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Diamanti di sangue è il titolo di un celebre film del 2006 che ha messo l’opinione pubblica occidentale al corrente di un fenomeno sino ad allora relegato all’irrilevanza, quello del traffico e della commercializzazione di diamanti provenienti dai teatri di guerra. Un titolo simile potrebbe essere scelto per parlare degli accadimenti che hanno scosso l’America Latina dalla fine del 19esimo secolo all’inizio degli anni 2000 a causa di un altro prodotto, molto meno elitario, destinato al mercato delle economie avanzate: le banane.

Le origini dell’industria bananiera nordamericana sono macchiate di sangue, il sangue di migliaia di persone che, a cavallo tra la fine del secolo breve e la metà del Novecento, sono morte sui campi di lavoro a causa dei turni estenuanti, sono state uccise durante gli scioperi e le occupazioni degli stabilimenti o, peggio, sono diventate vittime delle guerre delle banane (Banana Wars).

Banane come diamanti: si comprano nell’innocente ignoranza e nell’inconsapevolezza che dietro il percorso che ne ha permesso l’arrivo dalle terre esotiche e tropicali del Sud globale al reparto ortofrutta del supermercato si cela una storia di morte. È storia, anche se poco conosciuta, che l’intromissione degli Stati Uniti nelle guerre di indipendenza latinoamericane contro il decadente impero spagnolo fu legittimata sia ragioni di realpolitik (dottrina Monroe) che da appetiti economici, all’epoca coincidenti con la monopolizzazione della produzione bananiera, il petrolio del primo Novecento.

L’elenco dei Paesi che sono stati vittime dell’imperialismo del banane – un fenomeno che, sebbene meno pervasivo che in passato, è ancora perdurante, come dimostra il caso del colpo di stato in Honduras del 2009 – è veramente lungo e include, tra gli altri, Panama, Cuba, Repubblica Dominicana, Nicaragua, Messico, Haiti, Colombia e Guatemala. Ognuno dei suscritti, nel periodo di riferimento 1898-1954, ha subito gravi ingerenze da parte statunitense sotto forma di incursioni fulminee, invasioni di breve durata, omicidi mirati di politici e attivisti e, soprattutto, colpi di stato.

Fu grazie alle banane che gli Stati Uniti affinarono le loro abilità nel settore della guerra non convenzionale. Nel 1921, infatti, il corpo della Marina diede alle stampe “Il manuale delle piccole guerre” (Small Wars Manual), un testo di nicchia illustrante le varie tattiche e tecniche adoperate dagli strateghi statunitensi per sovvertire i governi scomodi del subcontinente.

Quel manuale sarebbe stato il punto di partenza verso l’elaborazione successiva di veri e propri documenti su come pilotare rivoluzioni, provocare colpi di stato, condurre operazioni psicologiche e scatenare guerre civili; in breve, le radici delle guerre ibride della nostra contemporaneità affondano nel contesto delle guerre delle banane. Del resto, quella che potrebbe essere definita la prima guerra ibrida della storia, o perlomeno una guerra ibrida antelitteram, è accaduta nel 1954, in Guatemala.

Il contesto storico

Stati Uniti, anni 1950. La guerra fredda con l’Unione Sovietica è ai primordi, ma politica, cultura e società la vivono con intensità ed ansietà, reduci dalla recente vittoria nella seconda guerra mondiale e memori di cosa avrebbe voluto fare il nazismo. I sentimenti imperanti, da Hollywood al Congresso, sono la paranoia e il sospetto: chiunque potrebbe essere un nemico, un infiltrato, una spia. Del resto, questi sono gli anni della paura rossa (Red Scare) e delle indagini di Fbi e Cia su Albert Einstein e Charlie Chaplin.

Lo spettro sovietico aleggia sull’Europa occidentale e sull’Asia, galvanizzato dalla rivoluzione maoista e dall’esito della guerra di Corea, e la dirigenza politica statunitense teme che il comunismo possa sbarcare a Washington con la complicità di attori, scrittori e scienziati, e sfruttare l’instabilità socio-politica che affligge il vicinato latinoamericano per dare il via ad un effetto domino.

La United Fruit Company (UFC), primo produttore ed esportatore mondiale di banane, riesce a strumentalizzare magistralmente l’anticomunismo spasmodico dell’epoca per convincere l’amministrazione Eisenhower ad avallare un colpo di stato in Guatemala, un protettorato informale della multinazionale sin dalla fine dell’Ottocento che, dopo aver abbattuto una dittatura militare filoamericana, si era incamminato verso la piena emancipazione politica.

