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La prossimità istituzionale tra i sacri palazzi ed il secondo governo presieduto da Giuseppe Conte non è sfuggito ai più. In molte circostanze, infatti, diversi osservatori hanno “giustificato” l’ascesa dell’ex premier, sostenendo che l’ex “avvocato degli italiani” avesse l’appoggio della Santa Sede. Ma il Vaticano – come sappiamo – non è un attore della politica, almeno non per come la intendiamo noi. Fatto sta che alcuni ambienti ecclesiastici, nelle ultime ore, che coincidono con la formazione del nuovo esecutivo guidato da Mario Draghi, sembrano piuttosto dubbiosi sulla bontà di questa operazione. E forse a muovere certe disamine è anche un po’ di nostalgia per l’epoca di “Giuseppi”. Una fase, questa, che può almeno per il momento essere definita conclusa.

Il nuovo presidente del Consiglio è considerato un prodotto dell’alta finanza, mentre la “Chiesa in uscita” di papa Francesco guarda soprattutto al solidarismo ed alle “periferie economico-esistenziali”. Bergoglio, in realtà, ha nominato Draghi presso l’Accademia delle Scienze Sociali in tempi non sospetti. Tra Draghi ed il Papa non esistono frizioni, anzi. Semmai è l’impostazione della Chiesa bergogliana ad innescare un po’ di malumore. Come ha fatto notare il quotidiano La Verità, alcuni commentatori – come il teologo Pino Lorizio – non hanno sposato senza riserve la causa di Draghi. Attendismo, dovendo scegliere, è la parola che meglio descrive il clima tra le sacre stanze. Un discorso simile vale per Luigino Bruni, economista, che ha avuto modo di esprimersi sulla stessa rivista mediante cui aveva parlato Lorizio, ossia Famiglia Cristiana.

“Nel curriculum di Draghi non ci sono provvedimenti sul fronte dei poveri e del sociale”, ha dichiarato Bruni, economista vicino a Stefano Zamagni, che Bergoglio ha individuato per presiedere una Pontifica accademia. Sono piccoli segnali, ma iniziano ad essere rilevanti. Soprattutto se si tiene conto del fatto che Famiglia Cristiana è una rivista paolina, dunque non proprio esterna agli umori ecclesiastici. Certo, il Papa aveva in mente, con l’iniziativa The Economy of Francis, di rifondare alcuni concetti dell’economia globale, contraendo un nuovo patto con i giovani, nel nome della ridistribuzione del capitale secondo un rinnovato criterio di giustizia sociale. E forse è proprio la prossimità di Draghi all’ideologia liberista e capitalista a far storcere il naso o comunque a non alimentare entusiasmi tra certi ambienti filo-Bergoglio. Ma non è tutto qui.

Non ci stupiremmo se un po’ di nervosismo circolasse per via del ritorno al governo di Matteo Salvini e del Carroccio: sappiamo quanto i preti di strada, che a loro volto si sono mossi sempre in simbiosi con le istanze della “Chiesa in uscita”, abbiano protestato per la linea dura del governo gialloverde in materia di gestone dei fenomeni migratori. La sinistra della Chiesa cattolica, insomma, non dovrebbe stappare lo spumante per Draghi e per il suo esecutivo. Per quanto Draghi sia un membro ordinario di una Pontificia accademia. Draghi, a differenza di certo grillismo della prima ora (poi smentitosi), non ha il sapore della rivoluzione copernicana. E questo può far storcere il naso alla Chiesa di lotta.

Almeno in Italia, dove nel frattempo si parla con continuità di un Sinodo in grado di riorganizzare l’assetto dell’episcopato nazionale. Forse proprio l’appuntamento sinodale sarà il vero luogo in cui i vescovi avranno modo di discutere delle politiche messe in campo da Mario Draghi, che nel frattempo avrà già lasciato un’impronta precisa. Di qualunque tipo essa sia. In termini di “schieramenti vaticani”, quella odierna sembra una fase di riassetto. Del governo Draghi fanno parte anche i sovranisti, che il Papa ha spesso rimproverato e anche combattuto. Un fattore che può contribuire a destabilizzare il consenso espresso dal clero italiano. Vedremo alla prova dei fatti quale sarà il rapporto tra la Chiesa cattolica italiana, con i vescovi in testa, ed il governo Draghi.

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