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I leader dell’Ue e degli Stati Uniti l’hanno definito «una vittoria globale», ma c’è anche chi storce il naso

Per far chiarezza, ne abbiamo parlato con il Professor Giovanni Barone Adesi

LUGANO – Venerdì è stata annunciata un’intesa globale per stabilire una tassazione minima per le multinazionali, la cosiddetta “Minimum Tax”, per porre fine a decenni di competizione fiscale tra i governi per attrarre investimenti dall’estero. Ben 136 Paesi, ha comunicato L’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (OCSE), hanno concordato su una soglia minima del 15%, per rendere difficile – se non impossibile – alle multinazionali di sfuggire alle tassazioni.

Con l’intesa che è stata definita «storica» da rappresentanti dell’Ue e degli USA, c’è però chi storce il naso. L’associazione Global Alliance for Tax Justice l’ha infatti definito un «patto dei ricchi» che favorisce «solo le multinazionali e i Paesi industrializzati aderenti all’Ocse», con accordi raggiunti grazie a «trattative non pubbliche, opache, e svolte senza la necessaria trasparenza».

Per capirne di più, ne abbiamo parlato con il Professore di teoria finanziaria presso l’Unviersità della Svizzera italiana Giovanni Barone Adesi.

Come mai si è sentita ora la necessità di un’intesa del genere?

«Se ne parla da tempo, ma sostanzialmente c’era da superare l’opposizione di molti Paesi, e ancora adesso in realtà è un accordo di principio, perché molti Stati si riservano eccezioni e facilitazioni di vario tipo».

Riguardo a queste opposizioni, per quale motivo un Paese non dovrebbe aderire?

«Perché questi Paesi hanno tutto da perdere se le grandi aziende non hanno più incentivi per venire da loro».

Quindi non solo benefici…

«L’accordo creerà certamente dei problemi ad alcuni Stati che contavano su tassazioni molto basse per raccogliere un po’ di soldi. Con l’accordo sparisce l’incentivo dell’aliquota».

Le entrate maggiori andranno ai Paesi occidentali? 

«Sì perché comunque le multinazionali più grandi, che sono poi quelle interessate dall’accordo, tendono ad essere basate in questi Paesi».

Riavvolgendo il nastro, cosa implica quest’accordo per le multinazionali? 

«Sostanzialmente le aziende che hanno un fatturato al di sopra di una certa soglia (750 milioni di euro, ndr) dovranno pagare il 15% di tasse. Nel caso un Paese firmatario dell’accordo rifiutasse e facesse pagare l’8% ad esempio. Il Governo del Paese di origine della multinazionale potrà far pagare la differenza, quindi il 7% seguendo l’esempio».

Ci sono dei sotterfugi, per le aziende?

«Un problema per cui una soluzione è lontana riguarda cosa viene considerato “profitto”, perché esistono vari criteri per definirlo, e i manager devono scegliere quali usare a seconda di quella che percepiscono come la prospettiva più adatta alla loro azienda. C’è una certa soggettività».

Per la Svizzera può essere un accordo conveniente?

«La Svizzera avrà qualche problema perché perderà anch’essa i gap (per arrivare al 15%) a favore dei paesi originari delle multinazionali che operano qui. Però, potrebbe raccogliere qualcosa dalle imprese elvetiche all’estero, in particolare dalla farmaceutica».

La Presidente della Commissione europea Ursula Von der Leyen l’ha definito «un accordo storico». Lei è d’accordo?

«Sì, almeno dal punto di vista politico sì, perché mostra una volontà di risolvere il problema in un modo conveniente per l’Unione europea e per gli Stati Uniti. Che poi venga effettivamente risolto così ce lo dirà il futuro, ma dubito».

L’idea è che entri in vigore per il 2023, è uno scenario plausibile?

«Sì, se tutti hanno lo stesso obbiettivo si può riuscire a fare qualcosa per il 2023. Comunque, come dicevo, le regole dettagliate purché questo accordo sia davvero incisivo non ci sono e dubito che ci saranno per il 2023».

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