Il Guatemala contro la United Fruit Company

L’incubo della United Fruit Company – oggi conosciuta come Chiquita – aveva un nome: Juan Jacobo Arbenz Guzman. Asceta e pensatore proveniente dalle forze armate, seguace di una scuola di pensiero socialisteggiante e puramente autoctona, l’arevalismo, Guzman era stato eletto alla presidenza del Guatemala del 1951 promettendo che avrebbe posto fine al dominio della Ufc nella vita nazionale.

Samuel Zemurray, il longevo direttore della compagnia, nella piena consapevolezza che Arbenz avrebbe potuto essere l’inizio della fine dell’impero delle banane, fungendo da modello per tutti quei movimenti di protesta anti-Ufc presenti nell’intero subcontinente, decise di trasformare una battaglia privata in un capitolo della guerra fredda – e ci riuscì, grazie all’effetto accecante esercitato dalla paura rossa sull’amministrazione Eisenhower, sull’opinione pubblica e sulla Cia.

Gli elementi fondamentali di ogni guerra sono il consenso del popolo attorno al leader, la dotazione di un esercito all’avanguardia, il supporto degli alleati e, possibilmente, la presenza di quinte colonne all’interno del territorio nemico. Zemurray si rivolse ad una serie di personalità influenti e abili per realizzare ognuno di quei punti, come Edward Bernays, padre fondatore dell’ingegneria del consenso, e Anastasio Somoza Garcia, dittatore del Nicaragua.

Sia Bernays che Somoza erano delle vecchie conoscenze di Zemurray. Il primo aveva curato la campagna pubblicitaria della Ufc negli anni ’40, incrementandone le vendite nel mercato statunitense grazie a due idee brillanti: utilizzare volti noti dello spettacolo negli spot – una strategia che in seguito è stata eternizzata, in quanto adottata da ogni compagnia del mondo – e popolarizzare la convinzione che il consumo di banane abbia ricadute positive su corpo e salute. Somoza, invece, aveva supportato l’espansione della Ufc nel proprio Paese e nel resto dell’America centrale.

Come si crea un nemico

Bernays fu assoldato per convincere il Congresso e l’opinione pubblica che Arbenz costituisse una minaccia concreta alla sicurezza nazionale degli Stati Uniti. Somoza fu contattato per spronare il vicinato mesoamericano ad isolare diplomaticamente il Guatemala e per reclutare combattenti da inserire in un movimento di liberazione – creato appositamente da Ufc e Cia – che la grande stampa avrebbe presentato come genuino ed autoctono.

Su idea di Bernays, Arbenz iniziò ad essere associato a Josif Stalin, conseguendo rapidamente gli obiettivi di diffondere panico nell’opinione pubblica americana e di creare un nemico credibile lungo i confini statunitensi. Se gli Stati Uniti non fossero intervenuti, Arbenz, un dittatore in divenire, avrebbe tentato di egemonizzare l’America centrale e convertirla al comunismo.

Zemurray, suggerito dall’abile stratega, pagò numerosi giornalisti per scrivere articoli contro Arbenz e curò la preparazione di dispacci anonimi, distorcenti la realtà dei fatti sul Guatemala, poi inviati alle redazioni di New York Times, Time, Washington Post ed Herald Tribune; quest’ultimo invitò i lettori a boicottare il paese come luogo di vacanze.

L’opera più mirabile di Bernays, però, fu “Report on Guatemala”, una relazione di 235 pagine, denunciante i legami (inesistenti) tra Arbenz e Stalin e distribuita ad ogni membro del Congresso americano nel 1953. La lettura di quel rapporto scioccò sia i senatori, come il repubblicano Bourke Hickenlooper, colui che accusò il Guatemala di essere un “paese sovietico in America centrale”, che il neoeletto presidente Dwight Eisenhower, il quale diede istruzioni alla Cia di iniziare i preparativi per la detronizzazione di Arbenz. Fu l’inizio dell’operazione PBSUCCESS.

La caduta

La detronizzazione di Arbenz fu celere e indolore. Il 1954 si aprì con l’inizio delle operazioni di boicottaggio economico, di sabotaggio delle infrastrutture e di manipolazione psicologica della popolazione guatemalteca, sullo sfondo di un crescente isolamento diplomatico per via del lobbismo degli Stati Uniti a livello internazionale e del Nicaragua a livello regionale.

