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«La politica abbia la schiena dritta contro lo strapotere della magistratura»

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Intervista all’avvocato Giosuè Bruno Naso su referendum, politica, magistratura, riforma della giustizia, commissione Lattanzi e informazione

L’avvocato Giosuè Bruno Naso frequenta le aule di tribunale dal 1971. È stato difensore di Erich Priebke, di Massimo Carminati, ma lo abbiamo ascoltato anche nel processo Cucchi e in quello a carico di alcuni esponenti della famiglia Casamonica. Massimo Bordin gli dedicò anche un commento sul Foglio dal titolo ‘ Lo stile dell’avvocato Naso’ che «è da processo politico, secondo un antico e famoso testo di Jacques Verges, pubblicato da Einaudi, anche se le idee politiche del penalista romano credo siano agli antipodi del mitico “avvocato del Diavolo”».

Avvocato, qual è il suo parere sull’iniziativa referendaria promossa dal Partito Radicale e dalla Lega?

Sono assolutamente favorevole a questo strumento, lo sono stato fin dagli anni 70, dai primi referendum promossi dal Partito Radicale. Resto basito quando qualcuno, anche tra coloro che rivestono ruoli istituzionali e di responsabilità politica, nutre dubbi sulla legittimità e utilità del referendum che conferisce in maniera più diretta e genuina al popolo, nel nome del quale la legge viene esercitata, il compito di interloquire su temi di tale delicatezza. Forse qualcuno teme i risultati dell’appuntamento referendario.

Uno dei quesiti più osteggiati dalla magistratura è quello sulla separazione delle carriere.

La mancata attuazione di quello che è un principio costituzionale ha determinato l’involuzione culturale nell’esercizio della giurisdizione penale. Si è sostenuto da parte dei magistrati che la separazione delle carriere sarebbe un fattore negativo perché trasformerebbe il pm in un poliziotto specializzato. La pratica invece ci dice il contrario: il pm è diventato il regista assoluto e incontrastato del processo e abbiamo assistito alla trasformazione culturale del giudice in un poliziotto. Tranne qualche giudice che suo malgrado conserva principi di autonomia e di indipendenza di giudizio, una buona parte, soprattutto tra i gip e gup, si appiattisce sulle posizioni del pm; anche per pigrizia, perché è più comodo lavorare adeguandosi al lavoro fatto da altri.

È chiaro che la magistratura non vuole questa riforma. Ma allora la politica?

Noi avvocati vediamo nella separazione delle carriere un esercizio di purificazione e di laicismo culturale della giurisdizione. La politica invece è scesa a patti con questo enorme potere della magistratura: durante gli anni del terrorismo, quando ogni giorno si uccidevano magistrati, poliziotti, giornalisti, la politica non ha perso la testa e non si è piegata alla cultura emergenziale, nonostante il ricorso a leggi abbastanza limitative della libertà personale.

Quello che invece è avvenuto da Mani Pulite in poi è ciò che ha dato il colpo mortale alla cultura della giurisdizione. Una parte preponderante ha delegato alla magistratura l’esercizio anche di potestà politica, amministrativa ma soprattutto il compito di neutralizzare gli avversari politici. Da quel momento è stato un piano inclinato, una deriva incontrollata fino alle situazioni di oggi: magistrati intercettati, inquisiti, coinvolti in inchieste di mera criminalità economica o corruzione.

Noi avvocati non ci compiacciamo di questo. Al contrario: nell’autonomia e autorevolezza del giudice troviamo gli strumenti che garantiscono l’esercizio della nostra attività professionale.

Il quadro che lei descrive porta ad un paradosso: la magistratura più involve e più ostacola le riforme. No alla separazione delle carriere, no a serie valutazioni di professionalità, no agli avvocati nei Consigli giudiziari, no ad una radicale riforma del Csm. Torno alla domanda di prima: la politica si prenderà la responsabilità di cambiare le cose?

