebbe  difendersi in nessun modo altrimenti andrebbe ad alimentare la “normalizzazione dello stupro”. Insomma, per costoro la violenza sessuale dovrebbe vivere in una sorta di bolla giudiziaria, in cui per alcuni reati i diritti vengono sospesi. E così, il tentativo della difesa di mostrare eventuali contraddizioni nel racconto della vittima viene accolto con riprovazione. Quasi che determinati argomenti non debbano fare ingresso nel processo perché giudicati impresentabili e scorretti. Ma così rischiamo da un lato di alimentare una deriva etica e non più laica del processo e dall’altro che i processi per violenza sessuale si svolgano con la pericolosa caratteristica dello “stato d’eccezione”. Lo dimostra un recente comunicato dell’Anm sul caso Grillo là dove si legge: «È essenziale per la vita democratica del Paese che i processi, e quelli per violenza sessuale anzitutto, si svolgano al riparo da indebite pressioni mediatiche».

Non si comprende il passaggio in cui è scritto «quelli per violenza sessuale anzitutto». È assai curioso che l’organo sindacale della magistratura pensi che esistano reati di serie A e di serie B: il rispetto delle garanzie e il giusto processo, sottratto alle derive del processo mediatico, devono valere sempre. Anche perché è capitato spesso che un indagato per stupro fosse giudicato innocente.  Ricordate il presunto stupro consumato nel 2019 nella circumvesuviana di San Giorgio a Cremano? Una ragazza aveva accusato di violenza brutale di gruppo quattro ragazzi ma poi grazie alle telecamere si scoprì che non era vero nulla. Ma in attesa dell’accertamento della verità contro gli indagati si era scatenato l’inferno mediatico e l’allora vicepremier Luigi Di Maio, in un rigurgito di populismo giudiziario, si scagliò contro la decisione del Tribunale del Riesame di rimettere in libertà due dei tre ragazzi.  Finché continueremo a credere che i processi servono a sconfiggere i fenomeni criminali, si chiamino essi corruzione, mafia o violenza di genere, e non soltanto a processare le condotte di singoli imputati, continueremo ad affidare impropriamente alla magistratura il compito di affrontare fenomeni di rilevanza sociale che invece spetta alla politica risolvere con tutte le cautele e le garanzie del caso e senza ricorrere a provvedimenti demagogici.

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