Furono costituite delle stazioni radiofoniche in Honduras, Nicaragua e Repubblica Dominicana, per spronare i guatemaltechi a supportare la lotta dello movimento di liberazione fasullo, l’Esercito di Liberazione Nazionale, e convincerli del fatto che Arbenz fosse prossimo ad un auto-golpe per instaurare una dittatura comunista. Inoltre, in violazione dello spazio aereo guatemalteco, iniziarono ad essere impiegati aeroplani e altri velivoli per paracadutare messaggi antigovernativi sulle strade della capitale.

Tra marzo e maggio ebbe luogo un’importante operazione sotto falsa bandiera (false flag), ideata per servire da casus belli e privare Arbenz di ogni legittimità agli occhi della comunità internazionale: il ritrovamento lungo le coste honduregne e nicaraguensi di armi recanti lo marchio sovietico. Fu il punto di svolta. Il Guatemala venne accusato di condurre una corsa alle armi, in segreto e in combutta con il blocco comunista, e Nicaragua e Honduras siglarono un accordo di assistenza militare con gli Stati Uniti.

A cavallo tra il 17 e il 18 giugno, forti del consenso mondiale e di una popolazione impaurita e spaesata dalle operazioni psicologiche di Ufc e Cia, i soldati dell’Esercito di Liberazione Nazionale entrarono in Guatemala, avanzando rapidamente verso la capitale grazie alla copertura di fuoco garantita dall’aviazione americana. Abbandonato dalle forze armate e dall’elettorato, Arbenz rassegnò le dimissioni il 27 dello stesse mese.

L’eredità inestinguibile del cambio di regime

Nell’operazione di Cia e Ufc che ha condotto alla detronizzazione di Arbenz sono presenti tutti gli ingredienti delle guerre ibride che caratterizzano l’epoca contemporanea: manipolazione dell’opinione pubblica e distorsione della realtà per mezzo di terrorismo mediatico e bufale, sabotaggi contro le infrastrutture critiche, terrorismo, impiego di mercenari, lobbismo per spronare la comunità internazionale ad avallare il cambio di regime, o quantomeno ad accettarlo passivamente, ricorso a quinte colonne, demonizzazione del nemico e molto altro.

A distanza di 66 anni è possibile affermare che l’operazione PBSUCCESS abbia lasciato un’impronta indelebile nella storia delle guerre non convenzionali e abbia gettato le premesse per l’evoluzione ibrida del modo di fare la guerra. Guatemala 1954 è l’equivalente latinoamericano di Iran 1953 (operazione Ajax), lo spartiacque che ha spianato la strada ad un cambiamento epocale di cui sarebbe stata compresa la portata soltanto nei decenni successivi.

Nel caso iraniano lo spettro dell’operazione Ajax ha influenzato l’immaginario collettivo di intere generazioni dell’area Medio Oriente e Nord Africa, galvanizzando i movimenti nazionalisti, sia laici che religiosi, e alimentando sentimenti di ostilità verso il blocco occidentale che hanno poi facilitato l’attecchimento inoltrato dell’islam politico e del jihadismo.

L’operazione PBSUCCESS, similmente, ha avuto dei riflessi sociali, culturali e politici nell’area Caraibi e America Latina che sono paragonabili a quelli esercitati dall’operazione Ajax nel mondo musulmano. La caduta di Arbenz, infatti, accelerò l’ascesa dei movimenti di sinistra nel subcontinente, in luogo di fermarla, dando il via ad una stagione quarantennale di guerriglie, insurrezioni e sforzi rivoluzionari, la cui eredità è ancora oggi visibile a Cuba e in Nicaragua.

Secondo Mario Vargas Llosa, premio Nobel per la letteratura ed ex politico peruviano, “se gli Stati Uniti non avessero distrutto il progetto democratico di Árbenz […] Cuba non avrebbe avuto la conversione estrema che ha avuto e non ci sarebbe stata tanta guerriglia in Latino America. Non dimentichiamoci che in Guatemala c’era Guevara, [che] ebbe molta influenza su Fidel [Castro] quando [gli] disse che l’unica maniera di fare la rivoluzione era [di] distruggere l’esercito e stare con l’Unione Sovietica”.

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