La politica deve dare un colpo di coda, deve drizzare la schiena che per troppi lustri ha piegato intimidita, impaurita e anche in parte ricattata per i propri difetti e vizi, terreno fertile per lo strapotere della magistratura. Detto questo, ora la politica si deve riappropriare della propria funzione: i magistrati applicano le leggi che il Parlamento promulga. Non si può più consentire che alcune leggi vengano messe nel nulla attraverso interpretazioni giurisprudenziali. Attribuisco delle responsabilità anche al ruolo svolto dalla Cassazione che, vuoi per miopia, vuoi a volte per condivisione di certe posizioni ideologiche o politiche, ha acconsentito a interpretazioni della legge che sono palesemente distorsive e che erano finalizzate a cristallizzare determinate situazioni. L’equivoco di fondo di una gran parte dei magistrati è quello di credere di essere pagati per fare giustizia, invece lo sono per applicare la legge. Quello che dovrebbe prevalere è il principio di legalità, il rispetto sacrale delle regole del gioco. Un esempio: la prova di un reato è contenuta in una intercettazione telefonica, che però non è stata autorizzata, è illegittima. Di conseguenza non è utilizzabile: il buon giudice di conseguenza deve assolvere l’imputato, pur sapendo che è colpevole.

Inoltre, c’è una tendenza dei magistrati a contrastare i fenomeni sociali e non a giudicare singoli casi.

Ormai si giudicano le persone non per quel che hanno fatto, ma per quello che sono o per quello che si ritenga siano. Le faccio un esempio: si vuole individuare nella famiglia Casamonica una associazione di stampo mafioso. I pm, nel processo che si sta celebrando dinanzi la Tribunale di Roma, non indicano gli imputati con il loro nome, dicono spessissimo “i Casamonica”, che vengono così criminalizzati in quanto tali.

Ricordo ancora il suo scontro a La7 con Gianluigi Nuzzi in merito a Mafia Capitale. Purtroppo non è stato più invitato.

È colpa anche di voi giornalisti che non volete sentire voci scomode e non omologate. A proposito di mafia voglio parteciparle un piccolo orgoglio personale: oggi tutti si scandalizzano di quello che sta emergendo all’interno del Csm. Giugno 2016 – può risentire tutto su Radio Radicale – nella mia prima arringa nel processo Mafia Capitale polemizzavo con il dottor Pignatone che è venuto a Roma pensando che fosse una grande Reggio Calabria e per fortuna non lo è. Dissi: invece che le associazioni di stampo mafioso, il dottor Pignatone ha portato a Roma la cultura mafiosa che alligna persino al Csm. E spiegai: la mafia è caratterizzata dal familismo e dal controllo del territorio. Cosa c’è al Csm? Il familismo attraverso le correnti, il controllo del territorio attraverso la spartizione degli incarichi direttivi.

Incredibilmente si trova d’accordo con il consigliere Nino Di Matteo che parlò di metodo “mafioso” utilizzato nelle nomine.

Perché no, se dice una cosa che io condivido?

Una ultima considerazione sui lavori della Commissione Lattanzi, in particolare sulla riforma dell’appello.

I lavori della Commissione Lattanzi sono altra cosa rispetto a quello che si è visto negli ultimi anni partorire da parte del ministero della Giustizia. Lattanzi è stato un grande magistrato e un raffinato cultore del diritto penale. L’appello del pm contro le assoluzioni era stato abolito e poi ripristinato per via giudiziaria, attraverso un intervento abrogativo della Corte Costituzionale. Purtroppo anche la Consulta talvolta è andata al di là di quelli che sono i suoi compiti: si è mostrata molto più sensibile alle istanze della magistratura requirente, rispetto a quella che era stata l’impostazione parlamentare. C’è una riflessione banalissima per cui non si può consentire l’appello al pm: un giudice di primo grado, all’esito della raccolta delle prove, ha stabilito che l’imputato non è colpevole o almeno ha nutrito un dubbio ragionevole, che è espressione di un principio costituzionale, sulla responsabilità dell’imputato. Basta questo per non consentire l’appello del pm. Il giudice di secondo grado potrebbe arrivare ad una decisione opposta. Avremmo una assoluzione e una condanna. Ma in dubio pro reo! Invece per quanto riguarda la riforma dell’appello per noi difensori, sono molto preoccupato: da un lato in Cassazione i nostri ricorsi sono dichiarati inammissibili perché avremmo sconfinato nel merito ma poi ci vorrebbero privare dell’Appello proprio in una fase di pieno merito. Non possono confinarci nell’angolo.

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