La crisi al buio di Conte il 7 gennaio e il nuovo governo di Renzi con un uomo del Pd a Palazzo Chigi

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Redazione
03 gennaio 2021 05:35

La crisi al buio del governo di Giuseppe Conte potrebbe scoppiare tra tre giorni oppure già domani. Il Consiglio dei ministri è stato convocato il 7 gennaio per discutere il Recovery Plan ma secondo alcune indiscrezioni il presidente del Consiglio sarebbe pronto ad anticiparlo al 4. Che la data giusta sia il 4 o il 7, proprio in quell’occasione Matteo Renzi è deciso a ritirare le ministre e l’appoggio all’esecutivo lasciandolo senza maggioranza all’inizio del 2021 mentre in Italia l’emergenza coronavirus potrebbe fronteggiare la sua terza ondata e si deve lavorare al piano di vaccinazione di massa. 

La crisi al buio del governo Conte in arrivo il 7 gennaio?

Lo strappo di Renzi accelererebbe il percorso che deciderà il destino dell’inquilino di Palazzo Chigi. Per settimane si sono rincorse le ipotesi di rimpasto. Ma sia Renzi che il premier hanno escluso che il tema sia in agenda. “Nessuno l’ha chiesto”, ha detto Conte. Nella conferenza stampa di fine anno il premier ha detto: “Se verrà meno la fiducia di un partito andrò in Parlamento”. E quindi attualmente le alternative per Giuseppe Conte sono fondamentalmente tre: 

  • la prima, quella che sembra a questo punto la meno probabile, è che scoppi la pace con Renzi tra il 4 e il 7 gennaio e che la maggioranza trovi un accordo al suo interno che faccia felice Italia Viva e finisca per mettere tutti d’accordo; 
  • la seconda è che si vari il Conte-Ter senza più i renziani ma con un gruppo di senatori (ne servono almeno dodici) che forniscano una nuova maggioranza all’esecutivo per tirare avanti almeno fino al semestre bianco, che comincia ad agosto 2021;
  • la terza è che arrivi un nuovo governo e che quindi dopo due anni e mezzo Conte lasci Palazzo Chigi. 

La crisi al buio del governo Conte è ormai un dato di fatto. E Renzi ha una sua soluzione privilegiata per chiuderla: un nuovo governo che abbia a capo un esponente del Partito Democratico e non Mario Draghi, che sarebbe comunque difficilmente disponibile ad accettare un incarico di parte anche se in molti invece pronosticano un doppio salto per l’ex presidente della Banca Centrale Europea: arrivare a Palazzo Chigi per trasferirsi un anno dopo al Quirinale al posto di Sergio Mattarella con la stessa maggioranza, magari allargata a Forza Italia e addirittura a quella Lega che con lui conserva un canale di comunicazione privilegiato. 

Ma per ora questa è davvero fantapolitica. E pare probabile anche che lo resti. Nel frattempo i pronostici della soluzione della crisi sono affidati ai retroscena dei giornali. Il Corriere della Sera scrive oggi che il nome di Renzi per Palazzo Chigi è quello di Dario Franceschini con Luigi Di Maio vicepremier. Ma sia il Partito Democratico che il MoVimento 5 Stelle sperano invece che sia Conte a trovare il bandolo della matassa. Attraverso un rimpasto che vedrebbe il sacrificio della ministra tecnica Luciana Lamorgese per offrire a Renzi gli Esteri spostando Di Maio all’Interno. Ma Conte non sembra avere intenzione di cedere. Lui preferisce che la partita si sposti nel CdM dove Italia Viva sarà costretta a decidere se votare o meno il Recovery Plan. Se non lo farà, allora il presidente del Consiglio si presenterà in Parlamento per verificare se ha una maggioranza. E lì, semmai, cadere con una conta all’ultimo voto che porterebbe il paese nel caos e l’opposizione a chiedere le elezioni a marzo. 

Zona rossa, arancione e gialla “rafforzata” nelle regioni: il piano del governo per il 7 gennaio

Crisi-lampo e Conte-ter: la strategia di Pd e M5S

E che la strada sia ormai tracciata lo conferma il presidente di Italia Viva Ettore Rosato in un’intervista a La Stampa: “Siamo stati molto chiari sulle cose che faremo se non c’è un’inversione di rotta su metodo e sui contenuti. O si lavora seriamente per l’Italia e le nostre idee servono oppure, se sono inutili, faranno a meno anche dei nostri voti”. E sostituirli con quelli dei responsabili ad oggi sembra più difficile: Il Messaggero oggi spiega che non ci sono i tre senatori dell’Udc, si tirano indietro i tre parlamentari di Toti che siedono a Palazzo Madama e, alla fine del computo, si contano sulle dita di una mano pure quanti da Forza Italia o tra gli ex grillini sarebbero stati disponibili a collaborare con il premier. Per la sopravvivenza restano indispensabili i 18 senatori renziani, ma pure i 30 deputati di Renzi a Montecitorio: senza di loro l’esecutivo non avrebbe la maggioranza a Palazzo Madama (fissata almeno a 159), fermandosi a quota 142, a fronte dei 139 senatori del centrodestra. E quindi, non essendoci i numeri per fare a meno di Renzi, secondo il quotidiano le ipotesi in campo rimangono tre:

  • la prima, la più gradita a Conte, è quella del “rimpastino” perché evita il rischio-dimissioni;
  • la seconda è la nascita del Conte-Ter con un accordo politico con Italia Viva e reincarico da parte di Mattarella; così sarebbe scongiurata la crisi al buio ma il governo per qualche giorno si troverebbe comunque senza pieni poteri; 
  • la terza è il galleggiamento, che viene spiegata con le parole di un ministro anonimo: “La capacità di manovra diRenzi è proverbiale e nulla porta ad escludere, nonostante isuoi proclami,che nei prossimi giorni le ministre renziane Bellanova e Bonetti non votino il Recovery Plan, senza però dimettersi. In questo caso la crisi non sarebbe aperta e si potrebbe andare avanti fino a giugno galleggiando. A quel punto, in prossimità del semestre bianco, per Renzi far cadere il governo non sarebbe rischioso: le elezioni sarebbero impossibili”.

Infine, l’agenzia di stampa Ansa scrive che tra i Democrats il voto comincia ad emergere come una delle conseguenze più praticabili in caso di crisi. Del resto, nel suo discorso di fine anno, il presidente Sergio Mattarella ha scandito come la “ripartenza” sarà il fulcro del suo ultimo anno al Quirinale. “Tradotto, potrebbe dire che il capo dello Stato, in caso di crisi, metterebbe in cassaforte l’ok al Recovery Plan, con un nuovo governo, ma con una prospettiva di elezioni nei prossimi sei mesi”, è l’osservazione che viene fatta tra più di un parlamentare della maggioranza. Ed è una soluzione che non piace a molti, anche in Iv dove, assicura chi ha contatti con i gruppi renziani, non tutti seguirebbero il loro leader nella corsa alla crisi.

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